ULTIMA TESSERA

Armi, il vero business italiano

Triste primato: l’industria italiana per la difesa ha consolidato la propria capacità produttiva nel campo delle esportazioni di materiale per la sicurezza e la difesa.
Giorgio Beretta (Unimondo, coordinatore Campagna Banche Armate)

Nuovo record per le esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto a un’autorizzazione per missili contraerei una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo acquirente di armi “made in Italy”. Sono i primi dati dell’ultimo Rapporto annuale reso noto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, presentati il 28 marzo scorso a una delegazione della Rete Disarmo. Il trand di crescita dell’export che ne emerge è preoccupante. Un trend che vede tra l’altro nel 2007 la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all’Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. A oggi più del 40% di armi italiane è diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese e, in prevalenza in aree del Sud del mondo.
Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l’Iraq (84 milioni di euro). Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).
Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l’Agenzia delle Dogane, superano i 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei “Programmi intergovernativi” che – per l’arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro.
Leggera flessione, invece, delle operazioni autorizzate alle banche che si attestano a oltre 1,2 miliardi di euro.
Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di “uscita progressiva dal settore” annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato.
Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c’è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale.
Diminuiscono di oltre un terzo, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se – data la natura delle operazioni – è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell’elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d’appoggio al commercio di armi. Preoccupa invece soprattutto la crescita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni).
Ma, oltre le cifre, il trend in crescita costante, i destinatari in aree di forte tensione, se non di guerra, ciò che dobbiamo affrontare è il persistere di una visuale che da alcuni anni si sta facendo strada.
È riassunta in una frase che si trova a pag. 22 del Rapporto: “L’industria italiana per la difesa ha di fatto consolidato e rilanciato la propria capacità produttiva nel campo delle esportazioni di materiale per la sicurezza e difesa confermandosi capace di rimanere competitiva in aree tecnologiche d’avanguardia”. Competitività: ecco la nuova parola d’ordine del “business delle armi”.
C’è qualcuno capace di spiegare ai nostri governanti che secondo la legge 185/90 l’esportazione di armi deve essere conforme “alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che tutte le operazioni vanno regolamentate dallo Stato “secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” che nulla hanno a che fare con le dinamiche del mercato e della competitività?

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