In memoria di un amico

8 gennaio 2004 - Mons. Luigi Bettazzi

Hanno ucciso il Nunzio in Burundi, Mons. Michael Aidan Courtney. L’hanno ucciso, molto probabilmente, i guerriglieri più radicali, che non hanno firmato – come gli altri – la tregua; l’hanno ucciso mentre tornava dal funerale di un sacerdote morto in Europa.
L’avevo conosciuto nella scorsa estate, mentre visitava la missione in cui ero ospitato. Era irlandese, molto alla mano e molto coraggioso, tanto da visitare le missioni anche in zone pericolose, fidando sulla bandierina papale sul parafango della sua automobile. Credo si rendesse conto dei rischi che correva in una nazione tormentata dalle tensioni etniche e dalla molteplicità delle milizie armate, dove qualcuno dice addirittura che le stesse forze armate tollerano la guerriglia, che in tal modo giustificherebbe il mantenimento dell’esercito così com’è
In questo senso la morte di un Nunzio, molto impegnato per il superamento della contrapposizione armata e per la pace tra le etnie, proprio perché prevista e accettata come possibile, riveste le dimensioni del martirio ed esalta un aspetto non sempre così evidente nel compito del Nunzio, quello cioè della testimonianza evangelica della franchezza (la biblica parresìa) e di un annuncio dato con la vita prima ancora che con le parole. Credo che non solo per i colleghi delle Nunziature pontificie, ma per tutti coloro che hanno responsabilità gerarchiche e per ogni cristiano mons. Courtney sia un fratello da venerare, un maestro da imitare.

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