POLITICA

Dalla crisi al disastro

Il pacchetto legislativo sulla sicurezza apre scenari preoccupanti per il nostro paese. Quali principi costituzionali viola? Quale sicurezza si pensa di poter garantire alla comunità?
Gian Carlo Caselli (Magistrato, Procuratore Generale di Torino)

Articolo 1 della Costituzione della Repubblica italiana: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Chiaro come il sole. Chi vince le elezioni, chi riceve più consensi dal popolo sovrano, governa e ha il potere-dovere di operare secondo le scelte che gli sembrano più opportune. Ma non può fare tutto quel che vuole. Non può stracciare quei limiti che la Costituzione fissa fin dal suo primo articolo. Ora, la solidità di questi limiti è garantita – fra l’altro – dall’effettività dei poteri di controllo, fra i quali rivestono fondamentale importanza il controllo di legalità (affidato alla magistratura) e il controllo sociale, che presuppone un’informazione libera e pluralista.

L’informazione
Sul versante dell’informazione – che proprio pluralista, in Italia, non è… – si profilano novità negative in punto libertà. Il progetto di legge approvato dal Consiglio dei Ministri in tema di intercettazioni stabilisce infatti che “è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto o nel contenuto, di atti di indagine preliminare, nonché di quanto acquisito al fascicolo del pubblico ministero o del difensore, anche se non sussiste più alcun segreto, fino a che non siano chiuse le indagini preliminari”. Come a dire che delle inchieste in corso non si potrà più scrivere nulla (per mesi o per anni), se non – forse – il nome dell’indagato, ma guai a precisare per quale reato si procede e qualunque altra circostanza utile a conoscere e controllare il lavoro dei magistrati. Tempi duri per tutti i cronisti, dunque.
Malasanità, mala-amministrazione, malapolitica, malagiustizia, corruzione, collusioni con la mafia, furbetti del quartierino, scalate alle banche, risparmiatori truffati scompariranno di colpo e miracolosamente, insieme a omicidi, rapine, stupri, sequestri di persona…
Nel senso che non potendone assolutamente parlare non esisteranno più. Attenzione: il divieto è totale, non è limitato (e sarebbe comunque grave) alle sole intercettazioni. Come si è visto, va ben oltre, con conseguenze che per la libertà d’informazione sono devastanti.

Intercettazioni
Quanto poi alle intercettazioni, mi sembra da condividere la riflessione di chi (Nando dalla Chiesa) osserva che da sempre gli “arcana imperii” segnano le barriere con cui il potere cerca di proteggere le sue deviazioni. Le intercettazioni violano queste barriere, mettono a nudo il potere. Che mal tollera di essere controllato, per cui ben si spiega l’ostilità di gran parte della politica (trasversalmente) per questa forma di incisivo controllo che sono appunto le intercettazioni. Più in generale, è fuori discussione che le intercettazioni sono uno strumento utilissimo, spesso decisivo, sul piano investigativo-giudiziario.
Per contro, il progetto di legge citato si propone di ridurne drasticamente gli ambiti di operatività. Innanzitutto vietando le intercettazioni per tutta una serie di reati anche gravi (sequestro di persona, estorsione, rapina, associazione per delinquere, furto in alloggio, stupro e violenza sessuale, bancarotta fraudolenta, frodi fiscali, calunnia, sfruttamento della prostituzione…).
In secondo luogo imponendo che le intercettazioni non possano durare più di tre mesi, quasi che i delitti avessero delle scadenze come le cambiali! Infine fissando la regola, davvero incomprensibile, secondo cui le intercettazioni disposte per un certo delitto, per esempio rapina, non valgono se portano alla scoperta di prove per un delitto diverso, per esempio omicidio (sic!).
Come si vede, si parla tanto di sicurezza e poi si progettano leggi che vanno in direzione opposta. Contraddittorio, se non peggio.

