BIBBIA

Quelle immagini contrastanti di Dio

Violento o amore infinito?
Come leggere i testi ebraici e cristiani da parte di credenti pacifisti e pacificatori?

Si fa tanto parlare oggi della violenza che trae origine e spunto dal Corano, ma di fatto anche nella Bibbia leggiamo della violenza praticata e teorizzata dagli uomini e da Dio. In particolare fa fatica alla sensibilità attuale sulla pace, la teorizzazione e la pratica dell’herem ovvero dello sterminio di uomini, donne e bambini. Come dobbiamo interpretare questi elementi?
Non dobbiamo nasconderci dietro un dito ma guardare bene in faccia ciò che ci propone la Bibbia ebraica e cristiana: violenza umana in moltissime pagine, ma tutto sommato potrebbe anche non creare eccessivi problemi per i credenti; soprattutto violenza divina: Dio che comanda azioni violente, specialmente il massacro di tutti gli esseri viventi catturati in guerra (herem: cfr. Dt, 20), e

Quali sono i luoghi di pratica della nonviolenza che le Chiese dovrebbero privilegiare oggi?
La famiglia, senz'altro, è la prima scuola di pace. L'amore intenso, che unisce genitori e figli, costituisce l'ambito di più grande significato ed efficacia. Le Chiese dovranno avere una chiara consapevolezza che le relazioni familiari fragili, conflittuali e soggette a interruzione impediscono ai ragazzi l'esperienza fondamentale della pacificazione, proprio nell'età in cui si vanno costruendo le note più durature della loro personalità. Per questo motivo la cura della famiglia appare come essenziale e improrogabile. Alla famiglia si affiancano, come scuole di pace, la scuola e le forme aggregative di ogni genere.
Dopo la famiglia, sono i luoghi del servizio e della lotta alle povertà a esercitare una grande efficacia, sia nella formazione alla pace che nella pratica della nonviolenza. Le Chiese sono gia promotrici di iniziative capaci di andare incontro alle varie sofferenze del mondo. Lottare a favore degli ultimi significa lottare contro i tristi frutti della violenza, per renderla inefficace.
Non bisogna, però, pensare unicamente al volontariato; esso costituisce soltanto un aspetto di un più vasto orizzonte di impegno. Si lotta contro le emarginazioni e le logiche della violenza dovunque si costruisce solidarietà concreta: nella elaborazione della cultura, nella creazione dei veicoli della comunicazione, nell'attenta elaborazione di limpide dinamiche di sviluppo economico rispettoso della dignità della persona e, soprattutto, nella promozione concreta di politiche sociali, attuate con grande determinazione e competenza, a partire dai più deboli, non per caso o per convenienza, ma per un preciso disegno politico. Alle Chiese tocca preparare laici coraggiosi, pronti a entrare, con autorevolezza, in tutti i recinti della povertà per distruggerli e aprire le strade buone dell'uomo nonviolento, il tenace costruttore della giustizia e della pace.

Mons. Agostino Superbo – Vescovo di Potenza
che agisce violentemente. Così, come per es., appare scandalosamente anche nelle Scritture cristiane. Così dice il giudice ai cattivi: “Andate via lontano da me, maledetti nel fuoco eterno preparato da Dio per il diavolo e i suoi messaggeri” (Mt 25, 41). Come, dunque, leggere ancora la Bibbia da parte di credenti pacifisti e pacificatori? Prendendo atto che nella Bibbia siamo confrontati direttamente non con Dio, bensì con le immagini di Dio presenti e attestate, a parole e a fatti, dagli uomini biblici: Mosè, i profeti, Gesù, Paolo, Giovanni. E vi riscontriamo immagini violente, perché sono prodotte da uomini violenti che si raffigurano Dio a propria immagine e somiglianza. Uomini debitori alla cultura e alla sensibilità del tempo e dell’ambiente in cui vissero. Così, l’herem era un’evidenza e una prassi diffusa nel mondo medio-orientale, presso gli Assiri per esempio. Dunque, si tratta di un fatto culturale, che deve essere letto e preso come tale, e non di una figura profetica del volto di Dio, che qui è vissuto come un Giano bifronte: amico con gli amici (il suo popolo) e nemico con i nemici di Israele e dunque suoi; che nell’esodo dà vita agli uni (gli Israeliti) e morte agli altri (gli Egiziani); anzi dà vita dando morte.

