EUROPA

Il re è nudo!

Il mondo è diventato troppo complesso per lasciarlo in mano agli specialisti.
I principi, le manovre, i rischi, i costi della strategia di Lisbona.
Santo Vicari (ingegnere, ex funzionario della Commissione UE. È tra i promotori del progetto “Università etica per la Condivisione della Conoscenza” www.universitaetica.net)

Chiesero inoltre che non succedesse più che gli euroburocrati lavorassero senza alcun controllo politico. I membri della Commissione Europea (di nomina politica) dovevano quindi “riappropriarsi” delle politiche europee. Così il successore del presidente Santers si trovò con poche ma chiare condizioni per poter accedere alla poltrona di Presidente della Commissione. Prendere o lasciare. Il discorso programmatico che Romano Prodi presentò al Parlamento europeo in occasione del suo insediamento nel 2000 conteneva poche priorità tutte volte a dare risposta a tali richieste:

1. cambiare lo statuto dei funzionari per ridimensionare le prerogative di indipendenza della funzione pubblica europea. Dovevano essere i commissari a dare istruzione ai funzionari su come interpretare i trattati (processo top – down) e non i funzionari a presentare ai commissari le proposte di direttive (processo bottom – up). Per maggior sicurezza, sarebbero stati i capi di Stato, riuniti nei sempre più frequenti Consigli Europei, a dare gli indirizzi politici ai commissari;

2. accelerare l’allargamento dell’Unione a 10 nuovi paesi dove si sarebbe potuta delocalizzare senza rischi parte della produzione materiale europea. L’adesione dei nuovi paesi era il più efficace strumento per tutelarsi. Non avendo l’Europa un esercito abbastanza forte per controllare i paesi dove si delocalizza la produzione (si consiglia in proposito l’intervista che l’allora vicepresidente della Convenzione europea, Giuliano Amato, ha rilasciato a Luciano Caracciolo: “Fini e confini dell’Europa”, LIMES, 1-2002, nda). Era molto più semplice estendere, con l’adesione, la legislazione europea a quei paesi in cambio di aiuti economici (i fondi strutturali). Così le aziende avrebbero potuto muoversi nei nuovi mercati senza doversi adeguare a regole diverse da quelle di casa propria;

3. stabilizzare gli scambi nel mercato interno introducendo la moneta unica e il patto di stabilità. Fino agli anni Ottanta il lavoratore europeo aveva la garanzia di stabilità sul lavoro, mentre la flessibilità di fronte ai cambiamenti della domanda del mercato era assunta dalle aziende. Oggi sono le aziende a operare in condizioni di stabilità mentre la flessibilità alle variazioni della domanda viene assorbita dal lavoratore;

4. darsi l’imperativo di una crescita competitiva. Solo una crescita elevata avrebbe consentito il margine per non abbattere drasticamente lo stato sociale europeo. 

Dalle definizioni alle ipotesi…

Se tutto questo fosse vero la strategia di Lisbona andrebbe definita così: “Diventare l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita sostenibile – ossia compatibile, ove possibile, con la protezione dell’ambiente – e accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una più grande coesione sociale, ove la crescita sia abbastanza sostenuta per sopportarne i costi (la parte in corsivo della definizione è quella ufficiale, nda). 

In questa ipotesi, il recupero del divario dagli USA sarebbe ora affidato esclusivamente agli specialisti: 

- agli economisti, che dovrebbero trovare le formule giuste per rendere l’economia più competitiva e più dinamica. Le loro attuali ricette per la strategia di Lisbona sono assolutamente classiche: per essere competitivi occorre abbassare il costo del lavoro e del sistema sociale. Il primo obiettivo si ottiene aumentando la produttività (PIL prodotto per unità lavorativa) e diminuendo i salari. I salari scendono se cresce la domanda di lavoro. Basta quindi incentivare la libera circolazione dei lavoratori, immettere sempre più donne e immigrati nel circuito del lavoro. Si ottiene così una forza lavoro mobile e flessibile, ideale per un’economia dinamica. Il costo del sistema sociale si abbassa, invece, riducendo gli sprechi oppure dirottando la spesa prevista per il welfare su altre priorità;

- ai tecnici, che dovrebbero sviluppare innovazioni tecnologiche poco costose per rendere compatibile la tutela dell’ambiente con una produzione di beni che assicuri una crescita mondiale sostenuta;

 - ai giuslavoristi, che “modernizzeranno” il mercato del lavoro sulla base di contratti non più collettivi ma individuali e a tempo determinato. Contratti per lavoratori completamente flessibili sia come capacità di acquisire nuove competenze - tutte le volte che il mercato non avrà più bisogno di quelle attuali - sia come mobilità. In cambio di quest’ultima, al lavoratore si promette la multiculturalità, il viaggio fra i pezzi di vari continenti dietro l’angolo di casa, le puntate veloci in aereo all’altro capo del mondo e poi il grande sogno: la flessicurezza. Sì, il costoso modello scelto per il nuovo stato sociale che viene dai paesi più avanzati d’Europa, ma anche tra i primi per il numero di suicidi. Sono i paesi più ricchi, grazie però alle dimensioni ridotte e alla plurisecolare coesione sociale. 

