Zingari, lo sterminio dimenticato

26 gennaio 2004 - Patrizia Pellini

Profondo è il ricordo dello sterminio di più di sei milioni di ebrei, anche se è sottoposto in modo costante al rischio del revisionismo storico; meno presenti gli stermini che hanno coinvolto omosessuali, diversamente abili, oppositori politici e rom. Si hanno le prove di almeno 500.000 rom trucidati nei campi.
Sappiamo bene che la stella gialla a cinque punte era il marchio degli ebrei, ma pochi sanno che un triangolo nero con il vertice capovolto, a volte affiancato dalla lettera z, (lettera che stava per zigeuner: “zingari”) era il marchio dello Zigeunerlager, il campo degli zingari. Marchi che per i nazisti rappresentavano l’identificazione di “razze” pericolose, minacce alla suprema “razza” ariana. In modo teorico i nazisti avevano individuato il gene che determinava nei rom l’istinto al nomadismo: il rom era nomade, ladro, truffatore, assassino per cause genetiche, cioè generatrici di un comportamento immodificabile.
Numerosi documenti testimoniano la loro presenza in molti lager, in particolare Auschwitz: nel campo di sterminio, per un certo periodo, ci fu una sezione appositamente riservata alle famiglie zingare, sebbene la presenza dei rom sia documentata anche prima della costruzione di un apposito campo per loro. Lo Zigeunerlager entrò in funzione alla fine del febbraio 1943 e cessò di esistere ai primi di agosto del 1944, quando tutti coloro che vi erano, fino a quel momento, sopravvissuti, vennero condotti nelle camere a gas. Solo negli anni ’80 la Germania riconobbe ai rom la dignità di vittime: riconobbe, cioè che essi avevano subito una persecuzione razziale.

Una lunga rimozione
Qualcuno sostiene che questa pesante rimozione nasconda un problema reale legato al risarcimento dovuto alle vittime del nazismo, altri ritengono che pochi dei rom sopravvissuti abbiano voluto raccontare e ancor meno siano stati ascoltati. In questi mesi, anche in Italia, ad alcuni rom parenti di persone morte nei Zigeunerlager stanno arrivando richieste di documentazione per avviare un

Una scambio tra culture
La Cooperativa Rom Bosnia Herzegovina è una cooperativa sociale fondata nel 2000 dai rom della comunità di Vicolo Savini grazie ad un contributo del Municipio Roma XI, in cui è collocato il campo. La Cooperativa si propone di diffondere la conoscenza della cultura rom e di contribuire a un miglioramento delle competenze professionali dei propri soci. Ha sede in via Goito 35/b a Roma.
percorso di risarcimento, a mezzo secolo da quegli eventi.
Dalla mia esperienza di psicologa che, con una certa attenzione alle dinamiche che sottendono i processi, sta da diversi anni condividendo un pezzo di cammino con alcune comunità rom della città di Roma, vorrei proporre alcune riflessioni, modesto contributo a un percorso di attualizzazione del ricordo dello sterminio nazista dei rom. Le esperienze vissute dai rom nei campi di concentramento e gli eventi ad esse conseguenti, ci chiedono di confrontarci con i potenti meccanismi di un pregiudizio paradossale che, pur riguardando un solo popolo, ha una dimensione che investe numerosi popoli e secoli e secoli di storia, almeno europea. Pregiudizio che ha contribuito e contribuisce ancora alla dimenticanza dello sterminio dei rom. Se oggi in determinati Paesi (si pensi per esempio alla Spagna), alcuni atteggiamenti sono ammorbiditi e modificati, in Italia ancora molto è il cammino da fare.
Confrontarci con il pregiudizio vuol dire essere consapevoli che lo stereotipo del rom presente nella nostra cultura è quello di un rom visto come l’essenza stessa della libertà, irriverente rispetto ad ogni regola, amante delle arti e degli espedienti, continuamente in movimento da un paese all’altro, considerato se non meno di un essere umano sicuramente un po’ diverso. Che la loro presenza nel nostro Paese sia sempre stata contraddistinta dal pregiudizio e dal razzismo, è un dato di realtà, se si pensa che la storia di questo arrivo è ricostruibile soprattutto attraverso tracce di persecuzioni e razzismo. Per esempio, il primo documento che testimonia la presenza di rom in Italia risale al 1300 ed è un editto di impunibilità per coloro che avessero ucciso un rom. Mentre la realtà mostra che i rom stranieri giunti sul territorio italiano negli ultimi decenni (circa 100.000) sono arrivati a seguito di persecuzioni perpetrate in occasioni di guerre o di sconvolgimenti realizzatisi in vari paesi. Paesi in cui abitavano case stabili e lavoravano, sebbene svolgessero i lavori più umili.

