FINANZA

Quando il paradiso è solo fiscale

La politica e la crisi finanziaria internazionale. A fronte di redditi sicuri per alcuni, celati al fisco, i più pagano il prezzo della crisi: cosa c’è dietro la recessione, come nasce, come se ne può uscire.
Mario Pianta (Professore di Politica Economica all’Università di Urbino, tra i promotori della Campagna Sbilanciamoci!)

Con la crisi finanziaria internazionale e la grave recessione in arrivo in tutto il mondo, la politica economica – in Italia come in Europa, negli Stati Uniti come a livello globale – si trova ad assumere un ruolo essenziale per governare l’economia, regolamentare i mercati, guidare i comportamenti di banche e imprese. È il ritorno della politica, che deve fondarsi su valori condivisi – il benessere, l’equità, la sostenibilità ambientale –, perseguire un interesse generale, tutelare diritti e controllare l’economia. È la fine di quarant’anni di politiche neoliberiste, che hanno imposto la ritirata dello stato dall’economia e hanno “lasciato fare” a mercati, banche e grandi imprese multinazionali, con risultati devastanti nella finanza come nell’economia reale.

I MECCANISMI DELLA CRISI
La finanziarizzazione di un’economia sempre più globale ha portato alla crescita patologica di attività finanziarie con una logica speculativa: le transazioni annuali di titoli azionari e obbligazionari mondiali sono quattro volte il Prodotto interno lordo (Pil) mondiale, quelle sui mercati dei cambi superano di 15 volte il Pil mondiale. Si è gonfiato il mercato dei prodotti derivati, (contratti che si appoggiano su altri titoli, scommettendo sul loro prezzo futuro) che è pari a 12 volte il Pil mondiale. Il sistema bancario si è lanciato in operazioni speculative che hanno portato l’esposizione finanziaria a breve termine delle banche (i debiti da pagare entro l’anno) a raggiungere l’86% del Pil in Italia, una volta e mezzo il Pil in Gran Bretagna, due volte il Pil in Islanda – il primo paese europeo a subire un crollo finanziario – quasi tre volte il Pil del Belgio (International Herald Tribune, 11-12 ottobre 2008). Negli Stati Uniti, la crescita parallela dei valori immobiliari e del mercato dei mutui ad alto rischio ha moltiplicato crediti e strumenti finanziari fortemente instabili.
Negli ultimi mesi, una dopo l’altra, le bolle speculative dei mutui sulla casa e della finanza sono scoppiate. Negli Stati Uniti e in Europa sono fallite decine di grandi banche e società finanziarie immobiliari, alcune sono state “salvate”, molte sono state nazionalizzate.
La crisi finanziaria ha portato a crolli di Borsa in tutto il mondo. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna gli indici di Borsa di inizio ottobre 2008 sono caduti del 30% rispetto a un anno prima, in Francia, Germania e Giappone il crollo è stato vicino al 40%, in Italia del 42%; uguale il crollo in India, mentre in Cina la caduta è arrivata al 60% (International Herald Tribune, 9 ottobre 2008). In altre parole, il valore delle grandi imprese quotate in Borsa si è ridotto di un terzo o della metà rispetto a un anno fa. In tutti i paesi, infine, l’economia reale dà segni di rallentamento e si annuncia la più grave recessione da quella degli anni trenta. Questo gonfiarsi delle attività finanziarie mondiali è stato reso possibile dalla piena liberalizzazione dei movimenti dei capitali e del mercato dei cambi realizzate a partire dagli anni Ottanta. Ciò ha drasticamente ridotto gli strumenti di politica economica a disposizione dei governi. Sul piano dei cambi tra le valute, si è aperta la possibilità di attacchi speculativi contro i paesi più fragili, che hanno portato a frequenti crisi finanziarie in Asia, Russia, America latina.
Sul piano finanziario, i flussi di capitali speculativi hanno reso impossibile ai governi di governare gli investimenti e le trasformazioni dell’economia reale. Sul piano delle politiche fiscali, la libertà di movimento dei capitali ha consentito alle imprese e ai ricchi di tutto il mondo di trasferire denaro dove prometteva guadagni speculativi maggiori e minore tassazione. Diversi paesi sono diventati dei “paradisi fiscali” (con tasse bassissime o nulle sui profitti delle imprese e sulle rendite finanziarie) e qui sono depositati 11.500 miliardi di dollari detenuti da persone fisiche; si valuta che un quarto della ricchezza generata in un anno sul pianeta finisca nei paradisi fiscali. Si tratta di risorse sottratte all’imposizione fiscale nei paesi dove la ricchezza viene prodotta.
Così in Italia circa tre quarti delle imprese dichiara di non fare profitti e quindi non viene tassata; negli Stati Uniti, – secondo il Government Accounting Office – due terzi delle corporations non hanno pagato tasse sui redditi ottenuti tra il 1998 e il 2005. Con i profitti e i redditi più alti “al sicuro” nei “paradisi fiscali”, le politiche nazionali hanno finito per rivolgere l’imposizione fiscale soprattutto sui redditi da lavoro, e anche qui le misure realizzate in tutti i paesi hanno alleggerito le aliquote sui più ricchi.

