SPESE MILITARI

Tra Bruxelles e Washington

Il confronto con gli Usa e la qualità della spesa della difesa dell’Unione.
Achille Lodovisi

La definizione della politica estera e di difesa dell’UE investe direttamente la sostanza effettuale della costruenda ‘cittadinanza europea’. Oggi, con sempre maggior insistenza, la questione viene sbrigativamente liquidata con la richiesta di incremento delle spese militari, provvedimento indicato come una panacea capace di portare a soluzione i problemi e i contrasti di natura politica esistenti, riducendo la vicenda a un esercizio di pura contabilità.
Si tratta di una visione per larghi tratti in sintonia con quella che i vertici statunitensi hanno espresso sin dal 1998, anno in cui Francia e Gran Bretagna, con la dichiarazione congiunta di Saint Malo, indicarono per l’UE l’obiettivo di possedere in futuro la capacità autonoma di agire nelle crisi internazionali per mezzo di uno strumento militare credibile.
Negli Stati Uniti, così come accadeva nella Mosca di Breznev nella seconda metà degli anni ‘70 e nei primi anni ‘80, si è combattuti tra la richiesta pressante di un sostanziale contributo in termini di aumento delle spese militari e della partecipazione attiva degli alleati europei alla strategia delle guerre ‘preventive’ (divenuta ormai insostenibile per gli Usa dal punto di vista eco nomico e politico), e il timore che l’Europa – già sufficientemente forte dal punto di vista economico e industriale –, mettendo a punto una politica estera e uno strumento militare comune, provochi lo sgretolamento della postura egemonica statunitense nel Vecchio Continente, acquisendo la capacità di pianificare, scegliere le priorità e le strategie, e attuare in maniera autonoma la propria politica di difesa.

Le spese militari europee
Gli alleati europei degli Usa non sembrano per il momento intenzionati, secondo gli ultimi dati resi disponibili dal SIPRI di Stoccolma, ad aderire alle richieste statunitensi basate sull’opinione che l’importanza della politica di sicurezza comune europea risieda nel mero aumento degli stanziamenti per la difesa.
Tra il 1998 e il 2002 le spese militari dei Paesi europei aderenti alla NATO (Turchia esclusa) sono cresciute in termini reali da 150 miliardi di dollari (cost. 2000) a 152,3 (+ 1,5%), con due picchi di 153,2 miliardi negli anni 2000 e 2001. Si tratta di un livello di investimenti inferiore del 15,5% rispetto a quello del 1988. A titolo di raffronto, si ricorda che negli Usa la contrazione tra il valore del 1988 e quello del 2002 è stata del 21,3%. Se si considera l’incidenza degli stanziamenti dei Paesi europei della NATO sulle spese militari mondiali nel periodo 1988 2002, emerge come essa si sia mantenuta mediamente sul 21,5% nell’arco temporale 1988-1997 per poi far registrare i valori di 21,7%, 21,9%, 21,2% nel triennio 1998-2000, percentuali che sono diminuite al 20,7% e 19,4% in corrispondenza con l’avvio della fase di espansione del bilancio militare statunitense. Tale tendenza si ripete con lievissime differenze considerando l’incidenza delle spese militari dei Paesi membri dell’Unione Europea (21,3% nel 1988; 19,6% nel 2002), e dell’Unione allargata a 25 Stati che si concreterà nel 2004 (22,1% nel 1988; 20,2% nel 2002).
Sul lungo periodo (1988 2002) si evidenza come a partire dal 1998, dopo un decennio di contrazione, gli stanziamenti per la difesa degli alleati europei abbiano iniziato lievemente ad aumentare. Indubbiamente su tale tendenza hanno esercitato un influsso notevole gli eventi politici e militari che hanno accompagnato la guerra contro la Jugoslavia nel 1999, tra i quali spicca l’adozione della Defence Capabilities Iniziative (DCI), il programma volto a potenziare le capacità militari dei membri della NATO. Per quanto concerne l’incidenza delle spese militari sul PIL, se si assume come limite funzionale alle esigenze stabilite dall’Alleanza atlantica la soglia del 2% – richiesta come ‘biglietto d’ingresso’ ai 7 Paesi che entreranno a far parte della NATO nel 2004 –, sono ben nove i Paesi attualmente membri che la superano (Repubblica Ceca, Francia, Grecia, Norvegia, Polonia, Portogallo, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti), stando alle previsioni per il 2002 pubblicate dalla stessa NATO. I restanti Paesi (Belgio, Danimarca, Germania, Ungheria, Italia, Lussemburgo, Olanda, Spagna e Canada) restano al di sotto del limite, anche se le valutazioni del SIPRI, relative all’anno 2001, divergono da quelle della NATO nel caso dell’Italia (2% per il SIPRI; 1,7% per l’Alleanza).
Una certa dose d’inerzia nel seguire il modello affermatosi negli Stati Uniti emerge anche dal confronto tra la ripartizione delle spese militari per categorie nel periodo 19982002 dei Paesi europei della NATO e quella degli Usa (cfr. tabella). Infatti, contrariamente a quanto avviene oltre Atlantico, gli stanziamenti degli Stati d’Europa (Turchia esclusa) sono assorbiti per più del 40% dalle spese per il personale, a dimostrazione di quanto lungo, differenziato da Paese a Paese, e oneroso sia il passaggio dal sistema basato sulla leva a quello incentrato sui soldati di professione; le spese per l’acquisto di armamenti e servizi e la ricerca e sviluppo sono notevolmente inferiori, sia nei valori assoluti che nell’incidenza sul bilancio, a quelle degli Stati Uniti.
La crisi economica che attualmente sta interessando, seppure in misura diversa, tutti i Paesi dell’UE può offrire una spiegazione convincente alla riluttanza degli europei a seguire gli Stati Uniti nell’espansione delle spese militari. In questa luce, il piano proposto dal ministro della Difesa italiano Martino ha suscitato numerose e forti perplessità: per recuperare il ‘ritardo’ nei confronti dell’apparato bellico Usa, l’UE dovrebbe permettere ai singoli Stati di aumentare notevolmente le spese militari soprattutto in ricerca e sviluppo e per le acquisizioni di nuovi sistemi d’arma, sottraendo tuttavia tali spese dal calcolo del disavanzo pubblico, allo scopo di evitare che l’espan sione dei bilanci per la difesa metta a rischio il Patto di stabilità; in tal modo, mentre le spese per la pubblica istruzione, la sanità, lo stato sociale, la ricerca e sviluppo nei settori civili, le infrastrutture, il miglioramento della qualità ambientale, ecc., rimarrebbero soggette ai vincoli strettissimi relativi al rapporto tra deficit e PIL previsti dal trattato di Maastricht, gli investimenti pubblici per gli armamenti sarebbero liberi di crescere a dismisura.

