Accompagnando il popolo

Sulle orme di Marianela e in continuità con tutte le donne del mondo impegnate per la dignità di ogni persona e per la tutela dei diritti umani.
Mariella Tapella (Operatrice di Pax Christi Italia, in El Salvador dal 1986)

Il Salvador ha sempre ostentato una storia vergognosa sui diritti umani. Ciò nonostante ci sono sempre state persone coraggiose che, a partire dalla loro fede, si sono impegnate a evangelizzare le realtà temporali e hanno avuto compassione della sofferenza del popolo.

Questo atteggiamento si può avere solo se si ama profondamente un popolo e specialmente le vittime delle violazioni dei Diritti Umani.

Maria Julia Hernandez fu una di queste persone. Nacque a Tegucigalpa, Honduras, il 30 gennaio del 1939. Salvadoregna di nascita, essendo figlia di genitori salvadoregni. Gli studi primari e secondari li compì in collegi cattolici di San Salvador, mentre l’educazione universitaria la ricevette negli Stati Uniti, in Spagna e in El Salvador.

Morì a 68 anni, il 30 marzo 2007.

La sfida di una vita

Maria Julia era una donna dinamica, con una personalità molto forte. Scoprì la radice dei problemi, così come il significato delle cose. Ciò rappresentava per lei una sfida che assorbiva tutte le sue energie. Aveva una stretta disciplina di lavoro in tutti i livelli delle sue indagini, che esigeva da se stessa come dai suoi collaboratori. Nel suo impegno, a partire dalle vittime, c’era sempre un progetto più ampio che metteva in evidenza la necessità del cambiamento delle strutture sociali del Paese. Maria Julia accompagnò e difese, con tutti i mezzi a sua disposizione, il popolo salvadoregno e specialmente le vittime delle violazioni dei diritti umani, il che la portò inevitabilmente a scontrarsi con le strutture di potere, vera causa dei mali del nostro popolo immerso in una situazione di offesa generalizzata ai suoi diritti: civili, politici, economici, sociali e culturali, sotto l’impero di disumane politiche neoliberiste, a causa del prevalere dell’impunità generalizzata.

Maria Julia visse la violenza politica, flagello dei diritti umani del popolo salvadoregno, negli anni della guerra; ciò nonostante insistette a sostenere che la violazione dei diritti umani ha la sua radice esplicativa nelle strutture di dominio e d’ingiustizia sociale, che non permettono l’esercizio dei più elementari e inalienabili diritti: la vita, la libertà, l’integrità, la salute, l’educazione, il lavoro e l’accesso alle risorse naturali sono condizionati e impediti dalla struttura di un potere esclusivista.

Diceva Maria Julia che le istituzioni dello Stato sono state incapaci di canalizzare la partecipazione politica e di rispondere alle rivendicazioni dei settori popolari. Tale inefficacia ha prodotto la rottura delle norme dell’intesa sociale, a un punto tale da scontrarci in una guerra in cui la repressione si trasformò nell’unico mezzo per rispondere alla domanda sociale di giustizia e in cui la scelta armata del diritto a dissentire divenne l’unica possibile, chiudendosi brutalmente tutti gli spazi politici, agli inizi degli anni Ottanta.

In quegli anni era arcivescovo di San Salvador mons. Oscar Arnulfo Romero. Maria Julia, single per scelta, donna di profonda fede e impegno cristiano, iniziò una militanza in difesa della persona umana, integrandosi nel 1977 alla causa di mons. Romero, come membro attivo della pastorale dei diritti umani dell’amato pastore-martire, accompagnandolo nelle richieste di carattere umanitario e di difesa delle vittime, in quegli anni tanto violenti. Questo infaticabile lavoro proseguì con monsignor Arturo Rivera y Damas, che gli affidò la responsabilità della direzione della Tutela Legale dell’Arcivescovado di San Salvador, dal 3 maggio 1983 fino al giorno della sua morte, il 30 marzo 2007.

I diritti delle donne

Maria Julia ricordava che, quando assunse la direzione della Tutela Legale, non vi era molta coscienza dei diritti della donna. Ma anche così riteneva di essere stata appoggiata dai membri della Chiesa e di non aver mai avuto problemi nell’agire con autorità e forza, come “continuo a fare” disse in una occasione. Monsignor Romero fu il suo esempio e la sua ispirazione. Maria Julia lavorò per tre anni vicino a monsignore. Alcune parole di monsignor Romero la colpirono particolarmente, soprattutto quando disse che “la Chiesa contribuisca alle lotte giuste dei popoli, dando uomini che lavorino per la liberazione degli oppressi”. Queste parole le ascoltò proprio nel momento in cui cercava il modo con cui servire il suo Paese, come raccontò ella stessa. Durante la guerra la commossero i massacri e i corpi di molte vittime “perché raccoglievamo cadaveri di persone che erano state assassinate in maniera brutale” Maria Julia seppe essere forte davanti ai familiari delle vittime, che accompagnò nel loro dolore e nella loro ricerca di giustizia.

