PAROLA A RISCHIO

Eresie trinitarie

La guerra è la negazione del volto dell’altro. La dissolvenza del fratello e della sua identità. Solo allo spezzar del pane, nella condivisione, nell’unità, nell’ascolto potremo riconoscere il volto dell’Altro.
Gianni Novello

Di fronte a questa situazione, come credenti siamo impegnati in tre direzioni. Anzitutto, dobbiamo far sentire la nostra voce contro la guerra, intesa come mezzo per risolvere i conflitti. È un’illusione tragica continuare a porre la nostra fiducia nelle armi e nelle strutture belliche. Gli assetti di guerra ripropongono logiche antievangeliche e quindi disumane. Questo dobbiamo saperlo dire con forza e senza tentennamenti. Questo non lo affermano solo i credenti in Gesù, ma tutta una schiera di uomini di buona volontà appartenenti alle più diverse estrazioni culturali e religiose. Una garanzia per la sopravvivenza dei popoli oggi è la soluzione nonviolenta dei conflitti.
In secondo luogo, dobbiamo fare entrare nelle nostre coscienze, mediante lo studio e la ricerca, tutte le strategie approntate dai metodi della difesa popolare nonviolenta. Ma, soprattutto, dobbiamo adoperarci perché si alzi l’indicatore di fiducia nei confronti dell’ONU, in modo che tale organismo diventi il primo em¬brione di quel “go¬verno mondiale” delle contraddizioni da più parti invocato.
Infine, dobbiamo chiedere alla comunità internazionale di adottare tutte le ne¬cessarie pressioni politiche, economiche e diplomatiche, per garantire il rispetto della vita e dei più elementari diritti umani dei Palestinesi. La legittima aspirazione del popolo pa¬lestinese ad avere una sua terra e un suo Stato, accolta e ratificata solennemente dall’ONU, attende ancora di essere portata a compimento
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Don Tonino Bello

Caro don Tonino, un giorno che stavi male, con il dragone del cancro in corpo, mi hai chiesto aiuto, ma non era per te. Pensavi a chi moriva per la guerra nella ex-Jugoslavia e amava la vita che le veniva tolta. E tu mi parlasti del sogno che coltivavi in te. “Se sto un po’ meglio, – mi aiuti? – sai cosa possiamo fare? Chiamiamo tutti i malati di cancro dell’Europa intera a venire a Sarajevo per una marcia per la pace, che fermi le armi. Noi malati di cancro che lottiamo con amore per la vita faremo vergognare quelli che con le armi la vita la spengono”.
Mi hai commosso perché ho ritrovato in te la mistica di un vero nonviolento in duello spirituale con la pratica assurda della guerra e della violenza. E poi mi accorgevo che proprio in forza della tua malattia diventavi maestro come uno che per aver sofferto può venire in aiuto dei tribolati. Il tuo letto di dolore, “altare scomodo” del tuo sacerdozio, diventava vicinanza fraterna con i sofferenti. E lì ti veniva dato non solo di vedere meglio il volto di chi qua e là per il mondo soffriva, ma anche di capire meglio quel volto.

