Quel nostro occhio malato

Il più grande aiuto che potremmo dare alle comunità rom e sinti è purificare il nostro sguardo. In una chiesa capace di “stare dentro” la storia del mondo, la pastorale si fa migrante.
Padre Agostino Rota Martir (Campo nomadi di Coltano (Pisa))

In un angolo sperduto della foresta viveva una scimmietta estremamente gentile. La sua felicità consisteva nel fare del bene a chi ne avesse bisogno. Un giorno, saltellando di ramo in ramo, giunse in riva al fiume e rimase a lungo a contemplare le acque cristalline. Ed ecco che si presentò ai suoi occhi un pesciolino che nuotava tranquillo incurante della presenza di lei. La scimmia rimase esterrefatta: immaginò come doveva essere fredda l’acqua e quanto stesse soffrendo il pesciolino. E il pericolo che morisse affogato!? Con tutta l’acqua, in quel fiume immenso... rabbrividì al solo pensarlo, e decise di aiutare il piccolo disgraziato. Correndo essa stessa in serio pericolo, visto che non sapeva nuotare, la scimmia saltò su un tronco che galleggiava nelle vicinanze e, con una zampata fulminea, riuscì ad afferrare l’ignaro pesciolino. Quando lo ebbe fra le mani pensò al freddo che il poveretto doveva aver sofferto e si sentì ancor più soddisfatta della sua buona azione. Terminata “l’operazione salvataggio”, la scimmia non si diede per soddisfatta. Pensò che avrebbe potuto fare di più per il povero pesciolino: portarselo a casa e scaldarlo con il suo pelo. E così fece. Il mattino seguente quando si svegliò la scimmia si accorse che il pesciolino era morto. Se ne rattristò assai, ma finì per consolarsi pensando che almeno aveva fatto tutto quello che poteva. La sua soddisfazione aumentò ancor più quando arrivò alla conclusione “logica” che il pesce doveva essere morto a causa della polmonite che si era certamente preso durante tutto quel tempo passato nell’acqua.

Se il nostro occhio è malato è ovvio che anche il nostro sguardo sul mondo, sulle persone e sui rom risulterà malato, offuscato.
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