RESISTENZE

La protesta ceca

Il progetto “scudo spaziale” avanza contro la minaccia dei cosiddetti Stati canaglia.
La popolazione ceca e quella polacca protestano: non vogliamo missili in casa.
A colloquio con Jan Tamas, leader del movimento di resistenza popolare.
Intervista a cura di Tomaso Zanda

“Avevamo giurato che dopo i russi nessun soldato straniero sarebbe entrato nel nostro territorio e invece ora…”. Il tono di Jan Tamas è quasi epico, ma allo stesso tempo sofferente. È la voce di chi ha memoria delle dittature, delle guerre, delle repressioni.
Chi fosse andato alla manifestazione contro l’ampliamento della base NATO di Dal Molin a Vicenza, l’avrà sentito parlare, in un italiano meraviglioso. Lui è cittadino della Repubblica Ceca, è Presidente del Partito Umanista nazionale ed è il portavoce del coordinamento Ne zakladnam contro le basi militari USA in Repubblica Ceca e Polonia. “Le basi dovrebbero far parte del cosiddetto National Missile Defense System, successore del progetto conosciuto come ‘Star wars’, iniziato negli anni Ottanta dall’aministrazione Reagan” , spiega al telefono.

IL RADAR
Negli ultimi mesi Tamas è cliccato su You Tube, è presente su internet, parla alle conferenze, cammina durante le manifestazioni e scrive sui giornali. Ha assunto il ruolo di portavoce e interprete del malcontento di migliaia di suoi compatrioti che non vogliono soggiacere alle logiche militariste che si stanno di nuovo insediando nel paese. Il casus belli è la costruzione di una base americana presso Brdy, 60 kilometri a sud di Praga, là dove, per ora, sorge un bosco. La base sarà caratterizzata da un sofisticato radar che dovrà vigilare su eventuali attacchi nemici nel cuore della Repubblica Ceca. L’establishment americano la definisce una base con un sistema missilistico di difesa nazionale contro la minaccia degli Stati canaglia e non c’è nessun riferimento ufficiale alla Russia e alla sua rinnovata spinta egemonica e alle ambizioni a ritrovare il proprio posto fra le superpotenze. Noam Chomsky e Jan Tamas, però, non hanno dubbi nell’etichettare la costruzione della base come una dichiarazione di guerra degli USA al colosso in mano a Putin.
Suona come un ritorno alla Guerra Fredda, una rimilitarizzazione che di certo non è di buon auspicio. “Costruire una base nel cuore dell’Europa aumenta la tensione. Il conflitto in Georgia è frutto anche di una provocazione USA e NATO che avevano venduto armi alla Georgia negli ultimi anni per risolvere i problemi con Abkhazia e Ossezia del Sud” .
Aumenta la tensione, dunque, e mentre sembra che la comunità internazionale rimanga dormiente e accondiscendente, si alza la voce della gente. “Il 70% della popolazione ceca è contrario alla costruzione della base e questo pone per noi un problema interno di democrazia. Come può un governo decidere una cosa del genere se la maggioranza della popolazione è contraria? Inoltre saranno i cittadini a dover pagare le infrastrutture come strade, allacciamenti elettrici e idrici per far funzionare la base in una zona isolata a del paese”.
Il rischio più grande però per l’attivista del movimento umanista è quello di una guerra al centro dell’Europa. “Uno dei primi obiettivi di un attacco in caso di guerra è colpire gli occhi e le antenne del nemico. Allora è evidente che un radar è il primo obiettivo. C’è il rischio a mio parere che un nemico, possa, in caso di guerra, utilizzare un ordigno nucleare, molto più sicuro della sua efficacia distruttiva rispetto a un missile convenzionale”.

