PAROLA A RISCHIO

Stola e grembiule

Quale visione ecclesiologica e teologica nelle parole di don Tonino?
La Chiesa-comunione, al servizio dei poveri e dipinta di profezia.
Proprio come annunciava il Concilio Vaticano II.
Luigi Bettazzi (Vescovo emerito di Ivrea)

Quando vogliamo designare la Chiesa, la immaginiamo con i paramenti addosso, il vescovo con la mitra, il pastorale: ecco il simbolo della Chiesa che prega. Oppure con la Bibbia in mano: la Chiesa che spiega la parola… Però l’immagine più bella, direi più consona al linguaggio biblico, è la Chiesa del grembiule. Nel Vangelo di Giovanni si dice: “Gesù allora si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse un grembiule e si mise a lavare i piedi”.
Si cinse un grembiule: tra i paramenti ecclesiastici che dovrebbero trovarsi in sacrestia, l’unico che avrebbe diritto di starci è il grembiule; invece non c’è. […] Capite che la nonviolenza comincia di lì: l’etica del volto. Sono convinto che noi ci apriremo alla dimensione divina proprio a partire dal volto umano
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Don Tonino

Per chi legge oggi gli scritti di mons. Tonino Bello, così come per chi ebbe la ventura di ascoltarlo, ciò che risalta è l’ispirazione teologica che dava al suo discorso e quindi al suo pensiero. Lo faceva. Questo sembrerebbe ovvio quando trattava problemi di Chiesa dal momento che “Chiesa” è già di per sé un tema teologico. Eppure troppo spesso esso viene affrontato sul piano sociale o, come si suol dire, “apologetico”, cioè sul piano polemico della giustificazione delle proprie posizioni di fronte a chi le attacca o le ignora. Lo stesso studio di questo tema iniziava, ai nostri tempi (ahimé... sessant’anni fa!) con una lunga trattazione degli aspetti contestati dagli “avversari”, a cui seguiva (quando non veniva omesso per mancanza di tempo) un rapido accenno agli aspetti strettamente teologici.

La Trinità
Fu il Concilio Vaticano II a rovesciare profondamente la prospettiva, partendo – nella costituzione sulla Chiesa, chiamata dalle sue prime parole “Lumen gentium” – dalla Chiesa come “mistero”, cioè derivata dalla SS.ma Trinità e realizzata nel popolo di Dio, che vive ed esprime la profezia, il sacerdozio e la regalità di Gesù Cristo, e di cui la gerarchia è al servizio (ministero). Qui don Tonino inseriva la sua nota osservazione che la Chiesa, per la comunione interna dei suoi membri e per la promozione della solidarietà nel mondo, è chiamata ad essere “parabola, metafora, icona della SS. Trinità, in cui il Padre, il Figlio e lo Spirito vivono così profondamente l’uno per l’altro che formano un solo Dio” (“Non dico 1 + 1 + 1, perché così fa sempre tre, ma 1 x 1 x 1: fa sempre uno”).
Questa Chiesa-mistero si realizza e si alimenta nel mistero eucaristico: è lo stesso Concilio – nella Costituzione sulla Liturgia “Sacrosanctum Concilium” – a dichiarare che la liturgia eucaristica, la Messa, è il momento più alto e la fonte della vita della Chiesa, e quindi di ogni cristiano. Don Tonino viveva e presentava così la Messa, che parte dalla Parola di Dio, rende presente Gesù Cristo nella sua morte e risurrezione e, ravvivando l’azione dello Spirito Santo, rende possibile la comunione, sia al di dentro della Chiesa, come ricompattamento e assunzione di responsabilità (in primo luogo tra clero e laicato), sia nel mondo come accettazione delle diversità (la “convivialità delle differenze”) e come impegno di solidarietà e di pace.