Ci sono delle immagini e degli esempi di nonviolenza nell’Antico Testamento? Ce ne può citare alcuni? È possibile individuare un filone nonviolento che parta da lontano e giunga fino alla predicazione cristiana (ovvero di Gesù Cristo) delle beatitudini e dell’amore dei nemici?
Restando sempre ancorati al motivo delle immagini umane di Dio presenti nella Bibbia, vera chiave di lettura storico-critica dei testi sacri, si può rilevare l’esistenza, accanto a quello suddetto, di un secondo filone biblico che attesta immagini nonviolente di Dio. Sono state prodotte e testimoniate da uomini nonviolenti, che sono riusciti a raffigurarsi un Dio che ha un solo volto, quello di amore e accoglienza misericordiosa degli uomini, anche di quelli cattivi. Per esempio nel libro di Giona incontriamo due immagini opposte di Dio. Una, quella impersonata da Giona – figura dell’Israele postesilico che si era barricato, come in una cittadella, attorno al tempio, alla legge mosaica e al sommo sacerdote – di un Dio retribuitore violento, che deve morte ai Niniviti (Ninive, capitale dell’Assiria, il nemico per eccellenza) e salvezza a Israele. L'altra, quella dell’autore anonimo del libretto che presenta un Dio difensore estremo e incondizionato dei viventi, persone e animali, senza discriminazione, perché è un Dio della vita, non della morte. Un secondo esempio è questo oracolo divino: “Non avviene, di norma, che una madre abbandoni il suo figlio; ma se anche ciò avvenisse, sappiate che io non vi abbandonerò mai” (Is 49,15).
Terzo esempio: l’immagine di un Dio che reagisce a chi fa il male con il perdono e non con il castigo, e qui le pagine bibliche sono numerosissime. Vorrei solo accennare alla parabola di Gesù del satrapo spietato, debitore di milioni di euro (i 10.000 talenti), a cui il grande re, pregato di una dilazione, “commosso nelle sue viscere”, concede non una semplice dilazione di pagamento, bensì il condono totale.
Nelle Scritture cristiane poi questa immagine di un Dio unifronte, cioè di puro amore, come diceva Marcione, appare in primo luogo nella parola di Gesù che comanda di amare anche i nemici, motivando così il comandamento: “Affinché diventiate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sui cattivi e suoi buoni e fa piovere sul campo dei giusti e degli ingiusti” (Mt 5, 44-45). Si veda anche Paolo che nella lettera ai Romani così riassume il Vangelo: è la rivelazione (apocalisse) dell’evento della inconcussa fedeltà del Dio di Gesù Cristo che, a parità di condizioni, cioè mediante la fede, offre la salvezza agli uomini, giudei e gentili, schiavi del Peccato e destinati alla rovina. Dunque egli svela l’immagine di un Dio che ha un solo volto di amore e di grazia verso l’umanità peccatrice.
Più che di una evoluzione però, si tratta di due immagini contrastanti di Dio, l’immagine violenta e quella nonviolenta, create da uomini violenti e da uomini nonviolenti, o anche da uomini animati ora da accessi di violenza e ora da spinte interne nonviolente. Una antitesi di immagini comune alla Bibbia ebraica, il cosiddetto Antico Testamento per i cristiani, e la Bibbia cristiana, il cosiddetto

