ECONOMIA

Il grande circo della finanza

La crisi finanziaria affonda le sue radici nelle politiche adottate a livello mondiale.
Una lettura di cosa sta accadendo e di come si potrebbe invertire la rotta.
Andrea Baranes (CRBM – Fondazione Culturale Responsabilità Etica)

La finanza dovrebbe rappresentare il punto di incontro tra chi ha necessità di capitali per le proprie attività e chi ha una momentanea disponibilità di denaro. Le banche, in particolare, hanno storicamente assolto alla funzione di raccogliere denaro presso le famiglie e altri soggetti con propensione al risparmio per finanziare le imprese e chi ha bisogno di capitali, agendo da volano per l’economia. In maniera per alcuni versi analoga, le borse valori permettono a imprese e investitori di incontrarsi, facilitando lo scambio di titoli finanziari quali azioni e obbligazioni.
Oggi, invece, la finanza viene associata alle continue e profonde crisi che hanno scosso l’economia mondiale negli ultimi anni. Ricordiamo quella che ha colpito il sud-est asiatico nel 1997, le altre crisi regionali o nazionali (Russia, Messico, Argentina), la bolla della new-economy, per arrivare fino alla drammatica situazione di queste ultime settimane.

La crisi attuale
Le cause scatenanti dell’attuale crisi sono legate allo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Usa, ovvero i mutui concessi a chi non poteva fornire adeguate garanzie reali. Una frenata del settore immobiliare, dopo anni di crescita, ha portato molte persone a non poter più sostenere le rate di acquisto delle proprie case. Dagli Usa, questa crisi ha contagiato l’intera finanza mondiale perché questi mutui erano stati “impacchettati” con diversi altri debiti in obbligazioni strutturate, tra le quali spiccano le CDO (Collateralized Debt Obligations). È stato coniato il termine di “salsicce finanziarie” per illustrare, con una metafora, come pezzi di debito “avariato” siano stati mischiati ad altri e poi rivenduti sui mercati finanziari dell’intero pianeta.
L’ingegneria finanziaria ha poi messo a punto dei prodotti derivati, i Credit Default Swap – CDS, che permettono di trasferire a terzi il rischio di credito relativo a una transazione tra due parti. In pratica le banche e gli altri attori finanziari, tramite i CDS, si sono rivenduti l’un l’altro i rischi legati alla possibilità che cittadini statunitensi non potessero ripagare la propria rata del mutuo. Il volume dei CDS è passato in soli sette anni, tra il 2000 e il 2007, da 2mila a 45mila miliardi di dollari, una cifra paragonabile al PIL dell’intero pianeta.
A causa di prodotti quali le CDO e i CDS, oggi nessuno sembra sapere su chi possano ricadere le perdite e dove si nascondono i debiti “avariati”. L’attuale crisi non è legata alla mancanza di liquidità, quanto al crollo della fiducia sui mercati e nel sistema interbancario. Le banche non si fidano più delle garanzie delle loro omologhe, nessuno presta più a nessun altro e i meccanismi alla base del sistema finanziario si sono inceppati.
Gli stessi processi si stanno ora riversando sulle imprese e sulla cosiddetta “economia reale” e le conseguenze rischiano di essere ancora peggiori. Le imprese si finanziano tramite prestiti bancari o emissioni di obbligazioni. Il crollo della fiducia ha provocato una fortissima stretta creditizia, e i mercati delle obbligazioni societarie sono di fatto congelati. In questa situazione, anche un’impresa solida potrebbe trovarsi in forte difficoltà nel reperire i capitali necessari al proprio funzionamento. Tutto questo senza contare il calo dei consumi che potrebbe seguire all’attuale crisi, e che trascinerebbe ancora di più l’economia e le imprese verso una pesante fase recessiva.

Le cause
Al di là dei motivi scatenanti, gli elementi per comprendere le radici dell’attuale crisi sono da ricercare nelle scelte politiche degli ultimi 30 anni. Parliamo di un sistema finanziario dove gli scambi tra valute hanno superato i 3mila miliardi di dollari al giorno, a fronte di un commercio transfrontaliero, ovvero di scambi nell’economia reale, di 10mila miliardi di dollari l’anno. Dove i derivati negoziati sui mercati non regolamentati – Over the Counter – hanno raggiunto la cifra di 600 trilioni di dollari, 12 volte il PIL del pianeta. Dove la fuga di capitali e l’evasione e elusione fiscale provocano un flusso annuo di centinaia di miliardi di dollari dal sud del mondo verso il nord e i paradisi fiscali, uno scandaloso “welfare al contrario” che vanifica ogni impegno legato alla cooperazione internazionale o alla cancellazione del debito.
Un sistema forgiato sui dettami del pensiero neoliberista, che postula un sempre minore intervento dello stato nell’economia e la capacità dei mercati di auto-regolamentarsi, e che si è tradotto in una liberalizzazione sempre più spinta, nell’abbattimento di qualsiasi controllo dei flussi di capitali, e nello smantellamento delle normative e della regolamentazione sugli strumenti e i mercati finanziari.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e i governi occidentali che ne controllano l’operato sono tra i principali responsabili di questo stato di cose, avendo promosso e in molti casi imposto tali politiche in tutto il pianeta, e ai paesi più poveri in particolare.
Unito allo sviluppo delle tecnologie informatiche, questo insieme di fattori ha portato alla creazione di un unico grande mercato finanziario globale senza regole e alla progressiva finanziarizzazione dell’economia. La maggior parte delle grandi imprese sono oggi controllate da attori finanziari quali fondi pensione o di investimento, il cui scopo è la massimizzazione del profitto a breve termine e non lo sviluppo di lungo periodo dell’impresa stessa. Molte di queste compagnie industriali, inoltre, realizzano buona parte dei loro fatturati tramite attività finanziarie e non produttive. Basti pensare all’esempio della Parmalat, che poco prima del fallimento si era di fatto trasformata in un’impresa finanziaria.
Questo è vero a maggior ra¬gione per le banche, dove i ricavi provengono solo per metà dall’attività creditizia, mentre l’altra metà è costituita da commissioni, in particolare su derivati e titoli strutturati. Per alcune banche, la tradizionale attività di raccolta del risparmio e il suo impiego in attività produttive sta diventando addirittura marginale.

