CHIESA

Teologia della globalizzazione?

Proseguiamo l’approfondimento e la riflessione sulla Caritas in veritate: un viaggio verso un incontro autentico tra i popoli, all’insegna della giustizia e della pace.
Nicoletta Dentico

L’attesissima enciclica papale “Caritas in veritate”, giunta in porto alla conclusione dell’anno paolino dopo una lunga e difficile gestazione, compie un’incursione di vasto raggio su spazi tematici di estrema importanza per gli operatori dello sviluppo, e per tutte le persone impegnate nel mondo – perlopiù con un lavoro sotterraneo e anonimo – a promuovere l’incontro tra i popoli, la giustizia e la pace.
Si tratta di un tentativo coraggioso, data la intrinseca gravità e complessità della materia. Un impegno segnato inevitabilmente da una convergenza storica epocale.
La stesura del documento si è scontrata con il sisma della finanza mondiale, la quale ha prodotto nell’ultimo anno il crollo degli assetti portanti dell’economia di molti Paesi, e un carico di macerie sociali e umane ben visibili nel mondo, senza esclusione di vittime persino nel nord ricco.
Uno sconquasso che Benedetto XVI legge in chiave positiva, come richiamo ad “assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità”. La crisi infatti “ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative”. Essa “diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità”.
Il pontefice cammina ovviamente sul solco tracciato con le sue precedenti encicliche, quella sull’identità di Dio come carità, e quella della speranza come via di salvezza. Ma qui intende soprattutto riprendere e aggiornare il magistero della dottrina sociale della Chiesa ponendolo a confronto – pur nella continuità – con gli anteriori documenti papali, in particolare l’enciclica “Populorum Progressio” di Paolo VI.
L’enciclica era prevista in effetti nel 2007 a celebrare il quarantesimo di quel grido a difesa dei popoli oppressi. Non è stato tanto il crack finanziario globale a ritardare la pubblicazione del testo, quanto soprattutto la dura battaglia combattuta dietro le quinte, nella commissione di redazione, dai corifei della “teologia del capitalismo”, tesi a difendere la centralità del mercato capace di autoregolamentazione grazie alle pratiche della sussidiarietà, in netta opposizione a ogni ingerenza dello Stato.
Costoro miravano a strappare all’autorità pontificia un nuovo sigillo sulla redimibilità etica del sistema.
Le catastrofi finanziarie, in particolare quella della Lehman Brothers nel settembre 2008, sono – solo in parte – riuscite a ridimensionare le ultime posture del compromesso e a sgombrare il campo a una prospettiva più critica.

I RISCHI DEL NOSTRO TEMPO
Il canovaccio dell’enciclica si dipana in 79 numeri, con una trama che comprende un’introduzione (numeri 1-9), sei capitoli (numeri 10-77) e una conclusione (numeri 78-79).
I fili principali dell’ordito sono la carità, forza straordinaria che ha la sua origine in Dio, “amore ricevuto e donato” e sintesi di tutta la Legge, e la verità, luce che “preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia” senza la quale la carità “scivola nel sentimentalismo”. “Logos che crea diá-logos”, la verità è l’orizzonte della condivisione comunitaria, che muove dal riconoscimento della centralità della persona e dalla consapevolezza dei limiti comuni, nel segno della sola grande urgenza, il bene comune dentro la polis, “la creazione di una vera fraternità […] per far evolvere gli attuali processi economici e sociali verso esiti pienamente umani”. Il rischio del nostro tempo, recita l’enciclica, è che “all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione delle coscienze e delle intelligenze”.
Il contesto storico attuale fa da sfondo alla suddivisione delle riflessioni di papa Benedetto, ma esso viene dato largamene per scontato. L’enciclica mette sul tavolo le numerose questioni del nostro tempo in materia di sviluppo – la crescita economica e il mercato, la deregolamentazione e la mobilità lavorativa, la carenza di alimentazione, il rispetto per la vita, l’ambiente e le problematiche energetiche, la tecnologia e la protezione della conoscenza mediante un utilizzo troppo rigido dei diritti di proprietà intellettuale, la finanza e la logica del profitto – e queste vengono vagliate con cenni di criticità. Qualche volta, persino di denuncia.
La scelta però è quella di attraversare i difficili mari della realtà umana del mondo, con le sue tensioni, le sue sofferenze, i suoi crimini, le sue sfide e i nuovi prevedibili naufragi navigando sulla barca della visione teologica.
Come scrive Gianpaolo Salvini su Civiltà Cattolica, l’enciclica volge uno sguardo di benevolenza sull’umanità ed è “un testo di speranza, quasi un richiamo all’utopia, in termini moderni, di un mondo più fraterno e solidale”.
Un richiamo alle coscienze, insomma, più che ai poteri. E in effetti chi si aspettava dalle pagine dell’enciclica, in questo passaggio di crisi dell’economia globale come non la si vedeva da 80 anni, una denuncia morale della geopolitica del cinismo neoliberista e delle sue acuminate ricadute in termini di sostenibilità del pianeta e dignità dei sui abitanti resta piuttosto deluso.
L’uso del linguaggio è ispirato a sostanziale prudenza analitica: prevale il condizionale. Sovente nel testo si prefigurano come rischi e potenzialità negative circostanze storicamente date di abuso e di violenza economica, il cui impatto è ormai ampiamente documentato dalle organizzazioni non governative che operano sul terreno, e dagli stessi missionari.
Il registro testuale si discosta con decisione dalle espressioni graffianti e talora prescrittive che hanno tracciato il magistero dei predecessori. Siamo culturalmente distanti dall’intransigente denuncia, ad esempio, della “dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi” e l’“imperialismo internazionale del denaro” di Pio XI nella “Quadragesimo Anno”; dal riconoscimento della “collera dei poveri” della Populorum Progressio e dal contestuale disconoscimento della proprietà privata come diritto incondizionato e assoluto; dalla profetica diagnosi sulle “strutture di peccato” della “Sollicitudo Rei Socialis” di Giovanni Paolo II come categoria da applicare al mondo contemporaneo, per dare un nome cristiano alle ingiustizie e alle miserie che segnano la storia.

