SOCIETÀ

Armi il rischio allargamento

I problemi del controllo dell’export bellico potrebbero crescere con l’ingresso dei nuovi Paesi nell’Unione.
Nicoletta Dentico

Il controllo delle esportazioni di armi sotto la presidenza italiana dell’Unione Europea: il titolo del seminario ben decifra l’obiettivo dell’incontro a porte chiuse, tenutosi il 19 e 20 giugno scorso a Roma, tra le maggiori realtà internazionali ed europee impegnate sulla questione del disarmo – Saferworld, IANSA, Amnesty International, la Fondazione Arias – a pochi giorni dalla data di assunzione da parte dell’Italia della presidenza dell’Unione Europea, a ridosso della definitiva e contrastata ratifica da parte del nostro governo dell’Accordo Quadro di Farnborough, che tanta mobilitazione ha riattivato intorno alla questione del commercio delle armi.
Si è trattato per la campagna italiana, co-promotrice del seminario che ha ormai da qualche anno una consuetudine concomitante al turno di presidenza UE, della prima occasione di confronto pubblico con i rappresentanti del governo che seguono il dossier sulle armi (erano presenti il Ministro Ferdinando Zezza e il Consigliere Paolo Cuculi del MAE), e di dialogo aperto con i più accreditati attori della società civile europea sulla necessità di condurre una serrata battaglia per garantire maggiore trasparenza e controlli più rigorosi in materia di produzione, commercio ed esportazioni belliche. Una necessità suffragata dal fatto che l’accesso all’attuale gruppo dei 15 Paesi UE di altri 10 membri a partire dal 2004 pone una serie di incognite piuttosto gravi, anzi pericolose, sui non facili risultati ottenuti finora.

Effetto boomerang
È un dato tutt’altro che trascurabile il lassismo legislativo e la disinvoltura delle pratiche in materia di commercio delle armi da parte di diversi dei nuovi membri UE, alcuni dei quali – la Repubblica Ceca, Malta e Cipro – ricorrono con preoccupante frequenza nei rapporti indipendenti sul traffico dei sistemi d’arma che coinvolgono Paesi in guerra o indigeribili regimi del sud del mondo. L’entrata di questi Paesi, i cui governi nell’attuale contingenza ricadono nell’orbita geopolitica americana perlopiù, potrebbe comportare un significativo abbassamento delle soglie giuridiche – peraltro già og gi assai poco rigorose – cui fa riferimento l’Unione Europea.
In questa prospettiva assai poco rassicurante, il dibattito ha rivolto molta attenzione alla questione del Codice di Condotta Europeo, introdotto nel 1998. Si tratta probabilmente, secondo Roy Isbister di Saferworld, del miglior strumento multilaterale attualmente disponibile in materia di controllo sulle armi, il che non significa affatto che non ci sia ancora moltissima strada da percorrere per renderlo più trasparente ed efficace sul piano europeo.

UN’AGENZIA PER LE ARMI
1. L’Agenzia europea per gli armamenti, la ricerca e le capacità militari, posta sotto l’autorità del Consiglio dei ministri, ha il compito di:
a) contribuire a individuare gli obiettivi di capacità militari degli Stati membri e a valutare il rispetto degli impegni in materia di capacità assunti dagli Stati membri;
b) promuovere l’armonizzazione delle esigenze operative e l’adozione di metodi di acquisizione efficienti e compatibili;
c) proporre progetti multilaterali per il conseguimento degli obiettivi in termini di capacità militari e assicurare il coordinamento dei programmi attuati dagli Stati membri e la gestione di programmi di cooperazione specifici;
d) sostenere la ricerca nel settore della tecnologia della difesa, coordinare e pianificare attività di ricerca congiunte e studi per delineare le soluzioni tecniche che rispondono alle esigenze operative future;
e) contribuire a individuare e, se del caso, attuare qualsiasi misura utile per potenziare la base industriale e tecnologica del settore della difesa e per migliorare l’efficacia delle spese militari.
2. L’Agenzia è aperta a tutti gli Stati membri che desiderano parteciparvi. Il Consiglio dei ministri, deliberando a maggioranza qualificata, adotta una decisione europea che fissa lo statuto, la sede e le modalità di funzionamento dell’Agenzia. Detta decisione tiene conto del grado di partecipazione effettiva alle attività dell’Agenzia. Nell’ambito dell’Agenzia sono costituiti gruppi specifici che riuniscono gli Stati membri impegnati in progetti congiunti. L’Agenzia svolge le sue missioni in collegamento con la Commissione se necessario.
(Articolo III-212 del progetto di trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa)
Su questo punto, inevitabilmente, è emersa la differenza di prospettive della campagna italiana, che ha sempre considerato questo accordo un pericoloso passo indietro rispetto agli standard fissati dalla legge 185 del ‘90, e il cui potenziale effetto boomerang – paventato nel passato – si è palesato in tutta la sua rilevanza nell’arretramento dovuto alla modifica di questa legge avvenuta con la ratifica dell’accordo di Farnborough, laddove gli standard del Codice sono sembrati più appetibili alle logiche industriali.
Alcune delle dinamiche che accompagnano il Codice di Condotta, quali ad esempio il Gruppo di Lavoro sulle Armi Convenzionali (COARM) e il Meccanismo di Consultazione e Dinieghi sui destinatari potenziali delle esportazioni, hanno risvolti intrinsecamente positivi perché costringono i Paesi UE a un costante esercizio – seppur parziale – di trasparenza e di negoziato. Dei 43 casi di consultazione registrati, ne sono stati finalizzati 41, sui quali tuttavia poco o nulla si sa, a eccezione dello scandalo provocato in Belgio dalla decisione del governo di Bruxelles di esportare in Nepal alla chetichella, quindi in violazione del Codice di Condotta, le armi che il piccolo Stato asiatico si era viste negate dalla Germania. La vicenda ha sortito ampia eco sulla stampa, e il Belgio si è trovato costretto, sulla spinta della forte reazione della società civile, a modificare la propria legislazione sul commercio delle armi.