Quali nuovi percorsi indica alla Caritas italiana l'invito del Papa alla nonviolenza e alla riconciliazione?
L'impegno per la pace profuso nella Caritas italiana è costante perché essa è un organismo che lavora per costruire la pace nel quotidiano e quindi per dare spazio al dialogo affinché questo entri in tutte le situazioni di conflitto, secondo le parole del Papa a tal riguardo e coerentemente con i pilastri indicati da papa Giovanni XXIII: verità, giustizia amore e libertà.
La pace è dono del Signore, ma essa è soprattutto cammino, fatica, impegno da vivere nel quotidiano. Premesso questo, l’impegno della Caritas si incentra nel condividere i bisogni di interi popoli che si trovano in situazioni di crisi e di conflitto talora anche dimenticate e lo fa’ con programmi di sensibilizzazione alla nonviolenza, alla tutela delle minoranze e al rispetto dei diritti umani. Circa i conflitti dimenticati, ricordo che molto si investe in formazione, in monitoraggio delle situazioni di violenza nascoste, cercando di individuarne le cause e analizzando i fenomeni che spesso sono collegati (il commercio delle armi, il dramma dei bambini soldato e dei rifugiati, i diritti umani lesi...). In questa direzione vanno i nostri programmi di azione: informare – cercando di curare i rapporto tra qualità e verità dell'informazione; formare – alla conoscenza, al rispetto della responsabilità reciproca in ambito sia ecclesiale sia più in generale sociale. Tutto ciò che accade nel mondo ci invita a un diverso – e sempre maggiore – impegno educativo, soprattutto nei confronti dei giovani le cui esigenze abbiamo ben presenti nell'ideazione di nuovi percorsi di educazione alla pace, alla nonviolenza e alla mondialità a loro rivolti.
Un’altra linea d’azione della Caritas è a livello politico, per dare forza alle istituzioni internazionali, per recuperare e scegliere il negoziato piuttosto che la forza. Accanto a questo, la lotta contro le povertà e le disuguaglianze. Non dobbiamo dimenticare che l’attenzione alla persona, soprattutto nei territori lacerati dalla violenza, diventa una priorità per i credenti. Nella ricerca della pace, infine, merita rilievo l’importanza della preghiera, non per scaricare su Dio ogni responsabilità senza essere, in prima persona, ogni giorno, costruttore di ascolto e di dialogo, cioè costruttore e costruttrice di pace. Ha poco senso pregare che finisca l’ingiustizia e la povertà senza l’impegno perché cessino le disuguaglianze e lo sfruttamento e senza il contributo per la costruzione di una cittadinanza solidale e responsabile. Non possiamo pregare per le vittime di una guerra senza mettere in atto gesti di riconciliazione e di solidarietà. In poche parole, occorrono esperienze di pace. La pace, la solidarietà, la nonviolenza, la mondialità non sono solo dichiarazioni – così facili! – ma sono innanzitutto pratiche di vita. Un impegno soprattutto pedagogico, quindi, quello della Caritas, perché laddove c'è un uomo o una donna che soffre c'è bisogno di un fratello o di una sorella che si pone accanto.

Mons. Franco Montenegro, presidente della Caritas italiana e vescovo ausiliare di Messina
Nuovo Testamento. Immagini l’una che porta il segno inconfondibile della cultura del tempo e l’altra che possiamo attribuire alla spinta del creator Spiritus presente e operante negli uomini della Bibbia. Ed è questa che i credenti sono chiamati a condividere e vivere.

La Geenna e l’inferno presenti nel Nuovo Testamento rimandano a un Dio che non esercita la misericordia e punisce il peccatore. Dobbiamo rassegnarci alla verità di un Dio vendicativo e punitivo?
Per nulla: l’immagine di un Dio vendicativo e punitivo fa parte dell’immagine complessiva di un Dio bifronte che è fonte di vita per i buoni e di morte per i cattivi. Ma controcorrente va la riflessione profonda di Giovanni – quarto Vangelo e prima lettera – che supera l’immagine più radicata della violenza divina, quella del giudice che retribuisce il bene con il bene e il male con il male. In concreto, alla luce della sua immagine del Dio di Gesù Cristo, che non solo ama ma è amore, dunque è tutto e solo amore (1 Gv 4,8). Egli afferma che a condannare non saranno né Dio né Gesù, ma le persone stesse che si autocondannano e già adesso, senza aspettare la fine dei giorni: chi ama le tenebre vivrà nelle tenebre, e chi ama la luce vivrà nella luce (Gv 3,16-21).

