PAROLA A RISCHIO

Un dialogo sul dialogo

Come praticare il linguaggio del dialogo, se nessuno lo parla più? La crisi attuale coinvolge anche la nostra capacità di comunicare.
Lidia Maggi e Angelo Reginato

Le parole a rischio sono quelle spersonalizzate e urlate a un interlocutore senza volto; le parole da continuare ad arrischiare all’interno della storia, sempre ambigua, sono quelle che rivelano la loro vocazione di “voce” che chiama per nome, che apre al confronto. Parole che fuoriescono dai vocabolari ufficiali come anche dal repertorio limitato e pregiudiziale a cui attingiamo per ribadire le nostre quattro idee, difese a denti stretti da possibili critiche o da scenari inediti che hanno il difetto di sfuggire al nostro controllo. Le parole, non più agli arresti domiciliari, per poter vivere hanno bisogno di intrecciarsi in un dialogo.

Sono convinta che bisogna imparare a dialogare per poter vincere la paura e il pregiudizio dell’altro.
Come se dialogare fosse facile...
Certo che lo è. La parola ci è stata data per discutere, raccontarsi, dialogare; non per fare monologhi. Il nostro respiro trasforma la parola in suono, voce che chiama, che interpella, che ci strappa alla solitudine. Dialogare dovrebbe essere semplice e vitale come respirare.
Allora soffriamo tutti di problemi respiratori, perché intorno a me vedo così tante persone incapaci di parlarsi, chiuse nelle loro convinzioni. Accettano di entrare in contatto con l’altro solo se questi le conferma nelle proprie opinioni.
Il confronto con il simile è, in realtà, un’eco. Esperienza narcisistica che non ti cambia, ma ti rafforza in ciò che credi. Ti rifletti nell’altro, come in uno specchio. Per dialogare bisogna prima di tutto fare i conti con un altro che è diverso da me, che non è specchio bensì finestra aperta su un panorama differente.
Vedi, dunque, che l’esperienza del dialogo è tutt’altro che immediata, semplice. E se è vero, come tu sostieni, che dovrebbe essere istintivo per noi dialogare, perché siamo animali sociali, oggi ci scopriamo animali in cattività che hanno perso l’istinto di comunicare. Bisogna reimparare a dialogare e questo richiede disciplina e fatica. È come apprendere una lingua sconosciuta: è necessaria tanta pratica.
Penso proprio che oggi l’esperienza del dialogo possa essere paragonata all’apprendimento di una lingua straniera, con suoni ostici che pochi conoscono. Ogni parola ti richiede impegno, esercizio. Ci vorranno anni per imparare a pensare in questa nuova lingua. Su questo, siamo tutti stranieri.
Forse hai ragione. Non è semplice e istintivo dialogare, ma lo si può apprendere, come un bambino impara a parlare, senza accorgersene, vivendo e ascoltando i genitori...: mette insieme parole, frasi, per poter comunicare con la madre ed esprimere i propri bisogni; impara grazie all’imitazione.
È questo il problema: imitiamo il contesto culturale in cui viviamo. Come praticare il linguaggio del dialogo, se nessuno lo parla più? È lingua arcaica, morta, per eruditi, per specialisti. Quali modelli per questo apprendimento? La scuola? I mass media con i salotti televisivi, le infinite chiacchiere, i talk show dove voci diverse, spesso gridate, si sovrappongono senza ascoltarsi? Urla tra sordi!
Tu poi parlavi della necessità di riconoscere l’altro nella sua differenza. Ma oggi la diversità è tutt’altro che un valore. È propagandata come pericolosa. Il diverso non è più colui che è depositario di una conoscenza che io non ho, l’ospite che mi visita e apre nuove finestre sul mondo. Lo straniero è portatore di pericoli. Da lui bisogna difenderci, combatterlo. Viene, dunque, meno uno dei soggetti del dialogo: l’altro. Demonizzando la diversità ci si chiude al confronto... Le politiche securitarie, delle frontiere chiuse, delle espulsioni, delle strade sorvegliate dalle ronde influenzano anche la nostra capacità di entrare in relazione con l’altro. Ci strutturano nella diffidenza, anestetizzano la nostra curiosità. La crisi che stiamo attraversando non è solo economica: tocca anche la nostra capacità di comunicare.
