AMBIENTE

La pastorale dell’immondizia

Il cristiano ha il dovere, prima di altri, di conoscere e distinguere i rifiuti e il loro smaltimento, le conseguenze per l’ambiente di una loro cattiva gestione e di prevenire ferite irreparabili per la nostra terra. Le Chiese locali e il loro prezioso lavoro.
Davide Pelanda

Non ci sono dubbi: il cristiano e la Chiesa tutta hanno la necessità di avere tratteggiate linee-guida strategiche per ciò che riguarda i rifiuti che si intrecciano tra l’etica e la pastorale. Alcuni vescovi e sacerdoti, che vivono questa realtà tutti i giorni sulla propria pelle, tentano di offrire una strada pastorale attraverso qualche specifico “intervento ad hoc”, qualche monito e indicazione da dare alle realtà diocesane e alle singole comunità parrocchiali nelle quali operano e laddove vive il popolo di Dio. 

Lo smaltimento

Davanti alla problematica dei rifiuti, sempre più spesso i nostri pastori si rendono conto dell’incertezza che regna sia sul piano dell’analisi  che su quello delle strategie di “risoluzione”. Questa problematica obbliga anche la gerarchia ecclesiale a confrontarsi con una tematica nuova: “pastorale dell’immondizia”. Essa dovrebbe essere il frutto, da una parte, di una sintesi tra la critica alla produzione dei rifiuti legata all’aumento esponenziale del consumismo e dello spreco della nostra modernità, mentre dall’altra dovrebbe salvaguardare il punto di vista della Bibbia, di Gesù Cristo e del suo messaggio evangelico, con l’adattamento di questa Parola a situazioni tipiche della nostra società dell’opulenza. 

Il problema si pone soprattutto per la gestione e lo smaltimento di quei rifiuti tipici del progresso e della tecnologia moderna. Per quelli che non sono degradabili naturalmente, vale a dire la plastica, il vetro, la carta, si dovrebbe prevedere una gestione di raccolta, recupero e trasformazione (riciclo e ri-uso). Mentre quegli scarti delle industrie – considerati rifiuti pericolosi e tossici – dovrebbero essere trattati seguendo quelle normative vigenti, evitando l’illegalità e l’occultamento in campi agricoli così come, frequentemente le cronache dei mass media ci hanno fatto vedere. 

Su questo frangente, il cristiano deve conoscere tutte possibilità che gli si prospettano nel trattare i rifiuti. Le comunità dovrebbero conoscere le effettive situazioni, essere chiamate a dibattere le soluzioni in maniera democratica affinché possano singolarmente valutare e dare un loro “consenso informato”  a strategie sostenibili e con una riduzione minima dell’impatto ambientale. In queste delicate scelte tutte le comunità cristiane sono chiamate al dovere della salvaguardia del creato come “forma permanente di esercizio collegiale di una nuova funzione etico-pastorale propria della Chiesa, che si articola sia a livello gerarchico che a livello di comunione tra gerarchia, laicato e persone di vita consacrata. In questo senso la Chiesa è tutta magisteriale, ovvero è comunità chiamata a uscire fuori dal tempio” (P. Giustiniani, “Di fronte alla ‘questione rifiuti’. Verso una ‘nuova’ riflessione ecclesiale tra etica e pastorale” , intervento al seminario di studio “Responsabilità per il Creato e gestione dei rifiuti” – Roma, 5 marzo 2005).

È più che naturale la conseguenza che la Chiesa locale sia preposta a “prendersi cura” della popolazione di fedeli e che promuova “un ordinario stato di vigilanza delle coscienze sulla gestione ordinaria dei prodotti di scarto, sulle materie prime ‘seconde’ da riutilizzare, sui residui (potenzialmente vantaggiosi) della collettività che li ha prodotti, sia ai livelli industriali che urbani” (ibidem). 

Emergenze

Se poi la situazione diventa esplosiva, a livelli di vera e propria “emergenza rifiuti” con pericoli di epidemie e di malattie come diversi casi di cronaca ci hanno descritto, le Chiese locali dovrebbero ancor più interrogarsi sulle loro fattive possibilità di intervento. Ecco dunque la necessità, per capire meglio le viarie situazioni che si prospettano, delle linee guida pastorali chiare per la lettura del contesto socio-culturale su cui si opera. 