Il servizio
Questa sua adorazione viva della SS. Trinità, come questo amore appassionato a Cristo, lo portava alla condivisione dell’attenzione e della solidarietà verso i più poveri, i più sofferenti, i più abbandonati. Così cercava fosse la sua Chiesa, così auspicava e si impegnava perché fosse tutta la Chiesa. E aveva proposto l’immagine della “Chiesa del grembiule”. Aveva infatti osservato che mentre gli Evangelisti sinottici si dilungano a descrivere – nell’Ultima Cena – i gesti e le parole con cui Gesù aveva istituito l’Eucaristia, l’evangelista Giovanni, che scrive dopo gli altri e si preoccupa di integrarli, con sintesi teologiche ma anche ricordando particolari omessi, riassume (nel cap. 13) l’Ultima Cena – già sufficientemente descritta – con una frase (“Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”), ma aggiunge l’episodio – che gli altri hanno omesso – della “lavanda dei piedi”.
È accurata la descrizione che Giovanni fa dei vari momenti di questo episodio significativo, anche con le resistenze di Pietro, come sono importanti le deduzioni che Gesù ne fa sull’atteggiamento di servizio, che i capi della Chiesa devono avere nei confronti dei “fedeli”, ma anche dei fedeli cristiani stessi nei confronti di tutti gli uomini. Così come è determinante il comando che Gesù dà agli Apostoli dopo la lavanda dei piedi, che corrisponde a quello che gli altri Evangelisti hanno ricordato dopo l’istituzione dell’Eucaristia: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Poiché Giovanni, collegandosi con gli altri che avevano iniziato il racconto dicendo che “Gesù, alzatosi, prese il pane... prese il calice.. .”, dice invece che Gesù... “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un grembiule e se lo cinse alla vita”, commentava che l’unico “paramento liturgico” della prima Messa era stato appunto il grembiule, e che la Chiesa – e ogni cristiano – per celebrare coerentemente l’Eucaristia, avrebbe dovuto farlo cingendosi il grembiule, cioè mettendosi nell’atteggiamento del servizio, promuovendolo in sé e intorno a sé.

Dalla parte dei poveri
Con la sua arguzia, don Tonino scriveva: “Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sagrestie con l’aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di samice d’oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d’argento”, per aggiungere subito che “stola”, cioè segno e strumento di culto, e “grembiule”, simbolo del servizio e della carità, non sono alternativi, ma “quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale”. E commenta e sviluppa, applicando alla vita della Chiesa, del sacerdote e del cristiano, le tre frasi con cui Giovanni introduce la lavanda dei piedi: “si alzò da tavola”, come dinamismo di volontà d’impegno, “depose le vesti” delle abitudini e dell’egoismo, “si cinse di un grembiule” della condiscendenza, della condivisione, del coinvolgimento in diretta nella vita dei poveri. (Ed è un peccato non poter citare il parlare brillante di don Tonino quando richiama la sfida alla mentalità corrente:: “Col cencio ai fianchi, con quel catino nella destra, con quel piglio vagamente ausiliare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca”).
Don Tonino precisa che un vero servizio ai poveri deve saper risalire alle cause della loro povertà, perché accanto alla condivisione dei nostri beni con loro (anche da parte delle nostre comunità e dei nostri organismi), ci sia la coraggiosa denuncia delle ingiustizie e dei soprusi e ci sia l’educazione dei cristiani al coraggio politico della giustizia e della solidarietà.
Don Tonino amava affermare l’impegno preso dalla CEI di “ripartire dagli ultimi”, e di “ripartire insieme”, riconoscendo che “gli ultimi non vanno considerati solo come destinatari delle nostre esuberanze caritative o come terminale delle nostre effusioni umanitarie, ma soprattutto come i protagonisti della storia della salvezza che il Signore vuole ancora realizzare sulla terra a vantaggio di tutti”.
Mi basti solo accennare come don Tonino sapesse vedere nelle guerre, oltre che un fatto umanamente immorale, proprio un evento che penalizza in primo luogo i più poveri, che rende gli ultimi... più ultimi, e che quindi una forma primaria di servizio che la Chiesa deve rendere al mondo è proprio l’annuncio, la promozione della pace, di una pace effettiva al di dentro delle sue strutture, come al di fuori di sé, nel mondo. E questo diventerà un criterio primario con cui la Chiesa – nel suo insieme e in ciascuna delle sue articolazioni – potrà e dovrà valutare la propria fedeltà a Gesù Cristo e al mondo.

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