Ma dall’alterità non si scappa: l’altro sono io! È questo che cerchiamo di negare. L’altro è già dentro di te. Tu sei altro a te stesso. Nella Bibbia è detto in molti episodi: cerchi il nemico altrove e lo scopri nel fratello che ti vive accanto; e a volte tu stesso lo divieni per lui. Anche tu porti il marchio di Caino. Le relazioni sono più complesse di quello che crediamo. Come nella saga di Giuseppe, venduto dai suoi fratelli, succede che il nemico è quello che ti soccorre e ti accoglie. Mi sembra che la prima alterità da riconoscere sia proprio quella che ci abita. L’altro, lo straniero, temuto come rivale, usurpatore, nemico, ha spesso i tratti del mio stesso volto, vive la mia stessa storia. Forse è questo che Levinas intendeva quando, interpretando la Scrittura, diceva: “Ama il tuo prossimo: è te stesso”.
La parola amore mi sembra troppo impegnativa. Riconosco, però, che per dialogare occorre posare sull’altro uno sguardo empatico. La diffidenza pregiudica il confronto. Ma a volte anche questa si scioglie nella discussione. Quando Gesù si trovò di fronte quella donna straniera che gli chiedeva aiuto per la sua bambina malata, ricordi come si irrigidì, come rispose con un tono duro a quella richiesta? Eppure anche lui, poi, si sciolse di fronte all’astuzia della sua interlocutrice che gli rispose utilizzando le sue stesse argomentazione. Gesù le negò aiuto sostenendo di essere mandato per i figli di Israele, e glielo disse in tono durissimo: “non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini”. La donna cananea, invece di difendersi a sua volta, suggerì che i cagnolini, senza rubare il pane dei figli, possono nutrirsi delle briciole che cadono dalla tavola. L’intelligenza e la passione di quella interlocutrice conquistò Gesù che da quella conversazione così faticosa imparò qualcosa sulla sua stessa vocazione: la grazia del suo Dio non può essere rinchiusa nei confini di Israele.
Entrambi gli interlocutori uscirono da quel dialogo serrato arricchiti: la donna ebbe indietro la figlia guarita e Gesù comprese di essere chiamato anche per i pagani. Come sono riusciti i due a passare dalla diffidenza all’accoglienza? Quali pregiudizi hanno superato? E come? Io credo che quando Gesù rispose a tono alla donna, arrivando persino all’offesa, chiamandola con il termine con cui gli ebrei chiamavano i pagani (cani, per l’appunto), la donna si sia interrogata sulle ragioni implicite, sulle intenzioni del suo interlocutore. Non si è limitata a udire le parole; ha ascoltato anche i non detti, le preoccupazioni che abitano nelle profondità dell’interlocutore.
Mi viene in mente una testimonianza di Martin Buber che parla di una sua vera e propria conversione. Senti cosa dice: “Un giorno ricevetti, dopo una mattinata di entusiasmi religiosi, la visita di un giovane sconosciuto, senza esservi presente con tutta l’anima. Non tralasciai di andargli incontro con gentilezza; lo trattai come tutti i suoi coetanei che in quell’ora del giorno usavano venirmi a ricercare come un oracolo al quale si può rivolgere la parola. Conversai con lui attentamente e francamente, trascurai soltanto di intuire le sue domande inespresse. Conobbi il contenuto sostanziale di queste domande non molto tempo dopo, da un suo amico; egli stesso non viveva già più. Seppi allora che non era venuto da me per caso, ma mandato dal destino. Non era venuto per una semplice conversazione, ma per una decisione e proprio da me, proprio in quell’ora.
Che cosa attendiamo se, pur essendo disperati, ci rechiamo da una persona? Sicuramente, vi vogliamo scorgere una presenza, attraverso la quale ci venga detto che, nonostante tutto, esiste il senso delle cose. Da allora ho abbandonato quella ‘religiosità’ che è soltanto eccezione, distacco, estasi... Non riconosco altra pienezza fuori da quella delle ore mortali ricche di appello e di responsabilità”.
È proprio questo che ritengo decisivo: uno stile di vita che sappia ascoltare in profondità le parole dell’altro, che intercettiamo nella banalità del quotidiano. Andando oltre i monologhi dogmatici o le chiacchiere inconcludenti.
Il dialogo è un cammino, un percorso che richiede una pedagogia fatta di empatia, ascolto attento, conoscenza non superficiale, tempi lunghi, e anche silenzio. È questa l’esperienza che più dobbiamo arrischiare.

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