Gli interventi dei pastori d’anime sulla problematica moderna dell’immondizia tengono sempre presente il “punto di vista di Dio in Cristo” e si estendono “anche negli ambiti degli attuali sviluppi scientifici e tecnologici, di cui i rifiuti sono, insieme, un effetto e una concausa, soprattutto per quanto concerne gli aspetti di riciclabilità e di produzione di nuova energia, nonché per quanto concerne uno degli ambiti – nei suoi versanti di ‘pericolosità’ o di attentato alla salute – del più ampio aspetto delle relazioni profonde che collegano le creature umane al creato, relazioni da rileggere sempre di più alla luce della rivelazione cristica” (ibidem).

L’importante comunque è che i cristiani e i suoi pastori continuino la riflessione sui rifiuti e sullo spreco consumistico, cercando sempre e comunque di interrogarsi su come contribuire alla corretta gestione delle risorse. Senza distruggere il cosmo. Leggendo la modernità della vita, le situazioni e gli orizzonti tecnologici e scientifici futuri. 

Il credente in primis deve perseguire la salvaguardia del creato attraverso un corretto uso dei rifiuti. Senza rinviare il problema ad altri. Senza retorica, ma facendo fronte alle esigenze non solo dottrinali, sentendo anche la gente comune. 

C’è chi lamenta il fatto che, dopo i tentativi vani di varie figure amministrative, politiche e giudiziarie per la gestione del problema (riferendoci soprattutto alla Campania, nda), sembrerebbe che la cosiddetta “ultima spiaggia” da interpellare sia la Chiesa locale. 

Tale estremo approdo alla comunità ecclesiale dà un po’ l’idea di una immobilità e di un ritardo cronico esponenziale di tutti quelli che avrebbero dovuto agire responsabilmente prima. Quasi che la Chiesa avesse chissà quale “alchimia” per far scomparire la problematica. Leggendo i tre episodi che di seguito si citano, ci sembra siano stati interventi ecclesiali a dir poco “profetici” sul tema. 

Il primo riguarda gli Uffici della Diocesi di Cerignola e Ascoli Satriano che, proprio all’inizio di questo nuovo millennio, intervenivano sul tema dei rifiuti e sulla cosiddetta emergenza “proponendo la sensibilizzazione della comunità sui problemi di inquinamento derivanti dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e industriali a proposito de ‘La Fenice’ di S. Nicola di Melfi” (ibidem). 

Ancora: un appello fu rivolto alla comunità ecclesiale quando vennero fatte sfilare in “processione” davanti alla cattedrale di Nola quelle pecore acerrane che ormai erano piene di diossina e dunque da abbattere perché non più servibili per l’alimentazione umana. 

L’ultimo esempio risale agli anni Novanta: Riboldi, allora vescovo di Acerra, “lamentava già il mancato coinvolgimento delle popolazioni locali nel dibattito, ormai ampiamente chiuso a livello di decisioni nazionale e regionale, sulla realizzazione di ciò che a quei tempi era identificato come un ‘inceneritore’”.

La comunità ecclesiale “finisce per trovarsi sguarnita di fronte a dilemmi emergenti nel contesto socio-culturale, perché non troppo abituata (…) a presagire e orientare preventivamente le trasformazioni, piuttosto che offrire una qualche soluzione a giochi ormai avvenuti” (ibidem). Ma è necessario ampliare il discorso sulla cosiddetta “pastorale dei rifiuti” a tutti i cristiani presenti ovunque nel mondo, senza circoscriverla solo alla Campania. Anche se tutti riconoscono la particolare situazione detta di “emergenza” e l’interessante “laboratorio” su questa questione, “non può rappresentare l’unico punto di riferimento per un intervento ecclesiale ordinario qualificato dalla “cura” per l’essere umano alle prese con la questione rifiuti”.

Ciò che è particolare, trattando di questo argomento, è vedere che alla Chiesa cattolica è riconosciuta una certa autorevolezza, una certa visione etica del mondo, quasi fosse depositaria di una “particolare forza morale” da mettere in campo in casi estremi di gravità. 

Forse perché le comunità parrocchiali riescono a far riflettere i propri fedeli su determinate tematiche, a far ponderare di più su determinate scelte, a educare la gente – in maniera saggia - alla riduzione dei rifiuti, contro il consumismo dilagante?

 

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