Le tendenze future
Le ragioni di coloro che reclamano un pronto allineamento alla strategia statunitense sono discutibili se vengono confrontate con la realtà maturata in Europa proprio sul versante delle spese per la difesa e dell’approntamento della Forza di Reazione Rapida. Con l’attuale livello di stanziamenti sono stati conseguiti più dei due terzi dei 144 obiettivi operativi fissati nel novembre 2000 per poter giungere allo schieramento, entro il 2003, dei 100.000 uomini, 400 aerei da combattimento e 100 navi che costituiscono il nerbo della prevista FRR.
Nei prossimi 10-15 anni, secondo uno studio commissionato dal governo britannico, per promuovere le capacità militari dei Paesi dell’Unione Europea di rispondere alle crisi internazionali, dovranno essere stanziati dai governi degli Stati membri più di 25 miliardi di dollari in investimenti aggiuntivi. Già tenendo conto della dinamica di lungo periodo (19882002) le spese militari dei Paesi dell’UE potrebbero raggiungere nel 2005 i 177,6 miliardi di dollari (cost. 2000), un livello prossimo a quello degli ultimi anni della Guerra fredda. Se anche ci si limita all’analisi dell’andamento degli stanziamenti tra il 1998 e il 2002, l’estrapolazione indica per il 2005 un ammontare di 154,8 miliardi di dollari (+ 1,5 miliardi rispetto al 2002). Con gli stanziamenti aggiuntivi ipotizzati dallo studio britannico l’onere per i bilanci pubblici potrebbe addirittura crescere ulteriormente.
Se poi la competizione con gli Usa è da intendersi come quella per la conquista di nuovi mercati per le esportazioni di armamenti, va notato che tra il 1998 e il 2002, secondo i dati resi noti dal SIPRI relativi al commercio di grandi sistemi d’arma, i sei Paesi europei firmatari dell’Accordo quadro di Farnborough per la ristrutturazione dell’industria europea della difesa (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Svezia) hanno fatto fronte alla contrazione del mercato mondiale (da 23,2 miliardi di dollari nel 1998 – a prezzi costanti 1990 – a 16,5 nel 2002) in maniera migliore rispetto a quanto accaduto agli Usa. Infatti, nel periodo considerato in valore assoluto, le loro esportazioni sono diminuite di soli 2,4 miliardi di dollari, contro gli 8,9 degli Usa. La quota di mercato dei sei Paesi europei si è stabilizzata su livelli di poco superiori al 20%, mentre quella degli Usa è crollata dal 55,2% del 1998 al 23,9% del 2002.
Esistono infine contrasti anche su come finanziare la politica di difesa. Due diverse scuole di pensiero si affrontano: c’è chi infatti chi preferisce la ristrutturazione e razionalizzazione degli stanziamenti, affidata alla volontà dei singoli Stati, piuttosto che l’aumento delle spese militari. Il dibattito è aperto anche a proposito della titolarità dello sforzo finanziario richiesto: Francia, Germania e Gran Bretagna, contrariamente a quanto sostenuto da altri Paesi, premono affinché si giunga a un bilancio gestito a livello intergovernativo. Insomma, differenze e divisioni restano all’ordine del giorno.

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