LE RISPOSTE ALLA CRISI
Le cause della crisi finanziaria attuale sono nell’insostenibilità di un sistema che lascia prevalere la speculazione sulle regole, la finanza sull’economia reale, i mercati sulla politica. Eppure le risposte alla crisi decise finora fanno di tutto per lasciare immutato il sistema; è stato fornito un credito quasi illimitato da parte delle banche centrali, sperando che ciò fermasse la caduta delle Borse; il piano Paulson, approvato negli Stati Uniti, fornisce 700 miliardi di dollari per l’acquisto di “titoli tossici” (quelli che ora sono praticamente senza valore) delle banche, con la possibilità che il governo acquisisca quote azionarie di minoranze delle banche, da rivendere a crisi finita; l’entrata dello Stato nella proprietà delle banche è invece la strada presa in Gran Bretagna. La logica degli interventi realizzati all’inizio di ottobre 2008 resta quella di salvare i responsabili della crisi, facendone pagare i costi a tutti i cittadini.
Una serie di proposte alternative sono state avanzate in diversi paesi per dare una risposta alla crisi che ne impedisca l’aggravarsi, eviti una grave recessione per l’economia reale, ridimensioni il ruolo della finanza e della speculazione. Anche l’Italia potrebbe introdurre una serie di misure di questo tipo, e contribuire a spostare le decisioni del Consiglio Europeo e della Banca Centrale Europea in questa direzione. Ecco un sintesi delle misure possibili.

1. Chi ha speculato, paghi
I costi per “salvare” la finanza devono essere a carico di chi ha beneficiato delle rendite finanziarie.
Anche se i benefici della finanziarizzazione sono stati ottenuti da banche, imprese e persone che operano anche fuori dai confini nazionali, l’Italia può introdurre alcune misure concrete per recuperare le risorse pubbliche necessarie per gli interventi di “salvataggio” di fronte alla crisi finanziaria. Esempi di misure possibili sono i seguenti:
- aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, almeno in linea con la tassazione prevalente in Europa (una misura già contenuta nel programma del governo Prodi);
- nel caso di costi di “salvataggio” particolarmente elevati, valutare la possibilità di un’imposta patrimoniale una tantum sui patrimoni più elevati;
- aumento della tassazione sugli immobili e sulle rendite immobiliari, con misure per ridurre l’evasione fiscale da parte dei percettori di redditi da locazione;
- forte aumento della progressività dell’imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche, in particolare a partire dagli scaglioni superiori ai 100 mila euro l’anno.

2. Serve un governo pubblico della finanza
Nuove istituzioni e regole devono guidare le attività finanziarie in Italia e a scala globale.
Per governare la finanza globale è necessario un nuovo sistema internazionale che definisca regole condivise tra tutti i paesi. L’Italia deve partecipare a questa discussione, contribuendo a modificare l’orientamento fin qui tenuto dall’Unione Europea. Una misura urgente e necessaria in questo campo è l’introduzione della Tobin Tax sulle transazioni valutarie, in modo da ridurre il volume delle attività speculative sui mercati dei cambi e accrescere la stabilità.
Inoltre, il governo italiano può prendere alcune decisioni dirette per quanto riguarda le politiche da realizzare all’interno del paese. Esempi delle misure possibili sono i seguenti:
a. I finanziamenti forniti dallo Stato alle banche devono prendere la forma di quote azionarie; un’agenzia pubblica, sul modello dell’Iri, potrebbe detenere tali azioni e svolgere un ruolo anche nell’orientamento delle attività svolte dalle società partecipate.
b. È necessaria una forte regolamentazione delle attività finanziarie per limitare le operazioni speculative e aumentare la solidità e la trasparenza; tra queste si può proporre di:
- aumentare le riserve necessarie per l’attività degli operatori finanziari
- porre forti restrizioni alla vendita e all’acquisto di prodotti finanziari derivati, specie nel settore energetico, ambientale e delle materie prime; inoltre, dovrebbe essere vietato l’uso di derivati da parte di enti pubblici italiani.

