Ripensando Marianela

Pax Christi International e il suo impegno per la liberazione dei Paesi dell’America centrale e per la tutela dei diritti umani in ogni parte del mondo.
Giancarla Codrignani

Il 13 marzo 1980, tre anni dopo la morte di Romero, venne assassinata Marianela García Villas, avvocata salvadoregna, già parlamentare, presidente della Commissione per i diritti umani del suo Paese e vicepresidente della Federazione internazionale dei diritti umani. Era anche membro di Pax Christi. Anche lei fu vittima della repressione feroce che imperversò in un piccolo Paese dell’America centrale, popolare in anni di solidarietà internazionale nei confronti delle “lotte di liberazione” dalle dittature. Pax Christi Internazionale – insieme, naturalmente, con Pax Christi italiana – fu all’avanguardia di un’importante iniziativa umanitaria e politica voluta da mons. Bettazzi e condotta sul campo nei Paesi più tormentati del Centroamerica. Come per la Shoà non si può fare memoria senza fare il punto sul contesto del nazismo e del fascismo, così per conoscere il senso dell’impegno di mons. Romero non si può ignorare che l’America Latina è stata a lungo una serie di lager.

In questo 2008 che celebra i sessant’anni della Dichiarazione dei diritti umani ancora poco applicati, non si deve dimenticare la storia di quegli anni di persone che, per la giustizia e la libertà degli oppressi, sfidarono i poteri forti. Uno di questi testimoni fu certamente Marianela.

La conobbi quando venne in Italia, accolta solo dalla Sinistra e da singole realtà comunali, mentre l’ambito governativo restava condizionato dalla comunanza di bandiera con la Democrazia cristiana salvadoregna complice della dittatura. Era una donna giovane, destinata a morire a 34 anni; aveva aspetto mite, perfino insignificante; interveniva con voce tranquilla, senza gesti retorici, ma impressionava per la fermezza delle denunce. Le ho parlato fuori dall’ufficialità una volta sola: un discorso tra donne che, ovviamente, ragionavano di comuni interessi politici, ma che si dicevamo anche cose di assoluta confidenza.

Le ragioni dell’impegno che noi in Italia sostenevamo anche perché lei aveva il coraggio di denunciare, disposta a pagare di persona documentando le violazioni dei diritti umani del suo governo, la sofferenze del popolo, la resistenza, la divisione delle forze politiche che aspiravano alla democrazia; e la paura delle indagini dei governativi, la devastazioni dei luoghi giudicati sovversivi, gli arresti arbitrari, il suo…

In un momento, assolutamente non emotivo (almeno da parte sua), a conferma del suo mite rigore, sopraggiunse la confessione della violenza che è uso far subire alle donne e che le donne non denunciano. Oggi la ricordiamo come un’amica che avrebbe avuto diritto a una festa per un cinquantanovesimo compleanno ancora sulla breccia. Neppure oggi, infatti, c’è democrazia piena a San Salvador.

Romero ebbe onori difficili: la cripta in cui fu sepolto più che un monumento di gloria parve una segregazione dalla realtà ecclesiale e bisognava volerci andare per incontrarlo. Neppure ora è facile rendergli giustizia: di fronte alle richieste di “realizzare un’indagine giudiziaria completa” e di “superare la legge di amnistia generale” avanzate dalla Commissione interamericana dei diritti umani, impegnata a fare giustizia dell’assassinio di mons. Romero, il vescovo Sáenz Lacalle, membro dell’Opus Dei, ha partecipato a tre incontri con il governo (che è sempre in mano al partito Arena, quello del maggiore Roberto D’Aubuisson, responsabile dell’assassinio di Romero) “per il bene comune” e ha destituito il legale del Socorro Juridico diocesano voluto dal predecessore mons. Rivera y Damas.

Gli occidentali sono contenti quando i Paesi votano e si chiudono gli occhi su situazioni che, se vanno meglio perché qualche morto ammazzato non costituisce violazione e perché il mercato è “libero”, sono ancora condizionate dagli interessi conservatori.

Dovremmo prestare più attenzione ai Paesi che abbiamo seguito negli anni duri della loro storia. Ricordare chi si è alzato a difesa dei diritti di libertà non basta: occorre rileggere il contesto di allora e di oggi.

Un esercizio utile anche per noi, ripensando Marianela.

 

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