Questi ricordi restano indelebili nella memoria e nel cuore di molti salvadoregni: “Ricordo che nel mese di febbraio o marzo del 1991, nei municipi di San Josè Las Flores, Nueva Trinidad e Arcatao, tutti nel dipartimento di Chalatenango, la forza armata salvadoregna aveva fatto un incursione con un contingente di effettivi militari di élite antisommossa, membri del battaglione Atlacatl, insieme a effettivi militari del distaccamento militare numero 1 e alla Quarta Brigata di Fanteria di El Paraiso, con sede a Chalatenango e stava realizzando una pesante operazione nella zona, essendo questa sotto il controllo dell’FMLN. Da parte sua, il comandante ‘Jesus Rojas’, responsabile militare del fronte nord dell’FMLN, aveva tenuto una conferenza stampa ai mezzi nazionali e internazionali, nell’abitato di Arcatao. Terminata la conferenza, si diresse con il suo corpo di sicurezza in un luogo segreto, essendo in clandestinità e cadde mortalmente ferito, insieme ad alcuni combattenti.

Maria Julia, urgentemente informata di questa esecuzione, organizzò immediatamente, insieme a diversi membri della Tutela Legale dell’arcivescovado, una indagine sui fatti, ma a causa delle restrizioni imposte dall’allora colonnello Mariano Turcios, comandante del distaccamento militare numero 1 e a causa del divieto d’ingresso nella zona, vi entrò come religiosa, insieme ad altre suore che lavoravano nelle comunità ‘ripopolate’. In questo modo raggiunse il luogo dei fatti, realizzò le indagini e ottenne prove testimoniali sul caso”.

Con questa azione creativa di Maria Julia, possiamo capire come la vita di quest’instancabile lottatrice della dignità umana fosse legata alle vittime delle violazioni dei diritti umani e come niente o nessuno poteva fermarla nel suo lavoro umanitario. Un’altra volta si scontrò con un ufficiale, che gli voleva togliere la macchina fotografica, mentre andava a verificare alcuni dei tanti fatti di violazione dei diritti umani. Ribatté molto fermamente all’ufficiale che la macchina fotografica faceva parte dei suoi strumenti di lavoro: come fosse possibile che gliela volesse confiscare, dal momento che sarebbe stato come se lui fosse mandato in guerra senza fucile… in questo modo riuscì a passare.

Nel Salvador, chi lavorava così, fu sempre considerato una persona sovversiva, perché intralciava “gli interessi di quanti volevano conservare il proprio potere a costo della violazione dei diritti degli altri”. Il suo lavoro fu concentrato tanto sulle indagini che nella fase processuale, in casi come il massacro del Rio Sumpul, El Mozote, i gesuiti, La Puesera… Maria Julia, una donna esperta di Diritti Umani, lottatrice di cuore, in molte occasioni si scontrò con la dittatura militare, smascherando la verità in occasione di gravi violazioni commesse dagli squadroni della morte – i corpi di sicurezza dello Stato – contro centinaia di civili, per la maggior parte bambini, persino minori di 5 anni, come nel massacro di El Mozote; un caso da lei stessa indagato e portato di fronte alle istanze internazionali.

Lo stesso fece con l’indagine e la presentazione della denuncia sull’assassinio di mons. Romero presentato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani e alla Corte Federale di Fresno: due istanze in cui rivendicò il diritto alla verità, di cui sono titolari tanto la famiglia di Romero quanto il popolo in generale. Quando nel 2005 gli venne rivolta una domanda sulla situazione del Paese, quanto al dilagare della violenza e un confronto con gli anni Ottanta, rispose che sì c’erano differenze, ma anche elementi molto comuni, quali la mancanza di rispetto per la vita, la dignità umana e il giusto processo. Se, infatti, allora c’erano la guerra e la repressione; oggi regna l’impunità, generata dallo stato stesso: “Abbiamo uno stato corrotto e di conseguenza stiamo generando giovani corrotti”.

Aggiungendo che un modo per combattere la violenza e la corruzione generalizzata sarebbe quello di farla finita anzitutto con la corruzione governativa, creare piani preventivi, offrire educazione e opportunità di lavoro. Soffriva particolarmente per la tragedia delle vittime di gravi crimini di lesa umanità, avvenuti durante la guerra civile, che furono abbandonate dallo Stato, che invece, ha scelto di proteggere i loro assassini; così come il dramma del suo popolo sommerso in una situazione di offesa generalizzata ai suoi diritti.

Il suo lavoro pastorale e la sua lotta cristiana per la dignità umana, anche come membro di Pax Christi Internazionale, furono segnati da una chiara scelta preferenziale per le vittime della violazione dei diritti umani. Questo fece sì che ricevesse importanti riconoscimenti.

Ricordo in particolare un passaggio del discorso che Maria Julia pronunciò ricevendo il dottorato Honoris Causa all’UCA, il 15 novembre 2004: “Oggi lo Stato non è il solo che possa violare i diritti umani, né l’unica istanza responsabile della sicurezza dei cittadini. Il capitalismo multinazionale con il suo mercato globale ha penetrato qualsiasi settore della vita umana e la sovranità delle nazioni. Inoltre le peggiori violazioni ai diritti economici, sociali e culturali sono commesse da Organismi Internazionali come il WTO o altri, alcuni dei quali sono persino legati all’ONU, come l’FMI e la Banca Mondiale…”.

Raccolgo come suo lascito quel che Maria Julia disse a proposito del “ricco magistero episcopale di monsignor Romero, il più grande difensore dei diritti umani del nostro tempo”: “i diritti umani furono la causa per cui spese la propria vita, nel difendere oggi e qui la dignità della persona umana”.

 

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