E L’EUROPA?
Di fronte a questo scenario apocalittico l’Unione Europea appare immobile: “Ci hanno sostenuto parlamentari come Luisa Morgantini e Giulietto Chiesa e altri politici, ma sostanzialmente l’Europa è immobile”.
La mobilitazione è partita allora dal basso. Jan Tamas ha iniziato uno sciopero della fame assieme a Jan Bednar che è proseguito per 21 giorni. “Alcuni amici ci hanno chiesto poi di cessare lo sciopero proponendo di farne proseguire un altro a catena”. Da qui con altri attivisti e simpatizzanti si sono dati il cambio in questa protesta. È stato questo l’evento che ha dato un inizio reale o comunque mediatico al movimento di protesta che si sarebbe poi riunito nel coordinamento Ne zakladnam. La sua genesi risale all’agosto 2006 quando ha cominciato a emergere qualche informazione sul piano degli Stati Uniti di installare le due nuove basi militari in Europa.
“Abbiamo creato un coordinamento di oltre 40 organizzazioni e abbiamo promosso diverse manifestazioni, parlando ai mass media e tenendo conferenze stampa. Sembra che questa forte opposizione abbia portato gli americani a sospendere i loro tentativi per qualche mese. Gli USA hanno risposto cercando di usare i mezzi d’informazione per convincere i cechi dei vantaggi di una base militare USA nel loro paese. Inoltre hanno cominciato a diffondere menzogne sul coordinamento e i suoi membri attraverso i mass media”.
Il coordinamento di realtà contro la costruzione della base USA ha richieste molto precise: “ritiro da parte degli Stati Uniti delle 500 bombe nucleari custodite nelle basi Nato in Europa. Nessuna nuova base militare USA in Europa. Disarmo nucleare globale con la supervisione dell’ONU”.
Per sostenere questo processo e farsi sentire è possibile intanto firmare on-line una petizione, anche in italiano, sul sito www.nonviolence.cz. L’obiettivo è di raggiungere le 500mila firme.
“Non crediamo che la militarizzazione risolva i conflitti, anzi li acuisce. Bisogna utilizzare la diplomazia e abbandonare le minacce”, ricorda Tamas. Le ragioni del Pentagono che sostengono questa base non sono dovute a un progetto di difesa della sicurezza nazionale, quanto piuttosto, secondo Tamas, a un desiderio di difendere gli interessi e gli investimenti delle industrie militari in particolare, fuori dal territorio della federazione stelle e strisce.
Non conforta certo, d’altra parte, la posizione della Russia che sta procedendo ad accordi militari anche in Sudamerica, cavalcando anche l’antiamericanismo crescente. Putin, per esempio, ha stipulato accordi energetici, venduto armi e compiuto operazioni di addestramento in territorio venezuelano assieme all’esercito di Chavez.
La tensione dunque torna ad essere alta ed è necessaria una mobilitazione di massa, “una rete mondiale della nonviolenza per fermare un nemico che è globalizzato”, rilancia Tamas.

IL MOVIMENTO GLOBALE
La sua presenza a settembre al Forum nonviolento Umanista, tenutosi a Milano, è uno dei tanti segni di uno scambio con i movimenti pacifisti italiani che mira alla creazione di questa rete. Gli aderenti alla protesta di Dal Molin in questi mesi si sono più volte confrontati con i loro amici della Repubblica Ceca: “C’è stato uno scambio, i nostri movimenti di protesta sono simili, lavoriamo assieme verso lo stesso obiettivo che è quello di disinnescare il business delle armi e l’escalation militare”, sottolinea Tamas.
Anche Pax Christi International, da sempre sensibile al tema degli armamenti, ha appoggiato il suo lavoro durante un incontro a Bruxelles e il DNA del movimento richiama tutti gli aderenti a mobilitarsi.

DA DOVE COMINCIARE?
Secondo Tamas si presenta innanzitutto un problema di politica nazionale. Nel discorso tenuto a Vicenza durante la manifestazione contro la base USA di Dal Molin è stato chiaro: “Lo slogan più gridato nelle nostre manifestazioni è: ‘už nikdy o nás bez nás’, ‘mai più si deciderà su di noi senza di noi!’. E questa mi sembra sia la stessa cosa che sta capitando qui a voi in Italia. Ormai la politica degli Stati è nelle mani di un gruppo di irresponsabili, che credono di poter decidere sulla vita della gente senza ascoltarla. Credono di poter calpestare la volontà della gente. Loro non hanno più idee o posizioni. Dicono solo quello che credono sia meglio dire per avere più voti”.
È interessante come si sia creato un linguaggio comune transnazionale dato che lo slogan ceco ha la stessa radice del “non in mio nome” che riecheggiava durante le manifestazioni anti-interventiste in Iraq. Riappropriarsi della politica diventa quindi un tema europeo, smilitarizzare l’economia è un obiettivo comune e internazionale.
Come a Vicenza è stato organizzato un referendum simbolico, così in Repubblica Ceca l’obiettivo è di farne indire uno reale. “Noi continueremo con la nostra protesta per arrivare a un referendum (che siamo sicuri di vincere, visto che secondo i sondaggi la stragrande maggioranza dei cechi è contraria alle basi), ma è necessaria anche una visione ampia, a livello europeo, che inquadri la nostra azione e che ci faccia sentire untiti e solidali con altri”.
La protesta ceca, 40 anni dopo la primavera di Praga, richiama l’Europa a prendere in mano il corso della politica e delle sue scelte. Ricorda che non siamo schiavi di meccanismi economici dettati dal profitto mettendo a repentaglio vite umane.
Se la storia ha corsi e ricorsi non è chi scrive a doverlo dire, ma papa Giovanni XXIII ci invitava a scorgere i “segni dei tempi”, e oggi non può sfuggire ai più che una serie di “coincidenze” ci racconta dove sta rischiando di andare l’Europa.

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