Il ruolo dei cittadini
Che la società civile giochi un ruolo fondamentale per spingere in avanti i criteri del Codice è fuor di dubbio. Esso fa acqua in diversi punti, ancora: non obbliga gli Stati a produrre i loro report annuali (mancano del tutto quelli di Austria, Grecia, Lussemburgo); non vincola obbligatoriamente i Paesi a partecipare al processo di consultazione; non impone il controllo sulle merci in transito; dimostra tutta la propria incapacità di pianificazione nelle dinamiche volte all’adesione dei 15 nuovi Paesi dell’Unione. Eppure è oggi la sede in cui si negoziano dossier impensabili solo cinque anni fa: la questione delle produzioni su licenza e, più spinoso ancora, il capitolo delle intermediazioni sul commercio delle armi, su cui COARM ha assunto di recente una posizione comune che rivendica un albo degli intermediatori (la Francia ce l’ha, e anche gli Stati Uniti) e il concetto del controllo extraterritoriale sul loro operato. Su questo fronte l’Italia, per sua stessa ammissione, sta fortemente indietro.
Alla campagna italiana è toccato ricordare ripetutamente la priorità dell’Accordo Quadro di Farnborough, su cui minore è l’attenzione delle controparti europee. L’Italia, la cui capacità di mobilitazione è stata peraltro assai apprezzata nel corso dell’incontro – non solo la pressione per la salvaguardia della 185/90, ma anche la “Campagna Banche Armate” copromossa da Mosaico di pace – ha del resto rappresentato in più occasioni, nel corso del dibattito, un proprio punto di vista, non facendo eccezione in questo rispetto alle singole mobilitazioni nazionali, ognuna delle quali segue inevitabilmente le agende politiche del proprio Paese: vale per la campagna belga, che si occupa, in solitudine perlopiù come noi su Farnborough, della tracciabilità delle armi.
Questa frammentazione non giova, ed è giustamente arrivato il momento di coordinare adeguatamente le iniziative sul piano anche europeo, il vero campo su cui si gioca questa partita. Il lavoro da fare, per quanto riguarda le ONG, è immenso, ribadisce Holger Anders di IANSA, soprattutto se ascoltiamo le voci dei rappresentanti che provengono dai Paesi che stanno per accedere all’UE – Dean Zagorac di Amnesty International Slovenia e Filip Pospisil della Repubblica Ceca – che insistono sulla necessità di un rafforzamento dei loro networks locali, in uno scenario di società civile assai debole in Europa orientale.
L’incontro di Roma ha, in questo senso, segnato i primi passi di un cammino auspicabilmente europeo. Il prossimo appuntamento a Dublino a settembre, per mettere a fuoco un’agenda comune – oggi ancora troppo polverizzata in mille iniziative – e una comune strategia operativa a fronte delle enormi sfide imposte da quello che il portavoce della Campagna italiana, Tonio Dell’Olio, ha definito “il passaggio dall’equilibrio del terrore al terrore senza equilibrio”.

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