Ordinaria follia

Gli anni duri del Centroamerica nel ricordo di una testimone: eppure è stato possibile. In un tempo non troppo lontano.
María del Carmen Rivera (Contadina e profuga salvadoregna)

Il 1983 fu un anno di massacri nella zona di Suchitoto e più in generale nel dipartimento di Chalatenango. Migliaia di persone furono assassinate in diversi modi e tra loro anche Marianela García Villa, che era venuta a raccogliere prove delle armi usate dall’esercito contro di noi. L’esercito arrivò anche nel mio villaggio e fu una strage. A me uccisero una sorella con i suoi dieci figli e un fratello con altri tre nipoti. Quando li vedemmo arrivare, scappammo come potemmo. Un gruppo di persone cercò di mettersi in salvo fuggendo attraverso il lago, sulla cui sponda avevano trovato una barca, ma non ci riuscirono perché i soldati tirarono delle granate fino a farla affondare. Quanti furono catturati vennero condotti in un casolare, che si trovava in una frazione vicina. Lì vennero ammassati tutti all’interno di una stanza e di fronte alla porta posero un mitragliatore.

Sopravvissuti

L’unico superstite di quel gruppo fu mio nipote, che poi ci raccontò che, dopo aver ucciso tutte le persone, i militari fecero cadere il tetto, per coprire i cadaveri. In questo massacro non vennero risparmiati né i neonati né le donne in gravidanza. Mio nipote ci raccontò anche che, mentre aspettavano la fine, alcuni bambini piangevano perché oltre alla paura avevano fame; e anche le loro mamme piangevano perché non avevano niente da dar loro da mangiare. Allora un soldato disse di avere un pezzo di zucchero compresso: lo sbriciolò e ne diede ai bambini perché non piangessero. Poi, parlando con le mamme, confessò la sua tragica verità, dicendo: “A me spiace uccidervi, ma se non lo faccio uccidono me”. Fu un tempo molto duro. Anche quando non erano in atto operazioni nella nostra zona, stavamo sempre all’erta; dormivamo male perché l’aviazione passava di continuo e, se sentivamo rumori di aereo mentre stavamo mangiando, abbandonavamo tutto e fuggivamo nei boschi. La nostra, infatti, era una zona già controllata dalla guerriglia e negli scontri continui, tra insorti ed esercito, la popolazione civile restava sempre intrappolata. Così, notte e giorno, bisognava sempre scappare. Spesso a doverlo fare erano donne sole, con tre o più bambini per mano e uno in braccio, perché gli uomini si trovavano a combattere oppure erano già morti.

Una volta il bambino più piccolo che portavo con me si lamentava per la fame, ma io avevo solo un pugnetto di riso. Parlando, però, con un’altra donna, mi disse che lei aveva un poco di mais e una terza un po’ di sale: mettemmo tutto assieme e distribuimmo quel poco che c’era tra tutti i bambini. Ripensandoci oggi, mi rendo conto che in quel tempo eravamo organizzati meglio, perché la situazione stessa ce lo chiedeva; oggi purtroppo abbiamo perso un po’ di questa capacità.

In un altro massacro catturarono anche mia figlia, che aveva sedici anni. Dicevano che la arrestavano perché non credevano fosse salvadoregna. Ma dopo averla interrogata e averci fatto tutto quello che vollero, la portarono allo Stato maggiore dove l’assassinarono. Per anni ho sperato di ritrovarla viva, perché al termine della guerra si costituì un’associazione, “Pro Búsqueda”, per la ricerca degli scomparsi; in particolare per il ritrovamento dei figli strappati molto piccoli ai desaparecidos e dati alle famiglie degli ufficiali, dell’oligarchia o mandati all’estero.

Il pianto dei nostri figli

Effettivamente, in molti casi, questa associazione, alle cui riunioni partecipai anch’io, ottenne buoni risultati. Ma alla fine delle ricerche, quando finalmente individuarono il soldato che l’aveva arrestata, questi confermò che fu uccisa.

La mia esperienza è comune a quella di migliaia di altre salvadoregne e proprio su questi fatti stava indagando Marianela: voleva documentarli, perché all’estero nessuno era disposto a credere che in El Salvador, un Paese così vicino e amico degli Stati Uniti, potessero succedere simili atrocità.

Nei due anni successivi alla sua morte la situazione peggiorò: i bombardamenti e la fame non ci lasciarono altra possibilità che quella di abbandonare i nostri villaggi, per emigrare.

Per mesi, soprattutto durante gli spostamenti, mangiammo solo radici e tuberi oppure l’interno della papaya. Nel 1984 cademmo in tre imboscate nella zona di Chalatenango. Una di queste avvenne il 30 agosto e fu il massacro del Rio Gualsinga, dove una cinquantina di contadini disarmati furono massacrati, mentre cercavano di sfuggire all’operazione militare “búsqueda y destrucción”.

L’esercito circondò la gente su tre lati, lasciandogli aperto come via di fuga soltanto il fiume, ma in questo modo fu facile per l’aviazione bombardarli. Per le strade lo spettacolo era orribile: donne uccise con i loro bambini; scempio sui corpi di bimbi piccolissimi… Io scappavo con mio marito e quattro figli: avrei voluto risparmiare loro quelle visioni, ma non era possibile. Iniziammo a spostarci di notte, per non essere individuati, ma il terreno era accidentato: i bambini si pungevano coi rovi e si lamentavano, a rischio di essere scoperti. In alcuni tratti il terreno era scosceso e io ero terrorizzata all’idea che qualcuno dei miei figli potesse scivolare nei burroni.

A dire il vero, fui io a inciampare e a rotolare per qualche decina di metri, proprio nel punto in cui il fiume forma una piccola cascata, ma riuscii a salvarmi. Alla fine arrivammo in Honduras e fummo accolti nei campi profughi di quel Paese, fino a quando, nel 1992, furono firmati gli Accordi di pace e potemmo rientrare.

Tornammo a piedi, come eravamo scappati e poveri come ce ne eravamo andati. Le nostre case in larga misura non c’erano più: l’esercito aveva saccheggiato quel poco che era rimasto e aveva dato alle fiamme il resto. Al contrario, in alcune frazioni erano rimaste delle strutture utilizzabili, ma erano ormai villaggi fantasma, perché tutti i loro abitanti erano stati uccisi. Iniziò allora il fenomeno che si chiama “repoblación”, il ripopolamento di alcune zone da parte di nuclei famigliari che prima della guerra abitavano altrove.

Non solo ricordi

Da allora sono passati 25 anni: alcune cose sono cambiate, altre no. Non c’è più l’aviazione a bombardarci, ma la fame è rimasta. Prima ci uccidevano con le pallottole, oggi con il Trattato di Libero Commercio, la dollarizzazione dell’economia e la privatizzazione crescente della sanità.

Certo, ora i bambini dormono tranquilli la notte, ma cibo e salute restano un privilegio di pochi e la memoria continua a fare sanguinare delle ferite che non si chiuderanno più.

Non tutti, però, sono brutti ricordi: anche se là, nella Gran San Salvador, più nessuno se ne ricorda, qui tra le pieghe dei campi, finché sopravviverà la mia generazione, qualcuno continuerà a ringraziare Dio di aver mandato tra noi, in mezzo a tanta disumanità, una donna vera e una cristiana autentica di nome Marianela García.

 

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