ARMI

L'Italia nel mercato delle guerre

La legge 185, le nostre esportazioni, i rischi con la nuova normativa.
Chiara Bonaiuti

La legge n. 185/90, la legge italiana sulla trasparenza e il controllo del commercio delle armi, è – o meglio era fino a pochi mesi fa – una delle più avanzate nel contesto europeo e internazionale. Fu promossa alla fine del decennio ‘80 dalla società civile, approvata dal Parlamento nel luglio 1990 e negli anni ‘90 ha posto un freno al commercio di armi a basso grado di responsabilità che aveva visto il nostro Paese rifornire nel ventennio precedente Paesi belligeranti come Iran e Iraq, il Sudafrica dell’apartheid e molti Paesi poveri. All’epoca l’80% circa dell’export italiano andava nel Sud del mondo.
Il principio ispiratore della legge 185 era quello della responsabilità politica: i trasferimenti di armi non sono solo guidati da regole commerciali, ma sono subordinati alla politica estera e di sicurezza dello Stato italiano. Da tale principio discendono importanti divieti, tra cui quello di esportare armi a Paesi in stato di conflitto, a Paesi i cui governi siano responsabili di violazioni delle convenzioni sui diritti umani, a Paesi poveri che spendano per la difesa risorse eccessive, a Paesi coinvolti nel terrorismo.
Inoltre la legge contiene norme sulla trasparenza, prevedendo un’ampia informazione al Parlamento, e quindi all’opinione pubblica, sulle esportazioni e importazioni di armi italiane, tramite una relazione annuale del governo che riporta dati – in genere dettagliati – su azienda fornitrice, mate riale esportato, valore, quantità, destinatario finale, banche di appoggio, e segnando la fine del segreto militare in materia che risaliva al Regio decreto 1161 del 1941.
Infine la normativa introduceva un sistema autorizzatorio e di controlli organico ed efficace, segnando una chiara distinzione tra mercato lecito e illecito. Di estrema importanza è il divieto di cedere armi quando manchino adeguate garanzie sulla destinazione finale, richiedendo che alla domanda di autorizzazione sia allegato un certificato di uso finale attestante che il materiale non verrà riesportato senza preventiva autorizzazione dell’Italia.

Dopo la legge 185
L’industria militare italiana, nel momento in cui veniva approvata la legge 185, usciva da una serie di scandali e si trovava in una situazione di seria difficoltà, che faceva capo soprattutto alla crisi degli enti a partecipazione statale come l’Iri e l’Efim. I nuovi vincoli n
ormativi fanno il resto e così, nei primi anni del decennio ‘90, le esportazioni italiane diminuiscono fortemente rispetto ai 3.000 /4.000 miliardi di lire del decennio precedente e si concentrano per lo più nei Paesi occidentali. Nella seconda metà degli anni ‘90, tuttavia, la riorganizzazione del settore attorno a Finmeccanica, holding pubblica in via di privatizzazione,

Aggressione che si fa crimine
“La corsa agli armamenti, anche quando è dettata da una preoccupazione di legittima difesa... costituisce in realtà un furto, perché i capitali astronomici destinati alla fabbricazione e alle scorte delle armi costituiscono una vera distorsione dei fondi da parte dei gerenti delle grandi nazioni o dei blocchi meglio favoriti.
La contraddizione manifesta tra lo spreco della sovrapproduzione delle attrezzature militari e la somma dei bisogni vitali non soddisfatti (Paesi in via di sviluppo; emarginati e poveri delle società abbienti) costituisce già un’aggressione verso quelli che ne sono vittime. Aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame”.

“La Santa Sede e il disarmo generale”,
3 giugno 1976

apre nuovi spazi all’industria italiana, soprattutto nel campo della componentistica per l’ammodernamento e delle coproduzioni. Potrebbe sembrare una specializzazione secondaria, ma per come si sta sviluppando il mercato degli armamenti non lo è: oggi il circuito della produzione di armi è in larga parte transnazionale e quello che conta sono determinate componenti sofisticate.
La pressione e le critiche dei rappresentanti dell’industria militare verso l’eccessiva severità della normativa italiana portano a un’applicazione e interpretazione non sempre rigorosa dei vincoli in essa contenuti, senza però sfociare in una revisione formale della legge.
L’export italiano risale e si attesta intorno a 1 miliardo di euro l’anno, ma soprattutto torna a dirigersi, per il 50% e più, nel Sud del mondo e nelle aree calde. Tra i principali contratti ottenuti spiccano, ad esempio, quello da oltre 600 milioni di euro con gli Emirati Arabi Uniti per forniture di apparati elettronici per aerei acquistati dalla Francia; la fornitura da oltre 200 milioni di euro alla Siria di sistemi di puntamento e di controllo del tiro destinati ai carri armati T72 di fabbricazione sovietica; la commessa da oltre 250 milioni di euro dal Sudafrica per elicotteri A109 Agusta da produrre in joint venture con la Denel, la principale industria aeronautica locale, a cui è stata ceduta nel pacchetto di vendita anche la licenza di produzione di un altro tipo di elicottero, l’A119, per l’export in Africa.

