PAROLA A RISCHIO

Serpenti e colombe

La parola di don Tonino, letta laicamente ai giorni nostri, ci suggerisce l’astuzia dei serpenti e la semplicità delle colombe.
Il pacifismo tra mancanze e possibilità.
Lidia Menapace (Già senatrice della Repubblica)

Attenzione si può essere alleati di guerra non solo quando si sborsa un tributo di armi ma anche quando si paga una tassa di silenzio accettata per non avere fastidi.
[...] Diciamocelo francamente, dopo le irrisioni sui discorsi sulla nonviolenza attiva, dopo le strumentali distorsioni che sono state fatte sul pensiero di chi ha parlato di obiezione ed è stato volutamente insultato come disertore, dopo gli additamenti al pubblico lubridio del pacifismo a senso unico, dopo le prudenti cautele di tanti che per paura di apparire “filo di qua” o “filo di là” hanno finito con l’ingoiarsi la profezia che avevano sulla punta della lingua, dopo le immagini trionfali che hanno esaltato l’onnipotenza degli apparati militari... è arduo portare avanti le scelte perdenti delle armi della pace che sono: il dialogo, l’ascolto, l’accoglienza, l’ansia di giustizia, la difesa popolare nonviolenta, il perdono.

Don Tonino Bello

Vescovo è parola solenne e autorevole, che nei secoli è diventata autoritaria e distante. Dante, cui questa trasformazione arrecava ira, dispetto, e dolore, così descrive i dignitari ecclesiastici del suo tempo: “Cuopron deì loro manti i palafreni, sì che due bestie van sotto una pelle”, cioè: “Hanno manti così ampi, da coprire anche le groppe dei cavalli che montano, tanto che due bestie si ritrovano sotto una pelle sola”.
Don Tonino, pur senza essere uno di quei preti che tendono a confondersi con i laici nel vestire, gestire, parlare, come quei padri che credono la miglior soluzione educativa quella di essere indistinguibili dai loro flgli, anzi gareggiano in maleducazione, violenza e irresponsabilità, faceva venire in mente subito piuttosto l’immagine evangelica del Buon Pastore, vescovo dunque come amabile sorvegliante. Pastore buono, appunto, che dà anche la vita per il gregge.
E tutto ciò con gioia, allegria, semplicità e leggerezza di spirito, anche quando la malattia già lo accompagnava e minacciava.

Pace come virtù?
Ricordarlo sotto la parola “pacifismo” è giusto e difficile, perchè non si può nè si deve fare un discorso celebrativo nel momento in cui le sorti della pace sono quasi disperate e la guerra viene accettata – incostituzionalmente – come strumento di risoluzione delle controversie internazionali (a proposito di Nato e Georgia) e i punti caldi del pianeta vedono il prolungarsi ovunque – come una dolorosa agonia, come un malanno terminale – dei conflitti violenti.
In che cosa abbiamo mancato? Certo in molti momenti e scelte, ma soprattutto in un misto di assolutismo e astrazione.
Credo che don Tonino ci ricordi sempre la concretezza e la contestualità, che è come dire che anche gli ideali più grandi perseguiti con assoluta buona fede e convinzione, se non diventano “virtù”, non durano, ma si irrigidiscono, si compromettono, si usurano.
Che vuol dire: pace come virtù? Vuol dire la faticosa “ascetica” (cioè provata, esercitata – ascesi vuol dire esercizio) abitudine a essere pacifici, pacifiche.
Virtù, infatti, vuol dire forte capacità diventata con l’esercizio habitus, abitudine che non costa nemmeno più tanto, che ti regge ogni volta, che si addestra sempre, che trova nuove forme di espressione, insomma diventa una vita volontariamente ordinata, e coerente per quanto si può.
Oggi la virtù d’accompagnamento della pace è l’astuzia insieme alla semplicità: dobbiamo “essere astuti/e come serpenti” oltre che “candidi/e come colombe”. Vuol dire sapere senza illusioni quali sono le forze in gioco: l’intero schieramento parlamentare – con rare eccezioni individuali – è oggi non pacifista e ammette la guerra come strumento nemmeno estremo, ma abituale; basta vedere che la proposta di fare della Nato lo strumento di governo dell’Europa ha il nostro ministro degli Esteri come alfiere e non trova rifiuti in parlamento.

Tenaci e coraggiosi
Sembra che l’opinione diffusa sia d’accordo e fare gesti di testimonianza non è nemmeno facile: per andare a bombardare Georgia o altro Airborne (che è direttamente aeronautica militare USA) è già da tempo posizionata a Vicenza.
Bisogna dunque con pazienza, tenacia e coraggio, ma senza alcun estremismo verbale, ricomporre un popolo della pace attraverso la più precisa affermazione della legalità costituzionale: il nostro ministro vuole la Nato per governare l’Europa e accusa la Russia di aggressività perchè non accetta di essere assediata da “scudi spaziali” e dispiegamento di truppe Nato ai suoi confini, (essendo essa pure prigioniera di una cultura che vede negli armamenti l’unico strumento per regolare i rapporti internazionali): egli viola l’ultimo comma dell’art. 11 della Costituzione che nessuno ancora osa proporre di “controriformare”, ma che già viene molto minacciato dal Trattato per la Costituzione europea e dal Trattato di Lisbona: eppure il ministro ha appena giurato fedeltà alla Costituzione così come è, senza cedere a interpretazioni inaccettabili e contraddittorie.
Le nostre campagne di virtuosi/e della pace credo dovrebbero essere impostate con grande concretezza e contestualità, con linguaggio chiaro (il vostro parlare sia “sì sì, no no”) con la mira di ottenere consenso e convinzione diffusa.
C’è ancora moltissimo da fare.

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