PAROLA A RISCHIO

La nonviolenza in Chiesa

Le religioni stentano ad apprendere linguaggi e stili nonviolenti che pur il nostro tempo richiede. E l’auspicio profetico di don Tonino è rimasto spesso inascoltato.
Che fare allora?
Lidia Maggi (Pastora della chiesa evangelica battista di Milano)

Le chiese hanno un ruolo fondamentale da svolgere: riesprimere una radicale mozione di sfiducia a ogni forma di violenza, perché le armi non appartengono più al linguaggio corrente dei popoli. Tutti i credenti in Gesù Cristo debbono presentare una via alternativa a quella delle guerre e delle sovranità nazionali, per il riconoscimento dei legittimi diritti alla libertà di tutti i popoli e per l’avvento di una qualità della vita che sia degna dell’uomo. Con la preghiera, il dialogo e la conversione occorre precedere il futuro nonviolento della storia. Sperando che la ragione lo segua.
Don Tonino Bello

Diciamola tutta: le religioni solo raramente sono state portatrici di nonviolenza. La storia è piena del sangue versato in nome del Dio di turno. Nessuna religione è esente da esso, neanche quelle orientali. L’onestà intellettuale chiede di riconoscerlo. Siamo figli e figlie di questa storia, dove lo stesso Dio che annuncia la pace serve anche a motivare e a giustificare la guerra.
È anche vero, tuttavia, che ci sono stati, nei decenni passati, dei momenti particolarmente felici in cui sembrava che le chiese potessero finalmente far passare questa “mozione di sfiducia alla violenza”, in cui l’anima profetica sembrava prevalere sul bieco realismo che giustifica la guerra. Forse gli ultimi anni della vita di don Tonino sono stati anche segnati dalla gioia di intravedere questa possibilità: il crollo del muro di Berlino, il sogno di una casa comune europea... Ma già prima di morire, il conflitto dei Balcani lasciava intravedere una prospettiva del tutto diversa. La guerra nel Golfo strapperà lo scenario di positive attese.

Il nostro tempo
Ora noi viviamo un tempo in cui le chiese sembrano fare particolare fatica a pensare di poter dire una parola forte e autorevole contro la violenza e le guerre. Non perché manchino le parole, gli appelli etici, i comunicati stampa; piuttosto perché le chiese stesse faticano a intravedere una via alternativa alla violenza.
Paradossalmente, proprio in un momento in cui il cristianesimo e le altre religioni entrano nuovamente in scena come attori principali e la loro voce è assunta come punto di riferimento in una società che non sembra capace di avere una bussola propria di orientamento, per quanto riguarda temi come la pace e la nonviolenza risuona la risposta che Paolo riceve dagli ateniesi: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta”.
E del resto non ci scandalizziamo più di quel tanto se sulla pace e sulla giustizia la società non sembra interessata ad ascoltare le chiese. Abbiamo le nostre responsabilità e i nostri sensi di colpa perché sappiamo di non essere credibili: annunciamo una pace che non riusciamo a vivere nei rapporti personali, tantomeno tra le diverse espressioni ecclesiali. Il cammino ecumenico che ha portato le chiese a interrogarsi sullo scandalo delle divisioni, dopo decenni di incontri cordiali, dialoghi e preghiere comuni, sembra vivere un periodo di stanca. Le chiese sono ancora divise, litigiose e poco disponibili ad accogliersi. Siamo, insomma, testimoni incoerenti. Se questo fosse solo un problema intraecclesiale, legato a beghe interne alle chiese, la situazione, seppure grave, potrebbe essere sopportabile. Ma di fronte all’urgenza di un mondo lacerato da conflitti, di fronte al fenomeno di immigrazioni di massa causate dalla povertà, davanti alle continue morti di profughi che fuggono dalla miseria e dalla violenza dei loro paesi per rifugiarsi nel nostro, dove raramente trovano accoglienza e possibilità di inserimento, che cosa fanno le chiese? Che alternativa indicano? Che contributo sono state in grado di offrire alla pace nel quartiere, nella città, nella nazione e nel mondo?
La prospettiva di don Tonino è esigente, richiede una verifica non solo intraecclesiale ma, soprattutto, storica. La passione profetica di chi vede Sion al di sopra degli altri monti, di chi sogna le chiese come laboratori di pace, punti di riferimento per l’umanità intera, oggi va espressa assieme alla denuncia profetica che questo finora non è avvenuto e non sta avvenendo.
Non ce l’abbiamo fatta, abbiamo fallito. Le chiese non sono state in grado di portare pace. L’auspicio di don Tonino è rimasto inascoltato. Non solo la crisi della ragione, ma anche quella delle chiese.
D’altra parte questo scoramento rischia di diventare un ulteriore alibi per non agire e per ripiegarci sul privato, trasformando la pace in tranquillità interiore.
La mitezza, la nonviolenza, sono molto di più che elementi di una strategia da abbandonare quando fallisce lo scopo. La pace è una spiritualità segnata dalla gratuità. Essa, per dirla con don Tonino, non è un vocabolo ma un vocabolario; non è una tessera del mosaico ma l’intero quadro. Si è figli di Dio in quanto operatori di pace. Allontanarsi da questa spiritualità significa tradire la nostra vocazione: ecco perché non possiamo rinunciare ad essa. Significherebbe rinunciare alla nostra stessa fede.
La nonviolenza, del resto, raramente abita luoghi pacifici, dimora nella serenità dei rapporti armonici. Più spesso si radica nei conflitti della vita. Non nasce in zone protette ma nelle contraddizioni della storia. Che vengono assunte, non rimosse! Oggi la nonviolenza sembra che fatichi a diventare stile di vita anche perché nelle chiese si ha paura di affrontare il conflitto, lo si rimuove o si cerca un facile compromesso. La pace è ridotta a quieto vivere. Come uscire dall’empasse?