Cambiamento necessario
In tale situazione, è assolutamente necessario un profondo cambiamento di rotta. Di fronte a una finanza globalizzata e senza frontiere, le attuali risposte degli stati-nazione appaiono decisamente insufficienti. Ci troviamo davanti a una crisi profonda e sistemica che impone di rimettere in discussione le stesse istituzioni e l’architettura dell’attuale sistema finanziario, a partire dal ruolo e dal funzionamento del FMI. A problemi globali servono risposte globali.
Tra queste, sistemi di tassazione internazionale – a partire dalla famosa Tobin Tax sugli scambi di valute – permetterebbero di frenare le attività speculative, di redistribuire il reddito su scala globale, di fornire strumenti di politica economica per controllare la finanza e di generare un reddito da destinare alla tutela dei Beni Pubblici Globali.
È urgente mettere a punto dei sistemi di regolamentazione, supervisione e controllo dei mercati finanziari che possano funzionare efficacemente a livello globale. Questi sistemi dovranno rispondere a delle istituzioni ad hoc, che abbiano come scopo fondamentale la tutela della stabilità finanziaria e che consentano un controllo democratico e una governance che risponda all’attuale situazione geopolitica, economica e finanziaria.
La finanza è entrata in maniera pervasiva nelle nostre vite e nel nostro quotidiano. È difficile pensare a un’edizione di un telegiornale che non riporti in chiusura l’andamento delle borse. Gli sforzi per cercare di convincere i lavoratori a rinunciare al proprio TFR per investirlo sui mercati finanziari rappresentano probabilmente l’esempio più evidente dell’attuale andamento.
Oggi le banche esercitano sempre maggiori pressioni perché allo sportello vengano piazzati i titoli che garantiscono alla stessa banca maggiori profitti e commissioni. Spesso si tratta dei prodotti finanziari più complessi e strutturati, e più rischiosi. I piani di incentivi per i dipendenti premiano chi riesce a piazzare titoli strutturati o comunque ad alto rischio, di frequente all’insaputa del cliente. Un meccanismo perverso, che sposta la pressione e la responsabilità sulle spalle dei dipendenti allo sportello. L’attuale sistema finanziario sembra avere assoluta necessità di continui apporti di capitali freschi per riuscire a sostenersi e per garantire gli alti tassi di profitto inseguiti dagli speculatori. I milioni di piccoli risparmiatori costituiscono, inoltre, la platea su cui spalmare il rischio degli investimenti speculativi e delle operazioni al limite della legalità.
Una gigantesca “catena di Sant’Antonio”, nella quale il grande pubblico è chiamato inconsapevolmente ad alimentare un sistema di cui è vittima. Le fasce più deboli della popolazione sono invariabilmente quelle che, pur non partecipando al grande circo della finanza, pagano il prezzo maggiore. Questo è ancora più vero in queste settimane, dove una tremenda crisi di fiducia sui mercati finanziari sta trascinando l’economia reale e produttiva in una fase di recessione mondiale.

Iniziative dal basso
Negli ultimi anni diverse campagne e iniziative sono nate per chiedere alle banche una maggiore responsabilità e attenzione agli impatti ambientali, sociali e sui diritti umani dei propri finanziamenti. La mobilitazione più conosciuta in Italia è probabilmente quella riguardante le “banche armate”, che, partita dalle pagine di “Mosaico di Pace”, “Nigrizia” e “Missione Oggi”, ha coinvolto moltissimi cittadini. Come conseguenza, da una parte alcune delle principali banche italiane hanno preso posizione circa il sostegno all’export di armi italiane, dall’altra l’opinione pubblica si è interrogata sull’utilizzo del proprio denaro e sull’importanza che le scelte individuali possono avere.
È ora necessario avviare un percorso analogo per quanto riguarda la finanza. Come sono impiegati i miei risparmi? Che cosa fa la mia banca con i miei soldi? Quanto partecipa al grande circo della speculazione? Ha delle filiali in qualche paradiso fiscale? Che parte dei suoi profitti proviene dalla tradizionale attività di raccolta e impiego del denaro, e quanta invece dal “giocare” con prodotti finanziari derivati e strutturati?
Rispondere a queste domande non è semplice, in primo luogo a causa della mancanza di trasparenza e della difficoltà nel comprendere il mondo bancario e finanziario. Nello stesso momento, si tratta di questioni di fondamentale importanza. È necessario fermare lo strapotere della finanza e riportarla al suo ruolo originario: non un fine per produrre denaro dal denaro, ma un mezzo al servizio dell’economia produttiva e delle attività commerciali, che ponga il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente al centro del proprio operato, attenta alle conseguenze non economiche delle proprie azioni e nella quale la trasparenza è un valore fondamentale.
La profonda crisi che stiamo vivendo dimostra come questo cambio di rotta sia assolutamente urgente e necessario.
Un cambio di rotta che richiede una profonda riforma delle regole che sovrintendono i mercati finanziari, ma che in maniera altrettanto importante deve partire dal basso, dai comportamenti e dalle scelte quotidiane di tutti noi.

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