Può una tale formula applicarsi a un grande paese socialmente eterogeneo come l’Italia? E poi, cosa succederebbe se tutti i paesi puntassero come loro sulle nicchie di mercato? 

- ai docenti, che non sono più chiamati a educare e formare la persona bensì il lavoratore che sappia fare la cosa giusta del momento e che sappia impararne un’altra per il momento successivo. Chi lo decide? Il mercato naturalmente. Di questo non si fa un mistero. 

A chi giova la strategia di Lisbona?

Dipende dal punto di vista. Consideriamo ad esempio la lobby fatta presso i governi nazionali perché l’UE adottasse l’economia della conoscenza. Si tratta di basare la crescita dei prossimi dieci o venti anni sui servizi che chi “sa fare” vende a chi non sa fare. Le cifre oggi dicono che l’Europa rimane il più grande esportatore mondiale e che in cima alle esportazioni sta un prodotto dell’economia della conoscenza: la vendita di servizi finanziari. Cosa è un servizio finanziario? Vendere qualcosa che vale mille al prezzo di tremila dopo avere creato artificiose aspettative di aumento della domanda di quel “bene virtuale”. Fargli fare un altro giro nel mercato e poi un altro ancora fino ad arrivare a novemila. Il valore reale è sempre mille ma quello virtuale è novemila. Gli ottomila di differenza vanno intanto a finire nelle tasche di chi tira le fila, di chi “sa fare”. Quando si è drenata tutta la liquidità disponibile e non ci sono più soldi per continuare il gioco al rialzo, si scopre che il re è nudo e di colpo il prodotto ritorna al prezzo reale. Si dice così che in un giorno si sono bruciati ottomila unità, la ricchezza accumulata in cinque anni. In realtà non si era accumulata alcuna ricchezza. C’è soltanto stato qualcuno che iniquamente, e facendo leva sul desiderio iniquo di molti, si è messo in tasca ottomila. Si parla di “ricchezza bruciata” e si paga facendo lievitare vertiginosamente quel debito pubblico che fino a pochi giorni prima veniva evocato per abbassare il livello dello stato sociale. Centinaia di migliaia di lavoratori del settore finanziario a casa. Nessun problema per un sistema che prevede la flessibilità.

Per chi opera nel settore finanziario, la strategia di Lisbona calza a pennello: per un verso ha introdotto la liberalizzazione dei mercati creando le condizioni di legalità per le sue operazioni poco trasparenti e per l’altro verso ne “assorbe” le conseguenze sociali.

La strategia non sembra invece giovare all’ambiente. Poco male: basta mostrare che ci si sta occupando del riscaldamento climatico incentivando le energie alternative e i nuovi processi produttivi a minore impatto ambientale. 

La strategia non sembra giovare nemmeno allo stato sociale. Il cittadino ha meno servizi e il divario ricchi poveri aumenta. Si comincia a parlare di “fratelli poco fortunati”. Nella logica della competizione ci sono sempre i vincitori e i vinti e bisognerà accettare che qualcuno resti indietro. L’importante è che al perdente si offrano nuove opportunità. Poco a poco si fa, però, strada l’idea che se nonostante tutto la sfortuna permane, la colpa non è di chi fa il business che anzi, perseguendo la crescita, crea le condizioni per aiutare tutti. La colpa è della natura umana che ha fatto qualcuno meno forte e meno competitivo degli altri. Forse lo ha fatto anche con meno voglia di lavorare e quindi un po’ è anche lui che si tira addosso la povertà. Così si affievolisce il senso di responsabilità dell’impresa o dello Stato e si fa appello al volontariato, a coloro che hanno la vocazione di aiutare sempre qualcuno.

Conclusioni

Fra i parlamentari europei e i funzionari della Commissione, sono parecchie le voci critiche sulla strategia di Lisbona. Ma riguardano la sua efficacia sul welfare o la scarsa capacità di coordinamento fra Stati membri. C’è anche chi le dà i giorni contati e quindi ne minimizza gli effetti. Ma ciò che non si dice è che intanto, dopo otto anni, questa strategia ha avviato un processo irreversibile di cambiamento del paradigma di riferimento della nostra società. È così che la nostra costituzione è di fatto cambiata (mi riferisco alla prima parte). L’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro, ma sulla crescita e la competizione. Si è persino coniato l’eufemismo per nascondere questo cambiamento distinguendo fra costituzione formale e costituzione materiale. Basterà aspettare il consolidamento del sistema bipolare e delle liste elettorali senza preferenza. A quel punto, si leveranno le voci di autorevoli personaggi che chiederanno il cambiamento formale della prima parte della costituzione per adeguarla alla realtà accettata ormai (ma non scelta) da tutti i cittadini.

 

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SETTEMBRE 2019

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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