Il volto del fratello
Non ti ho mai sentito amaro nel parlare degli avvenimenti, anche i più tristi del mondo. Di fronte alla tentazione dell’amarezza avevi il coraggio di andare controcorrente con una speranza attiva con cui i tuoi occhi guardavano e vedevano oltre. Hai scritto ciò che spesso esprimevi in tanti colloqui: “non bisogna fermarsi a guardare le foglie secche ai piedi dell’albero, ma sostare e mettersi a guardare attentamente le gemme che già stanno spuntando sui rami apparentemente secchi degli alberi”.
Pregando, chiedevi a Maria di “non permettere che sulle nostre labbra il lamento prevalga sullo stupore, che lo sconforto sovrasti l’operosità, che lo scetticismo schiacci l’entusiasmo…”.
Negli avvenimenti più cupi vedevi, o meglio intravedevi, soprattutto i volti delle vittime che non volevi lasciare senza vicinanza solidale e addirittura familiare. Mi hai fatto pensare molto quando un giorno hai scritto che “dobbiamo riuscire a capire che le ingiustizie non sono solo causa di tutte le guerre, ma sono anche eresie trinitarie perché contrastano il fondamentale cardine della vita trinitaria: l’uguaglianza” e che “a tutti i viventi della terra, destinati a formare in Cristo un solo Uomo, vanno riconosciute la dignità di persona, la radicalità dell’uguaglianza, l’originalità della distinzione. È in questo riconoscimento che si annida la matrice di ogni valore. Ed è qui che si nasconde il segreto della pace”.
A chi prega con il salmo “Il tuo volto, Signore, io cerco” dicevi che occorre contemporaneamente anche imparare a cercare il volto del fratello: “Il tuo volto, fratello, io cerco: fammi scorgere il tuo volto”. Anzi dicevi che questa ricerca del volto è “un fondamentale allenamento di pace. L’etica del volto ci sembra l’unica in grado di costruire la pace. Sì, perché le guerre, tutte le guerre, da quelle interiori a quelle stellari, trovano la loro ultima radice nell’uniformizzazione dei volti. Nella dissolvenza dei volti. Nella perdita dell’identità personale. Nell’incapacità di guardarsi negli occhi”.
E tu, contemplando quei volti e intravedendo in essi la loro storia di persone particolari sentivi di non dover perdere tempo in lamenti pessimistici e amari, ma di dover cogliere tutte le opportunità di un duello in cui resistere e combattere contro il “peccato” generatore di tanto male e di tante ferite.
Sentivi che i poveri sono, lungo la strada, tanti cartelli indicatori per non sbagliare direzione e per capire davvero come la società non deve essere, cioè ingiusta, emarginante, falsa, escludente. Il dolore dei poveri è il dolore delle vittime del peccato, anche strutturale, del mondo.