E adesso?
Il disegno di legge n. 1927 di modifica della legge n. 185/90 si inserisce nel contesto della ratifica dell’accordo quadro per la ristrutturazione dell’industria bellica – Accordo di Farnborough – firmato da Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito. In realtà, però, il disegno di legge presentato dal governo si è spinto ben oltre, recependo anche alcune richieste di ammorbidimento dei vincoli della normativa.
Esso introduce un nuovo tipo di licenza, la “licenza globale di progetto” che rimuove la necessità di richiedere singole autorizzazioni, nel caso di coproduzioni internazionali di materiale di armamento realizzate tra i sei Paesi. Le coproduzioni coprono oggi ormai più del 50% dell’export italiano in ambito europeo. Ma la nuova legge estende la licenza globale di progetto a tutte le coproduzioni realizzate con tutti i Paesi della Nato e dell’UE – non solo i sei firmatari dell’accordo – e soprattutto accompagna a essa semplificazioni procedurali e riduzione dei controlli. Tali modifiche sui controlli si ripercuotono sugli aspetti qualificanti della legge 185: il principio di responsabilità dello Stato italiano sulla destinazione finale di materiali prodotti con pezzi e componenti di marca italiana, i divieti, che sono efficaci solo se vi sono efficaci controlli, e la trasparenza, specchio delle informazioni ottenute in fase autorizzatoria e di controllo. Si apre una corsia preferenziale estremamente semplificata, che può presentare il rischio di abusi e di triangolazioni.
L’estensione da parte dell’Italia della licenza globale di progetto a tutti i Paesi Nato e UE diventa un problema rilevante quando si tratta dei Paesi nuovi entrati dell’Europa centro-orientale, che si contraddistinguono per una regolamentazione permissiva e controlli poco rigorosi sul commercio di armi.
Un recente rapporto della Ong statunitense Human Rights Watch illustra le vendite pericolose dei Paesi dell’Est negli ultimi anni in Paesi come l’Iraq, l’Angola (governo e Unita), l’Uganda, il Burundi, la Birmania, l’Afghanistan.

La nostra parte
L’azione di sensibilizzazione e informazione che ha visto impegnate molte associazioni e organizzazioni non governative, ha consentito il conseguimento di significativi, seppur parziali, risultati. Il disegno di legge è divenuto la legge n. 148/2003 con tre principali miglioramenti rispetto alla proposta iniziale.
1) In primo luogo, si è ripristinata la co-responsabilità dello Stato italiano nella scelta dei destinatari finali della coproduzione, anche quando a esportare sia uno Stato non firmatario dell’accordo quadro.
2) In secondo luogo, si è reintrodotta una forma di trasparenza, sia pure ex post, consentendo al Parlamento di conoscere la destinazione finale del materiale co-prodotto e di conseguenza permettendogli di valutare la condotta del governo nella scelta dei Paesi ai quali vengono venduti gli armamenti.
3) Infine, è stato ripristinato l’obbligo delle autorizzazioni alle transazioni bancarie anche per le operazioni che ricadono sotto la licenza globale di progetto.
Quest’ultimo emendamento è importante sotto un duplice punto di vista: quello dei controlli e della trasparenza. Innanzitutto permette di seguire, tramite i flussi dei pagamenti, l’iter di pezzi e componenti in un contesto sempre più integrato e globalizzato. La tracciabilità anche di singole parti, tecnologie e know how nell’ambito di coproduzioni intergovernative e interindustriali è estremamente importante in quanto costituisce uno strumento per prevenirne triangolazioni, deviazioni o perdita di controllo in un’Europa e in una Nato che vanno allargandosi anche a Paesi che ancora non hanno controlli interni ed esterni efficaci. Al contempo essa si traduce in uno strumento di trasparenza che permette ai cittadini di operare scelte di risparmio etico.

Per il futuro
I comportamenti dei risparmiatori hanno indotto importanti istituti di credito ad avviare una riflessione su questo tema: alcuni hanno deciso di non appoggiare più le esportazioni di armi; altri hanno deciso di valutare l’eticità dell’appoggio alle esportazioni, estesa più in generale ai finanziamenti alle industrie della difesa (che non appaiono sulla relazione), sulla base della destinazione delle armi esportate, introducendo una differenziazione tra Paesi affidabili e Paesi in situa zioni instabili interne o internazionali.
Molti problemi restano però aperti a iniziare dal fatto che, mentre la definizione da parte dell’Unione Europea di una politica estera, di sicurezza e di difesa comune procede assai lentamente, il processo di concentrazione e integrazione dell’industria militare ha ben altra velocità, senza tuttavia avere linee politiche chiare. Occorre ora, oltre che continuare a monitorare l’export italiano di armi (come fa da anni Os.C.Ar. l’Osservatorio dell’Ires Toscana), accrescere l’attenzione sul livello europeo, al fine di rafforzare il controllo politico e democratico sui trasferimenti interni ed esterni all’Unione Europea e più in generale sulla politica estera, di sicurezza e di difesa comune.

Note

Os.C.Ar. – Osservatorio sul commercio delle armi dell’Ires Toscana


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