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La maschera trasparente

Apparire o essere? L’uso delle maschere, le verità plurime, i diversi livelli dell’Io e delle sue rappresentazioni: cosa si nasconde dietro l’apparire?
A colloquio con Elena Liotta.
Intervista a cura di Pietro Stanco

La persona nella società attuale ha qualche possibilità che l’“essere”, nonostante le maschere che lo mimetizzano, divenga finalmente prioritario?

È già tanto se la parte che in questo libro (La maschera trasparente. Apparire o Essere?, La Piccola Editrice, 2008) io chiamo ‘essere’ – contrapponendola ad ‘apparire’ – viene percepita dentro di sé. Che possa diventare prioritaria è una questione di scelte possibili ma molto difficili da attuare poiché implicano grosse rinunce. Infatti, dal momento in cui non ci si adegua più passivamente alle richieste/ricatti del mondo circostante, inizia per l’individuo un calvario di progressivo isolamento che non tutti riescono a sopportare. Solo robusti valori etici o spirituali possono sostenere in questi cammini. L’uso delle maschere mimetiche è un compromesso dignitoso solo se c’è la consapevolezza e una sorta di legittimazione per la  mancanza di alternative. Ma è poi vero? C’è il rischio di autoconvincersi che sia proprio così. In fondo si può spacciare qualsiasi cosa per autentica. Esiste un livello di verità che non è oggettivabile e di cui ciascuno ha la responsabilità davanti a se stesso.

Lei sostiene che l’essere soggiace all’apparire in quanto non funzionale alla società dello spettacolo, che intrattiene amabilmente, ma non ricerca né valorizza l’autenticità delle persone e la loro libertà interiore. Allora come comportarsi per salvaguardare la nostra autenticità?

Allontanandosi dalla società dello spettacolo in tutte le sue forme. Non nutrendola, non dandole autorevolezza, non lasciandosi ingannare. Il problema è che la società dello spettacolo insegue e ingloba tutto ciò che sembra sfuggire alle sue seduzioni, soprattutto se le si mette contro. Abbiamo visto molti contestatori essere usati dalla televisione e non viceversa. È il mezzo a dover essere evitato, ma pochi resistono all’attrazione di una grande platea che ascolta. Ciò che si dichiara in un contesto spettacolare soggiace alla categoria della finzione e viene svuotato della sua natura comunicativa più intima e autentica.  

Ho trovato molto attuale la disamina operata nel testo circa alcune insorgenze della società in cui viviamo: interpretazioni del reale a uso e consumo dell’interesse di privilegiate corporazioni; la manipolazione della verità da parte dei mass media; un modello sociale improntato al successo e all’individualismo; la carenza di riflessione, l’omologazione e il conformismo.

La distanza tra la vita reale delle persone e le loro rappresentazioni massmediatiche è tale che ormai convivono molti livelli di verità divergenti. La gente lo sa e non può farci nulla. Chi è ricco va avanti nella sua esistenza dorata, chi è povero si affanna tra mille disagi. Ma non è sempre stato così? Si tratta di una verità dei fatti che i moderni mezzi di comunicazione dissimulano a piacere facendo trovare a ciascuno quello che cerca o che gli corrisponde, anche le illusioni. Questo scenario fittizio distoglie dalla libertà di pensiero e dalla ricerca di una propria irripetibile identità e non favorisce le relazioni umanamente solidali. Il graduale peggioramento delle condizioni del pianeta e dei suoi abitanti potrà forse svegliare le coscienze più intorpidite. Ma, a quel punto, il rischio è che si scateni l’accaparramento delle migliori condizioni di sopravvivenza da parte dei più forti. Sarà forse meglio rimanere nel dubbio di cosa ci fa male o bene e se ce la faremo o meno, per alimentare la speranza?

Oggi non è poco il disagio esistenziale e il disorientamento. Lei sembra individuarne le ragioni non solo negli individui ma anche nel sistema sociale.

Sì. Proprio perché, come psicoterapeuta, ho a lungo trattato individui e piccoli gruppi, mi sono resa conto gradualmente dell’insorgere e dilagare di nuovi disagi e patologie, tra cui le tossicodipendenze, i disturbi alimentari e di forte ansia, gli ormai famosi attacchi di panico. C’è chi preferisce identificare più tecnicamente i disturbi narcisistici, cioè la vulnerabilità dell’Io, e quelli borderline, cioè di confine e senso del limite di sé. Sicuramente in ciascuna delle diagnosi menzionate la componente esterna, sociale è marcata per l’induzione della dipendenza (sostanze, tecnologia e altro), per le altre caratteristiche alienanti e massificanti del consumismo rinforzato dai media, per il rapporto disfunzionale tra corpo e cibo nel mondo occidentale, per la velocità e lo stress pervadenti lo stile di vita che moltiplicano il senso del pericolo e dell’imprevisto.

I giovani sono l’anello più fragile di una società in-autentica. Quale educazione familiare e scolastica mettere in atto per una riscoperta di valori quali il rispetto, la giustizia, la solidarietà, l’equità sociale? Ed entro quali spazi?

Riallacciandomi alla domanda precedente direi che ci vuole un grande coraggio da parte dei genitori e degli educatori di ragazzi e ragazze, per opporsi all’ondata conformista dell’attuale società postmoderna sostenendo valori e pratiche tutte da sperimentare nel contesto di crisi in cui ci troviamo. Bisogna cominciare dalla prima infanzia ed essere profondamente convinti che così non va. Senza questa convinzione non c’è né lo spazio né la libertà mentale per tentare il nuovo, e non si trasmette nulla a nessuno. Non esiste l’educazione da sola o sul manuale, senza l’educatore, e neanche il valore senza qualcuno che lo incarni attraverso il proprio esempio. È quindi un problema degli adulti innanzitutto. Se continuiamo a trasmettere i disvalori, anche indirettamente, cioè non opponendoci abbastanza, perché poi stupirci del fatto che i giovani imitano i modelli mediatici, la loro violenza, trasgressione e distruttività?

Nonviolenza e decrescita, costruire senso e contenuti nell’interrelazione dei gruppi, il passaggio del “testimone”... Questioni da Lei richiamate e che ormai richiedono un confronto assieme possibile e ineludibile. Quali le pratiche in concreto?

Una sola: il buon esempio degli adulti, che esprimano chiaramente la loro capacità di contenersi, di rispettare le diversità convivendo e valorizzando la comunicazione nonviolenta. È una questione di misura giusta, di parametri equi e non spostati a piacere da interessi esclusivamente economici e di potere. In questo senso, dato l’eccesso generalizzato a cui si è giunti nelle società avanzate, la via obbligata è quella del rientro nei limiti umani, cioè decrescita economica, e di un richiamo al localismo inteso come vicinanza alle cose, alle persone, ai processi produttivi e comunicativi che animano la comunità. Non si può chiedere ai piccoli o ai giovani ciò che gli adulti non riescono o non vogliono fare per primi. Qualsiasi età abbia oggi l’adulto, genitore o meno, egli dovrebbe affrontare la responsabilità verso le generazioni future, rimettendosi in gioco senza paura, provando a cambiare ciò di cui si lamenta, rinunciando almeno ai privilegi superflui, sporgendosi verso chi soffre o ha più bisogno, contrastando la banalizzazione, indignandosi per la volgarità; insomma non mancherebbero certo le occasioni in cui aprirsi a un risveglio di energie e sentimenti che sono stati troppo a lungo addormentati. 

Non aspettiamo altre guerre o catastrofi naturali per riscoprire l’amore e la solidarietà che la nostra specie ha saputo ripetutamente esprimere nel corso della sua storia.

 

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