Secondo un’interpretazione ricorrente la morte di Cristo sulla croce è l’ultima violenza permessa dal Padre, ancora più efferata in quanto si dirige nei confronti del Figlio. Gesù è davvero “consegnato” alla morte come un olocausto per la salvezza di tutti?
Le interpretazioni della morte orrenda di Gesù nelle scritture cristiane sono molte, e tra queste non manca quella sacrificale ed espiatoria: egli si è dato alla morte (oppure: Dio lo ha dato alla morte) – concezione non priva di versanti masochistici e sadici – per fini nobilissimi, il perdono dei peccati: “È morto per i nostri peccati” o la salvezza degli uomini perduti. Egli si è sacrificato e Dio lo ha sacrificato per la vita di noi uomini, dove appare la concezione di una violenza subita e anche proposta dall’alto e accettata dal basso, che ha una funzione positiva e una valenza salvifica: la vita al prezzo della morte! Mors tua vita mea, dicevano già i latini. Soprattutto sottintesa appare la figura del capro espiatorio di tradizione ebraica.
Del resto, in Rm 3, 23-26, la morte di Gesù è stata interpretata da gruppi protocristiani di origine certamente ebraica alla luce del sangue con cui il sommo sacerdote nel giorno dell’Espiazione (Kippur) ungeva la laminella d’oro che copriva l’arca dell’alleanza, la kapporet in ebraico, in greco l’hilastêrion, il luogo-sacramento dell’espiazione dei peccati del popolo. Più in generale la morte di Gesù è stata letta come sacrificio per il peccato, quotidianamente praticato nel tempio di Gerusalemme. Ma gli evangelisti, ha ben notato R. Girard, non sono cascati nell’ideologia sacra del capro espiatorio: una vittima ritenuta colpevole dai violenti, armati gli uni contro gli altri, a rischio di un bellum omnium contro omnes, che fanno ricadere la loro violenza antagonistica proprio sul capro espiatorio, e lo uccidono sfogando così la loro spinta violenta e ritrovando quindi concordia e pace; per questo la vittima uccisa viene poi glorificata e adorata, perché fonte di pace. Gli evangelisti nelle loro passioni hanno invece sottolineato l’innocenza di Gesù: non è un capro espiatorio, ma la vittima innocente, non sacrificata a scopi benefici, ma uccisa da uomini violenti e persecutori. E a questa vittima innocente Dio, risuscitandolo, ha reso giustizia: era ed è un giusto violentato iniquamente. La sua risurrezione non è glorificazione del capro espiatorio, bensì giustizia resa a chi è stato ingiustamente violentato.
Si noti poi come il Dio del crocifisso non è riuscito a preservare la morte più

Un Dio violento?
Per un approfondimento di questa linea di lettura delle Scritture sacre, cfr. Giuseppe Barbaglio, Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane, Cittadella editrice, Assisi 1991.
orrenda che esistesse al suo unico figlio. Noi siamo abituati a pensare che Dio ha permesso, sempre a fin di bene, la soppressione violenta di un innocente, di suo figlio. Ma allora questo Dio ha bisogno del sangue versato, della violenza omicida per raggiungere i suoi fini di salvezza. Vorrei in proposito ripetere un famoso dilemma o ‘trilemma’: o Dio non è stato in grado di salvare Gesù dalla morte di croce e allora è un Dio impotente; oppure lo poteva ma non ha voluto, e allora è un Dio cattivo e impietoso; o non poteva e non voleva, allora è l’uno e l’altro. E si pensa in questo modo di mettere fuori gioco il Dio cristiano. Ma non è così: Dio non ha potuto risparmiare al figlio suo la morte orrenda; egli non è onnipotente, anzi è impotente di fronte alla violenza umana, perché è un Dio non-violento, non ha la potenza violenta di dare la morte, bensì solo e tutta la potenza della vita. Potenza questa che ha mostrato il mattino di Pasqua, risuscitando Gesù.

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