COOPERAZIONE

Cartoline dal Ruanda

Dallo sterminio alla riconciliazione e alla ricostruzione: fotografie di un Paese africano che prova a rivivere garantendo ai cittadini giustizia e sanità.
Mentre resiste all’attuazione degli accordi di partenariato economico tra Unione Europea e Paesi africani.
Vittorio Agnoletto (Eurodeputato)

Un “altro” Ruanda sta crescendo. Dopo il genocidio e le conseguenze di quel dramma, a tutti i livelli, la società è tornata a vivere. Ho avuto l’opportunità di conoscere un po’ meglio la situazione del Paese africano alcune settimane fa, in occasione dell’assemblea paritetica Ue – Paesi dell’area Africa, Caraibi, Pacifico (o Paesi Acp, sono 79 ex colonie), alla quale partecipavo come eurodeputato per discutere principalmente di rapporti commerciali tra Europa e Acp.

 Un tribunale popolare

Il genocidio è ovviamente un elemento ancora molto presente nelle vite delle persone e nella vita collettiva del Paese. Ne ho avuto una dimostrazione molto efficace nel corso di una seduta del Gacaca, il tribunale popolare dove si realizza il processo di riconciliazione tra vittime e carnefici. Si tratta di un sistema ispirato a una istituzione tipica della tradizione ruandese, chiamata appunto Gacaca, da tutto il popolo conosciuta e stimata, sentita come propria.

Questo strumento, composto da tre livelli di giudizio come nel sistema italiano, fu istituito e attivato nel 2005 per sopperire alle lungaggini del sistema giudiziario “regolare”: dopo l’emanazione nel 1996 di una legge speciale per i processi contro chi fu coinvolto dal genocidio, in cinque anni furono giudicati solo sei mila persone su 120 mila. Gli undicimila Gacaca, invece, dovrebbero finire il loro lavoro entro il 2009, occupandosi di 85 mila persone colpevoli di vari crimini commessi nel 1994.

Sono un’istituzione tendenzialmente garantista, non si cerca vendetta al loro interno ma giustizia.

Concretamente, entrare in un Gacaca è un’esperienza molto toccante. Il processo si svolge davanti alla popolazione che, durante le varie fasi del dibattimento, può chiedere di intervenire con le testimonianze sul caso specifico affrontato dalla seduta. Il colpevole o presunto tale viene convocato di fronte a una o più persone che lo accusano di aver ucciso, violentato o di essersi comunque reso complice di un qualche atroce delitto. Un piccolo gruppo di anziani ascolta quello che ha da dire a proposito e si pronuncia alla fine del dibattimento con un giudizio.

Accade spesso che l’accusato esprime il desiderio di vivere da buon vicino con la famiglia dell’uomo assassinato. Accade non di rado che gli assassini vivano nella stessa via, nello stesso quartiere delle famiglie delle loro vittime, e anche per questo la riconciliazione si configura come un processo necessario.

 La sanità pubblica

Un altro settore della vita collettiva per il quale ho potuto verificare molte pratiche virtuose è la sanità pubblica.

Il sistema sanitario ruandese comprende molti progetti validi e obiettivi ambiziosi, seppur in un quadro di estrema povertà e scarsità di mezzi, visto che il 60 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Ho concentrato l’attenzione, come medico e fondatore della Lila (Lega italiana per la lotta contro l’Aids), soprattutto sui progetti di un’istituzione con la quale collaboro da anni, il Fondo Globale per la lotta contro l’Aids, la Tbc e la malaria. In riferimento alla lotta all’Aids, in particolare, ho verificato che il sistema sanitario ruandese, tra i maggiori beneficiari del Fondo Globale, fornisce farmaci antiretrovirali per il 50 per cento di coloro che ne avrebbero necessità.

Negli ultimi quattro anni ha ricevuto dal Fondo stanziamenti pari a 230 milioni di dollari, per sette progetti specifici: counseling per i test volontari, decentralizzazione della cura contro Hiv/Aids, monitoraggio dei casi di malaria, potenziamento della lotta contro la tubercolosi, rafforzamento del sistema sanitario migliorando la qualità delle terapie e supportando il sistema di assicurazione sanitaria per le persone affette da Hiv/Aids e per i più deboli, inclusi gli orfani. È stato molto interessante verificare “come” il Ruanda usi i contributi erogati dal Fondo Globale: gli stanziamenti sono stati integrati completamente nel sistema sanitario nazionale, dunque hanno avuto se possibile un’efficacia ancora maggiore che se fossero stati utilizzati per le singole attività mirate alle tre pandemie.

Grazie ai contributi stanziati dal Fondo è stato sviluppato un servizio sanitario con ambulatori nei villaggi. La formazione è stata rivolta specificamente a persone che ricoprivano in precedenza ruoli di leadership nei villaggi. È stato distribuito materiale informativo di facile consultazione, molto utile non solo per le tre patologie di cui si occupa il Fondo, ma per un miglioramento generale delle condizioni sanitarie; lo stesso è stato fatto per il personale medico (si noti che c’è un medico ogni 50 mila abitanti, mentre l’Oms ne reputa necessario 1 ogni 10 mila abitanti).

 Accesso ai farmaci

Il Ruanda è un caso da seguire anche per quanto riguarda l’accesso ai farmaci e la lotta per modificare gli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che, su quest’emergenza, troppo spesso penalizzano i Paesi più poveri.

Il governo di Kigali è infatti pioniere nel testare la nuova clausola degli accordi Trips (sulla proprietà intellettuale) del Wto che consente a un Paese povero o in via di sviluppo senza industria farmaceutica di importare dall’estero versioni generiche di medicinali di marca. Se l’attuale tentativo di partnership tra Ruanda (compratore/importatore) e Canada (produttore/esportatore) andasse a buon fine, si aprirebbero scenari importanti per tutto il continente africano riguardo alla possibilità di “bypassare” i brevetti imposti dalle multinazionali farmaceutiche.

Tutto ciò dipende, però, in qualche modo dal motivo centrale della mia visita in Ruanda, ovvero la discussione sugli Epa, gli accordi di partenariato economico tra Unione Europea e Paesi Acp. Negli ultimi mesi la Commissione Europea ha usato ogni mezzo per convincere gli Stati Acp a firmare gli Epa entro la fatidica data del 31 dicembre 2007 ma, grazie alla mobilitazione della società civile e dei movimenti contadini africani ed europei, solo 35 Paesi su 79 lo hanno fatto.

Un ottimo risultato considerato anche che gli accordi sottoscritti si limitano allo scambio dei beni e rimandano le questioni più spinose (servizi, investimenti e appalti pubblici) a nuovi negoziati. Pericolo scampato dunque, ma non scongiurato. La lotta prosegue e il coinvolgimento più vasto possibile dell’opinione pubblica europea su queste nuove forme di colonialismo è l’unica strada per tenere sotto pressione il Commissario Peter Mandelson (negoziatore capo per l’Ue).

Se gli Epa venissero applicati così come sono oggi proposti dall’Europa, infatti, i Paesi africani sarebbero obbligati ad abbattere i propri dazi doganali (che in molti stati costituiscono fino al 40% del PIL) e a liberalizzare i propri servizi pubblici, subendo una vera e propria invasione dei prodotti e dei servizi “made in Ue”. Un colpo mortale per le già fragili economie del continente. In un solo anno si stima che il solo Ruanda perderebbe oltre 17 milioni di dollari. Un bel modo per cercare di saldare il debito morale dei Paesi ricchi nei confronti del popolo ruandese…

 

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