OMISSIONI
Nell’affrontare la riflessione sulla situazione economica, sulla crisi in atto, sulle possibilità di ripresa attraverso l’esigente intreccio di carità e verità, Benedetto XVI rivisita il concetto di mercato, “l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone” secondo la prospettiva illuminata della giustizia distributiva e della giustizia sociale.
Echeggiando la visione dell’economista indiano Amartya Sen, il Papa argomenta come sia nell’interesse del mercato promuovere più eguaglianza, più sviluppo umano, maggiore emancipazione, spazi riconoscibili di giustizia (in quest’ottica si incardina l’enfasi sulla necessità delle organizzazioni sindacali).
L’aumento delle disuguaglianze, l’incremento della povertà non solo erodono la coesione sociale, mettendo a rischio la democrazia, ma hanno un impatto negativo sul piano economico perché erodono il capitale sociale ossia “quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili a ogni convivenza civile”. “I costi umani sono sempre costi economici”, insomma.
Se il sottosviluppo è carenza di pensiero, rimettere lo sviluppo dell’umanità sui binari del disegno di Dio nei tempi della globalizzazione richiede una visione multidimensionale e un approccio alle soluzioni che tenga conto dei molti saperi sull’uomo, in uno sforzo di “dilatazione della ragione” alla sacrosanta ricerca di soluzioni nuove.
Nei confronti dei fenomeni che abbiamo davanti, la carità nella verità richiede prima di tutto di conoscere e di capire”. Sorprendono allora alcune flagranti omissioni di questa enciclica, difficili da comprendere perché indeboliscono in qualche modo la formulazione delle proposte concrete.
Invano si cerca un accenno al commercio delle armi, e al nesso fra logica del profitto ed espansionismo bellico ben tracciato altrove dal pontefice (in una lettera al cardinal Martino dell’aprile 2008) insieme ad altre anticipazioni dell’enciclica.
Non compare riferimento alcuno al deflagrante debito dei Paesi poveri, questione irrisolta e vera forma di usura legalizzata resa ancora più feroce dalla crisi finanziaria, della cui incondizionata cancellazione fu massimo avvocato Giovanni Paolo II.
Non una parola sulle pratiche di dumping dei prodotti agricoli del mondo ricco sui mercati dei Paesi poveri, o sui sussidi all’agricoltura che i governi del nord mantengono, anche a costo di gravi sprechi di risorse, per rafforzare posizioni dominanti sul mercato internazionale.
Infine non si fa menzione della voragine provocata dalla criminalità fiscale e finanziaria internazionale.
Ingiustizie inaudite, rispetto alle quali la cooperazione internazionale e gli aiuti allo sviluppo, la via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri, la sussidiarietà e “la pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile”,“le iniziative finanziarie nelle quali la dimensione umanitaria sia dominante” (ma stiamo parlando di sviluppo e di giustizia, non di umanitarismo), ancorché indispensabili e praticate da un numero crescente di credenti e non credenti, sembrano del tutto insufficienti a rappresentare la nuova sintesi umanistica invocata dall’enciclica.
In attesa di un assiduo dibattito che aiuti a orientare lo sguardo sullo spiazzante messaggio di questa enciclica che sottolinea il primato del bene sul vero, e l’amore verso il prossimo come vero banco di prova del messaggio evangelico incarnato nella storia, l’orizzonte della carità come dimensione etico-sociale e la logica lucidamente paradossale della gratuità come principio dell’economia incarnano una tensione viva e radicalmente condivisibile. E però, non possiamo negarcelo, assai distante dalla realtà di un mondo in cui, scriveva qualche mese fa Famiglia Cristiana “si accorciano anche le ombre dei campanili”.

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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