Sicurezza
Ma c’è di più. Nel decreto legge specificamente destinato ai temi della sicurezza, sono stati inseriti – in sede di conversione in legge – due emendamenti.
Il primo riguarda l’impiego di militari dell’esercito sul territorio, misura che (al di là delle intenzioni) può risultare controproducente. Perché muove nella direzione dell’aumento delle risorse destinate alla sola repressione, con conseguente riduzione delle spese per alloggi, lampioni in periferia, trasporti pubblici meno degradati, politiche di inserimento… Ciò che può portare a un aumento della microcriminalità e quindi a sempre nuova insicurezza: un corto circuito con cui le politiche meramente securitarie si alimentano. Il secondo emendamento riguarda il blocco per un anno di circa 100.000 processi commessi fino al giugno 2002 (il perchè di questo spartiacque sfugge a chiunque ragioni secondo parametri di logica e buonsenso….), processi relativi a una sfilza di reati che c’è da non crederci: oltre a quelli già elencati parlando di intercettazioni, ecco lo scippo, l’usura, la corruzione, il peculato, la vendita di prodotti con marchi contraffatti, la detenzione di materiale pedo-pornografico, il porto di armi anche clandestine, l’omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale o per colpa medica, il traffico di rifiuti, l’adulterazione di sostanze alimentari, la somministrazione di medicinali pericolosi… E via seguitando con reati che hanno direttamente a che fare con diritti fondamentali dei cittadini, tra cui la salute e la sicurezza: quella sicurezza che con una mano (decreto-legge) si vuol tutelare e con l’altra (emendamento al decreto) si penalizza. Salvo poi – in extremis – barattare l’emendamento con un qualche lodo che garantisca l’immunità a quattro cittadini più uguali (molto più uguali) di tutti gli altri.

E la giustizia?
Bloccare 100.000 processi per un anno, vuol poi dire che alla scadenza – quando i processi dovranno essere ripresi insieme a quelli che frattanto sono proseguiti o sono cominciati – si verificherà uno spaventoso ingorgo che rischia di paralizzare la giustizia. Dalla grave crisi di oggi si passerebbe al disastro. Disastro possibile di cui la nuova finanziaria – approvata dal Consiglio dei Ministri il 18 giugno – non sembra preoccuparsi, posto che essa prevede tagli nelle spese “vive” di giustizia, ulteriori riduzioni per gli organici (già in grave sofferenza) di cancellieri e magistrati e semiblocco del turnover. Il pacchetto di norme della finanziaria fermerà più processi persino della legge “blocca processi” e saranno colpi da k.o. per una macchina che già funziona pochissimo. C’è da chiedersi allora se davvero si vuole che la giustizia funzioni, oppure se non vi sia qualcuno che preferisce condannarla all’inefficienza. Magari un’inefficienza… efficiente, funzionale cioé al varo di riforme che attenuino o cancellino l’indipendenza della magistratura e quindi i controlli verso chi può e conta, essendo tale indipendenza sempre meno difendibile se il servizio giustizia non viene reso neppure a livelli di semplice decenza.
Del resto, proprio sul piano dell’indipendenza della magistratura si registrano novità che pongono pesanti interrogativi, se si pensa a quei giudici “speciali” che sono stati istituiti a Napoli (con decreto-legge) per far fronte ai gravi problemi della “monnezza”. I giudici speciali sono vietati dalla nostra Costituzione e ricorrervi significa esporsi ai pericoli che Gaetano Mosca denunzia con queste parole: “È sperabile che le nostre classi dirigenti… comprenderanno finalmente che, quando si permette uno strappo alla giustizia e alla legalità, non è possibile prevedere dove lo strappo andrà a fermarsi e che può accadere che esso si allarghi tanto da ridurre a brandelli tutto il senso morale di un popolo civile”.
Aggiungiamo l’aggravante della qualità personale di immigrato clandestino e la detenzione per 18 mesi nei CIE (ex CPT) senza reato e senza processo; aggiungiamo la disposizione che impone di prelevare le impronte digitali ai bambini rom: avremo un complesso di interventi segnati dal forte sospetto di violazione del principio costituzionale di eguaglianza, intrecciato con l’illusione di poter fronteggiare un fenomeno epocale come le mi¬grazioni con lo strumento della giustizia penale, del tutto inadeguato al di là delle singole e specifiche manifestazioni criminali.
La conclusione è questa: la tesi che vi sono segnali diversi ma sostanzialmente convergenti, nel senso che la Costituzione repubblicana sta cambiando, nelle prassi se non nelle forme, non si può liquidare con una scrollatina di spalle. In gioco è la qualità della nostra democrazia.
In verità, non poca cosa...

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