3. Limitare la recessione
Per ogni euro investito nel salvare il sistema finanziario, ci dev’essere un euro investito per tutelare e riconvertire l’economia reale.
L’Unione Europea e l’Italia dovrebbero impegnarsi a finanziare – con risorse pari a quelle destinate alla finanza – un piano d’investimenti pubblici su tre fronti principali:
- infrastrutture e servizi: le “piccole opere” di tutela del territorio, miglioramento di scuole e servizi sanitari pubblici, sistemi di trasporto urbano e regionale, miglioramento della qualità della vita;
- un piano di costruzione e ristrutturazione di abitazioni di proprietà pubblica, da assegnare in affitto, con prezzi controllati, a giovani e famiglie a basso reddito;
- incentivi pubblici a investimenti privati in energie rinnovabili e attività sostenibili dal punto di vista ambientale.
La domanda di beni e di lavoro attivata da un tale programma consentirebbe di evitare (e limitare) la recessione in arrivo, di dare una risposta alle emergenze casa in molte città, di compensare le perdite di posti di lavoro prodotte dalla crisi e di riorientare lo sviluppo della nostra economia.

4. Redistribuire risorse e ridurre le diseguaglianze
La politiche devono rovesciare l’aumento delle diseguaglianze e il trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi associato alla finanziarizzazione.
Negli ultimi vent’anni l’Italia è diventato uno dei paesi con le peggiori diseguaglianze di reddito e di ricchezza d’Europa. La quota dei profitti e delle rendite finanziarie è aumentata in modo abnorme; le politiche di risposta alla crisi finanziaria devono essere coerenti con la necessità di avviare una redistribuzione di risorse dai ricchi ai poveri. Esempi di misure che possono contribuire a questi obiettivi sono le seguenti.
- un aumento dell’imposizione fiscale sulle imprese (l’Ires) in modo aumentare del 30% le entrate in due anni, magari introducendo una progressività dell’imposta;
- reintroduzione della tassa di successione, che consente di redistribuire risorse tra le generazioni e di ridurre le diseguaglianze di ricchezza che derivano dai privilegi familiari;
- valutare la possibilità di introdurre un limite al divario tra i superstipendi dei manager e quelli dei lavoratori; si potrebbe individuare l’obiettivo che il rapporto tra il dipendente più pagato e quello meno pagato di un’impresa o di un’amministrazione pubblica sia di 25 a uno. Tale rapporto dovrebbe essere vincolante per le istituzioni pubbliche. Per le imprese private, potrebbero essere introdotte misure che favoriscano scelte coerenti con una tale convergenza dei redditi; ad esempio, le imprese che superino tale rapporto potrebbero essere escluse dall’accesso a agevolazioni fiscali e incentivi pubblici. Tale proposta è di particolare attualità negli Stati Uniti, dove il Presidente guadagna circa 25 volte il lavoratore del governo federale peggio pagato; anche il “guru” aziendale Peter Drucker ha suggerito che un rapporto di 25 a 1 tra i redditi più alti e più bassi assicura un equilibrato sistema di incentivi e una maggior efficienza produttiva.
Misure di questo tipo potrebbero da un lato fornire le risorse necessarie per gli interventi straordinari necessari per far fronte alla crisi finanziaria internazionale, riducendo gli effetti negativi sull’economia reale, l’occupazione, i redditi più bassi; dall’altro lato potrebbero assicurare un’equa ripartizione dei costi del risanamento e porre le premesse per uno sviluppo stabile, equo e sostenibile del nostro paese.

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