TESTIMONI

In nome della pace

In nome della legittima difesa posso eliminare il nemico? Dialoghi immaginari tra don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari.
Fabio Corazzina

Il 15 settembre 1950 giunge alla redazione di “Adesso”, rivista promossa da don Primo Mazzolari, una lettera di un gruppo di giovani:
Caro “Adesso”, siamo un gruppo di giovani né fascisti, né comunisti, né democristiani ma cristiani, democratici, italiani. Ogni giorno a ritmo incalzante sentiamo parlare di riarmo, di stanziamenti favolosi e urgenti per produzioni belliche, di guerra imminente, di difesa nazionale e di blocchi contrapposti. Chiediamo: in caso di guerra dobbiamo impugnare le armi? In caso affermativo, come italiani, con chi e contro chi? In caso di occupazione americana (vedi Patto Atlantico) o russa, il nostro atteggiamento dovrà essere di collaborazione, di neutralità o di ostilità? Desideriamo una risposta precisa”. Giovani degli anni Cinquanta cui fanno coro giovani del nuovo millennio che potrebbero chiedere: “In caso di intervento umanitario dobbiamo utilizzare le armi? In caso di lotta al terrorismo si può rilanciare la guerra come strumento? Il dovere di difesa del debole giustifica l’uccisione dell’aggressore? Il riarmo impressionante che l’umanità ha avviato sta dando sicurezza alle persone e al mondo? In nome della legittima difesa posso eliminare il nemico?”.
Chiediamo un parere a due cari amici: don Lorenzo Milani di Barbiana (FI) e don Primo Mazzolari di Bozzolo (MN).

don Lorenzo (dL): Una patria che chiama alle armi non è forse una patria che chiama all’“inutile strage”? Se qualcuno ha il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri (in amici e nemici) allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. E se voi avete il diritto di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente ed eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
don Primo (dP): la nostra arma di difesa è la giustizia sociale più che l’atomica. Chi pensa di difendere con la guerra (e la violenza) la libertà, si troverà con un mondo senza libertà. Chi pensa di difendere con la guerra la giustizia, si troverà con un mondo che ha perduto perfino l’idea e la passione per la giustizia. Chi pretende di difendere con la guerra la civiltà cristiana, s’accorgerà di avere aperto la strada alle barbarie.

dL: Scendiamo nel pratico. Cosa è stato insegnato ai soldati? La difesa legittima della patria? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni per incutere paura, una guerra di evidente aggressione, la repressione di manifestazioni popolari? Purtroppo queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra, che non potrò mai accettare come metodo.
dP: A parte che la guerra è sempre criminale in sé e per sé, a parte che essa è sempre mostruosamente sproporzionata, a parte che essa è sempre una trappola per la povera gente, a parte che essa è sempre antiumana e anticristiana, a parte che essa è sempre “inutile strage”, la guerra non la si può fare se non da lupo a lupo, tra lupi e lupi, usando i metodi del lupo; mentre la resistenza (al male) è tutt’altra cosa, la si può fare rimanendo agnello nell’anima e nel metodo.

dL: Dopo che ho difeso la scelta di obiezione di coscienza di alcuni giovani, i cappellani militari della regione toscana mi hanno accusato di viltà, di insulto alla patria e di tradimento del comandamento cristiano dell’amore. L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo. Era nel 1922 che bisognava difendere la patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza “cieca, pronta, assoluta” quanti mali sarebbero stati evitati alla patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina. Quanto agli obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata chiaramente. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene.
dP: La teologia ha sempre rispettato il momento interiore: infatti quando uno crede peccato ciò che secondo una teologia tale non è, se agisce contro coscienza commette peccato nella misura fornitagli dalla propria coscienza. Quindi chiunque avverte che uccidere in guerra è peccato ha il dovere di seguire la propria coscienza poiché sta scritto “È meglio obbedire a Dio che agli uomini”. Se la guerra è un peccato nessuno ha il diritto di comandare agli altri di uccidere i fratelli. Rifiutare un simile comando non è solo obiezione, ma rivendicare ciò che è di Dio, riconducendo nei propri limiti ciò che è di Cesare.

dL: Personalmente sono nonviolento. Anche se la nonviolenza non è ancora una dottrina comune della Chiesa ricordo tre fatti sintomatici che ci fanno riflettere. Nel 1918 i seminaristi reduci di guerra, se vollero diventare preti, dovettero chiedere alla Santa Sede una sanatoria per le irregolarità canoniche in cui potevano essere incorsi nell’obbedire ai loro ufficiali. Nel 1929 la Chiesa chiedeva allo Stato di dispensare i seminaristi, i preti, i vescovi dal servizio militare. Il canone 141 proibisce ai chierici di andare volontari a meno che lo facciano per sortirne prima (ut citius liberi evadant)! Chi disobbedisce è automaticamente ridotto allo stato laicale. La Chiesa considera, dunque, a dir poco indecorosa per un sacerdote l’attività militare presa nel suo complesso. Con le sue ombre e le sue luci. Quella che lo Stato onora con medaglie e monumenti.
dP: La nonviolenza è un rifiuto attivo del male, è al polo opposto della scaltrezza cioè un atto di fiducia nell’uomo e di fede in Dio, è una testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico, è opposizione al male non agli uomini che lo commettono, è disposizione a pagare e non a far pagare la nostra condanna e la nostra opposizione al male.

dL: A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore. C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto. A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.
dP: La pace comincia in noi, in me. Come la guerra. Ma come si può arrivare alla pace, se si seguita a coltivare, quasi orto per ortaggi, questa spartizione manichea dell’umanità e della spiritualità; se si seguita ad alimentare una polemica fatta di apriorismi e di ingiurie, di deformazioni e di ripulse; se si insiste a veder nel fratello insignito di un diverso distintivo politico un cane da abbattere, un rivale da sopprimere, un nemico da odiare?

dL: È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.
dP: Quanti cristiani per assicurarsi un diritto all’odio, si tramutano in farisei che non vedono i fratelli, ma pubblicani, peccatori, pagani … Come se Gesù non fosse mai venuto e non fosse morto e risorto! Se gli altri odiano, non è una buona ragione perché odiamo anche noi. Un cristiano deve fare la pace anche quando venissero meno le ragioni della pace.

Il loro dialogo ci si fa incalzante e stimolante. Apre altre prospettive per l’oggi cui “noi” dobbiamo dare risposte responsabilizzanti.
Resta, per tutti, il
TU NON UCCIDERE.
Fino a quando non diremo apertamente che, come cristiani, non potremo mai legittimare alcuna difesa che contempli la possibilità di uccidere o ferire un altro uomo, non potremo che giustificare il riarmo, la guerra (con tutti i suoi nomi) e la violenza come metodo
. È una enorme responsabilità e testimonianza che il mondo attende da noi: “Tu rispondi al male con il bene”.

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