A coloro che non contano niente
I poveri, vittime del mondo sbagliato, sono i crocifissi da calare con amore dalle loro croci. E nessuno può amare i poveri del proprio tempo se non combatte le cause delle varie povertà. Mi mostravi con la tua pratica di vita che eri costruttore di pace proprio facendo scendere dalle loro croci i poveri di oggi, i senza dimora crocifissi dal freddo delle notti invernali, i precari senza mai un lavoro stabile, gli sfrattati, gli stranieri, le vittime crocifisse dalle guerre e inchiodate dalle nostre armi. Di loro parlavi con parresìa, con la forza del Vangelo, senza sconti, e a loro parlavi con tenerezza. Scrivevi loro le tue bellissime lettere intrise di affetto delicato: ”a coloro che non contano niente”, “a coloro che si sentono falliti”, “a coloro che non trovano pace”, “ ai drop out”, “a coloro che soffrono nel corpo”, “ai giovani disoccupati”, e persino “a chi non ha il coraggio di cambiare” .
Ti piaceva quella citazione del filosofo francese Garaudy quando diceva ai cristiani: “Cristo è nel pane. Però ricordate che i discepoli lo riconobbero allo spezzare del pane”.
Ci proponevi di entrare nel mistero della Risurrezione soprattutto per sperimentarne tutto lo spirito di vita nuova. Sperimentare Cristo risuscitato, nell’oggi. Sperimentare in tutte le relazioni personali e sociali la realtà di Gesù vivo e vivificante. Gesù da risorto ha dato infatti appuntamento ai discepoli, e anche a noi oggi, “al monte”, quello del sermone della montagna, delle beatitudini, dove ha orientato i credenti nel Padre a un nuovo spirito e a una nuova pratica di vita. Risorto, Gesù ci fissa un appuntamento per comunicarci il suo spirito nuovo che potremo conoscere nella misura in cui lo sperimentiamo nella nostra vita personale.
Per questo tu hai rinunciato ai discorsi dotti. Anche se tu amavi molto la poesia. Citavi le espressioni poetiche di gente in ricerca, inquieta, povera di sicurezze. Amavi i generi letterari dei pensatori dell’alterità e dell’etica del volto, di Emmanuel Lévinas, di Martin Buber e di Italo Mancini, come quelli non scritti di Marta o di Gennaro o di Bartolo, il vecchietto che d’inverno o d’estate incontravi quando andavi a Roma all’angolo della libreria “L’Ancora” dove si apre piazza San Pietro.
Ascoltavi e pensavi. Forse ti mettevi a leggere tanti pensatori proprio per capire meglio, cioè per discernere più precisamente il senso dei cammini del mondo. Sentivi che i pensieri di Sandro distrutto dall’aids, di Mohamed, “un tempo beduino per i deserti del Magreb e ora nomade per le solitudini allucinanti delle nostre arterie metropolitane”, quelli di Lévinas nei suoi libri “Il volto dell’Altro” o “L’irruzione dell’Altro” partivano dallo stesso deserto che talvolta è la vita e sentivi il bisogno di accostarli, come se salissi con loro in una carovana per attraversare questo deserto arido e avere meno paura conversando e facendo strada insieme.
Occorre spalancare la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi insieme”.
Ti rivolgevi a Dio con gratitudine perché “le nostre storie personali si sono incrociate alla tua presenza divina…” e anche perché “entri in comunione con tutte le culture, ma nello stesso tempo le trascendi e non ti identifichi stabilmente con nessuna di esse”.
Una volta hai ascoltato il prof. Nanni parlare di un’umanità da lui identificata come “convivialità” e “convivialità delle differenze” e questa espressione ti è piaciuta molto. L’hai accostata a testi di Isaia e ad alcuni del Concilio. L’hai ripresa come un richiamo fondamentale per vivere e proporre una spiritualità della pace “perché convivialità rinvia all’idea di solidarietà, simbolizzata appunto da un’unica tavola dove tutti, oltre che mangiare, possono dialogare, scambiarsi le espressioni festose dell’amicizia, e aggiungere una sedia in più per l’ospite che arriva in ritardo… C’è poi il termine differenze. E questo fa capire che la convivialità accetta, anzi valorizza le diversità: non omologa, non uniformizza, non manipola le culture degli altri, non annulla il prossimo, ma lo esalta e lo accoglie come valore. Per i credenti in Gesù Cristo questa definizione ha anche il vantaggio di far capire l’analogia esistente tra l’impegno storico e la vita trinitaria, la quale, appunto, è convivialità di tre Persone, uguali tra loro, ma anche distinte, che vivono a tal punto la comunione da formare un solo Dio”.
Ti piaceva sentire la Chiesa chiamata a operare nel mondo questa convocazione nell’unità.
La Chiesa come famiglia umana è generata dallo Spirito. La spiritualità della pace è ispirata e diffusa da Lui. Nel silenzio e nella preghiera sentivi palpitare nello Spirito tutti i pellegrini che con linguaggi e con culture diverse convergono nella costruzione della pace.
Sentivi che la stessa spiritualità della pace aveva bisogno di esprimersi con una dimensione cosmica.
A questo proposito amavi citare Teilhard De Chardin quando, predisponendosi all’Eucaristia, scriveva: “Il sole laggiù ha appena illuminato l’estrema frangia del primo oriente. Una volta di più, sotto l’increspata giacenza dei suoi fuochi, la superficie vivente della terra si sveglia, freme, ricomincia la paurosa fatica. Io collocherò sulla patena, o mio Dio, la messe tanto attesa di questo nuovo sforzo. Verserò nel mio calice il succo di tutti i frutti che oggi verranno frantoiati. Il mio calice e la mia patena sono la profondità di un’anima largamente aperta a tutti gli sforzi che in un istante stanno per innalzarsi da tutti i punti del globo, per convergere verso lo Spirito. Venga quindi tutt’intorno a me il ricordo e la mistica presenza di tutti coloro che ora la luce sta svegliando per una nuova giornata”.
Scrivevi su questo una la splendida preghiera offertoriale: Ricevi, Signore, quest’ostia totale che la tua presenza ha formato all’alba del nuovo giorno. Ostia totale: è tutto il mondo, anzi tutto l’universo con tutta la sua bellezza, con tutta la sua storia, con tutti i segni.
Questa è l’ostia totale stretta nell’ostia eucaristica. T. De Chardin dice all’inizio: non avevo né pane né vino per celebrare la Messa. Allora ho scavalcato i segni per dire a Dio: offro a Te quest’ostia totale. Ricevete Signore quest’ostia totale che la creazione, spinta dal vostro richiamo, vi presenta all’alba di questo nuovo giorno.
Questo pane, nostra fatica, non è il segno – lo so – che di un’immensa disgregazione di pane.
Questo vino, nostro dolore, non è ancora – ahimè – che una bevanda dissolvente. Ma al fondo di questa massa informe Voi avete messo – ne sono certo perché lo sento – un irresistibile e santificante desiderio che finisce col farci tutti gridare, empi o fedeli: “O Signore, fateci tutti una cosa sola!”.

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