La nonviolenza approda in Vaticano

12 dicembre 2003 - Mons. Luigi Bettazzi

Quando si parla di nonviolenza ci si suole appellare a Gandhi, anche se proprio Gandhi ci ha insegnato che nonviolenza non è sinonimo di passività, di disimpegno, di rassegnazione; al contrario è indice di un impegno ancor più intelligente e attivo, che persegue le proprie finalità ma senza usare o limitando al massimo la violenza. Gandhi stesso confessava che aveva appreso la nonviolenza anche dal Vangelo, ma che non si era fatto cristiano perché aveva visto quanto poco i cristiani mettono in pratica il Vangelo!
In realtà fu Gesù a dire che “Se uno ti schiaffeggia una guancia, tu devi offrirgli l’altra guancia”; ma Gesù stesso, quando fu schiaffeggiato durante la passione, disse al servo del Sinedrio che lo schiaffeggiava: “Se ho sbagliato, dimmi dove ho sbagliato; ma se non ho sbagliato, perché mi percuoti?”, facendo così capire che “offrire l’altra guancia” vuol dire non rispondere alla violenza con altra violenza, ma far sì che anche l’altro rinunci alla violenza.
Nella Pacem in terris papa Giovanni diceva che la pace poggia su quattro grandi pilastri: la verità (soprattutto la verità di ogni persona umana), la giustizia, l’amore (in particolare la solidarietà) e la libertà. Questa libertà non può essere solo una libertà formale, che in realtà favorisce i potenti e i ricchi, impoverendo ed emarginando i più deboli e i più poveri: se è vera libertà per tutti dev’essere rinuncia alla violenza, che appunto premia i più forti e i più ricchi. Questi devono rispettare la libertà di tutti, rinunciando alla propria violenza, e utilizzando quindi la propria forza e le proprie disponibilità per soluzioni nonviolente.
È davvero un evento importante, nella storia della Chiesa e in quella dell’umanità, che Giovanni Paolo II sviluppi le intuizioni di Giovanni XXIII parlando e sponsorizzando autorevolmente l’idea e la stessa parola di nonviolenza, impegnano i cattolici e tutti gli uomini di buona volontà ad approfondire il concetto e a svilupparne le conseguenze con coerenza, a qualunque costo, cominciando dalle obiezioni di coscienza.
Credo che i primi obbligati a cogliere questo impegno dobbiamo essere proprio noi occidentali, portati dalle vicende della storia e della geografia a trovarci nella situazione di maggiore influenza nel mondo, e visti dagli altri continenti come “i cristiani”. Dobbiamo cioè assumere coerentemente il compito di annunciatori e operatori della nonviolenza, nella nostra vita personale, in quella sociale, nei rapporti tra i popoli.

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