In fuga dalla guerra
Infatti gli eventi principali che hanno determinato un arrivo massiccio di rom nel nostro paese sono stati: la guerra nella ex Jugoslavia e la conseguente sua divisione, la guerra in Kossovo e gli stravolgimenti della Romania. Uno degli elementi che contraddistingue il popolo rom è la volontà di non partecipare a nessuna guerra: così spesso quando essa scoppia, i primi a scappare sono proprio loro. I musulmani che vivevano in alcune delle zone della Bosnia oggi assegnate dagli accordi di Dayton ai serbi di Bosnia, erano nei fatti rom: essi allo scoppio della guerra fuggirono, e furono perciò considerati traditori; al momento degli accordi le loro case vuote e spesso peraltro distrutte, furono assegnate ai serbi, rendendo così impossibile un loro eventuale rientro in quella terra. Molti dei profughi presenti nei campi di soccorso durante e dopo la guerra in Kossovo,

La lente focale
Sull’esperienza dei rom nei campi di concentramento si consiglia la lettura di “La lente focale” , di Otto Rosenberg, uno dei pochi rom rinchiuso in un campo che è sopravvissuto e ha lasciato una testimonianza scritta di questa esperienza. È fuori commercio e quindi da ricercare in qualche biblioteca.
erano rom: una parte di loro scappò e i sopravvissuti alle traversate giunsero in Italia. Numerosi, infine, i rom che lavorano nelle miniere della Romania e che sono stati i primi a essere licenziati e allontanati dopo la caduta di Ciausescu e con la crisi economica.
Le numerose direttive europee che sanciscono il diritto dei rom a spazi di vita rispettosi della loro cultura e a luoghi in cui poter conservare i loro lavori tradizionali (si pensi per esempio ai plateatici delle giostre) sono totalmente disattese. Nella legge sui diritti delle minoranze approvata nel 2000, la parola “rom” è stata cancellata dall’elenco delle minoranze riconosciute perché non c’è nessun territorio dello stato italiano in cui loro siano presenti in modo significativo, e la legge prevede il riconoscimento sulla base di una determinata concentrazione territoriale.
La loro lingua, che deriva in modo diretto dal sanscrito, è orale. La prevalente oralità del pensiero legata alla lingua rende difficile per i ragazzi e per i bambini adeguarsi all’apprendimento impostato nelle nostre scuole. Il mondo è cambiato ad una velocità tale che i loro mestieri oggi in ben poche occasioni possono essere veramente utili; il processo di riconversione e l’inserimento in settori di mercato validi al giorno d’oggi richiederebbe un possesso e una conoscenza delle tecnologie e delle esperienze oggi sperimentabili, nonché un’azione intensa e prolungata di sperimentazione e di opportunità che in modo ben difficile i rom riescono ad avere a disposizione.
È in questo contesto più articolato e complesso che è proficuo inserire il riconoscimento che in molte situazioni i rom si ritrovano a vivere di espedienti e a stretto contatto con la malavita locale; perché il contesto ci facilita anche ad interrogarci su quanto facciamo noi per contribuire all'individuazione di strade di produzione di reddito alternative e che sia capaci di valorizzare le molteplici competenze e abilità che i rom hanno.
Poco viene fatto in questo senso, a partire dall’atteggiamento delle istituzioni italiane ai vari livelli, è orientato a uno spiccato assistenzialismo e a una paralizzante sfiducia di poter risolvere i problemi in modo definitivo. Molte risorse vengono investite in azioni che ben poca probabilità hanno di essere risolutive delle problematiche sia dal punto di vista dei rom che da quello delle istituzioni locali. Tutto questo alimenta il pregiudizio verso le popolazioni “ospitanti” presente anche nella cultura rom. Nella lingua romanès, esiste una parola : “gagé”, che significa “non rom”, parola che riunisce in un’unica categoria tutti coloro che “non sono rom”, a qualunque popolo appartengano. Categoria che va a indicare tutti coloro da cui ci si deve difendere e di cui si deve diffidare. Il pregiudizio, non solo in questo caso, si combatte con l'incontro da persona a persona e con la scoperta dell'umanità dell'altro. Ciò sta avvenendo a livello micro, nei quartieri dove i bambini rom frequentano le scuole, nelle esperienze associative in cui i rom partecipano a iniziative e attività, nelle esperienza di Santino Spinelli, primo rom italiano laureato e professore universitario di cultura rom all'Università di Trieste –attualmente presidente dell'associazione - centro culturale zingaro “Thém Romanò” (Mondo zingaro), e promotore di Alexian Group, gruppo musicale di cultura zingara.
Promuovere lo scambio, essere aperti anche a interpretazioni differenti di determinate nostre categoria ed essere capaci di cogliere i segni positivi al loro nascere e coltivarli piano piano è ciò che fa la differenza in un cammino in salita, ma rivolto al superamento del pregiudizio e alla costruzione di un diverso mondo possibile.

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