Le alternative possibili
Don Tonino ci suggerisce tre strade: conversione, dialogo, preghiera. Strade antiche, già percorse, ma anche sentieri interrotti, che si perdono facilmente nei labirinti della storia. Questo don Tonino lo sapeva bene, poiché chiede alle chiese di ri-esprimere, di provare di nuovo a dare forma, quanto forse nel passato è stato già espresso. Non si può vivere di rendita: ogni generazione di credenti deve trovare il proprio linguaggio per annunciare la pace. La nostra sembra arrivare alla preghiera e al dialogo saltando la conversione: come se mettessimo in atto una relazione verticale (la preghiera) e orizzontale (il dialogo) senza che queste cambino il cuore.
Lo scandalo è che in un panorama di discriminazione e violenza, di esibizione di forza, le chiese non riescono a esprimere una parola differente. Manca una vera conversione. Siamo ancora agli inizi, non siamo davvero convinti che l’evangelo sia vivibile.
Che fare, dunque?
Il primo passo dovrà necessariamente mirare a riconquistare una credibilità: lavorare per una spiritualità, uno stile di vita che sappia inquietare.
Nella formazione interna dei credenti delle diverse confessioni occorrerà mettere all’ordine del giorno la nonviolenza. Noi siamo sconvolti dall’odierna retorica della sicurezza; tuttavia non la disdegniamo a proposito della fede. La chiesa è vissuta come tana, nido, che rende i credenti immaturi, poco responsabili. È decisivo reimparare a lasciarsi disarmare dalla Parola di un Dio che viene come un ladro a rubare le nostre sicurezze, che domanda la disponibilità dell’ascolto, il coraggio delle domande scomode.
Lasciarsi disarmare anche di quel linguaggio troppo sicuro, assertivo, non certo a favore di un linguaggio neutro, poco passionale, bensì per restituire dignità ai senza voce. Una relazione nonviolenta all’interno delle chiese significa imparare a dare voce ai più piccoli, senza scadere nel paternalismo. Stare a loro fianco per rivendicare pari dignità: penso alle donne e a tutti coloro che non hanno le carte in regola per stare a pieno titolo nelle comunità dei credenti.
Certo, le indicazioni di stile andranno finalizzate alla costruzione di alternative. Tuttavia, queste ultime richiedono di fare i conti con i tempi lunghi della storia. Noi, invece, in quanto figli del nostro tempo, vogliamo vedere subito i risultati, subiamo il fascino dell’immediatezza. L’educazione alla nonviolenza richiede l’urgenza profetica, ma anche la pazienza della crescita, della lenta maturazione.
Troppo spesso, anche come credenti, lasciamo che sia la cronaca a dettare l’ordine del giorno, ci limitiamo a reagire al disagio di turno. Questa reattività può avere una sua forza; ma se è l’unico atteggiamento delle chiese, rischia di trasformarle in comunità non propositive, che rincorrono l’agenda del mondo. Il monito evangelico a cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia dovrebbe fungere da anticorpo per credenti che non si limitino a essere notai della storia bensì lievito, sale, luce. Nei tempi bui che ci è dato di vivere, non sembri poca cosa salvaguardare la freschezza del lievito, difendere il sapore del sale, scegliere di non nascondere la luce sotto un secchio. La cura per un discepolato più autentico e radicale per uno stile di vita evangelico che si sottragga al fascino del pragmatismo, è il contributo decisivo che, come cristiani, possiamo offrire a un’umanità rassegnata all’inevitabilità delle armi.

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