Preghiera e condivisione

Una storia, una nomina, un percorso lungimirante: l’impegno di don Tonino in Pax Christi ha segnato indelebilmente il movimento per la pace. E non solo.
Luigi Bettazzi (Presidente emerito di Pax Christi Italia e Internazionale, presidente del Centro Studi Economico-Sociali per la Pace)

Don Tonino Bello ha partecipato al Concilio, perché chiamato dal suo vescovo mons. Ruotolo; inizialmente non aveva ricevuto una buona impressione dell’andamento dei lavori, che, all’inizio di un’assemblea totalmente nuova, erano di conoscenza reciproca e di assestamento degli argomenti: “perdono tempo” diceva e, impaziente, dopo quindici giorni lasciò il consesso. Ma poi lo accolse con fiducia, lo approfondì con gioia, lo visse con grande intelligenza e generosità.
Ero stato nominato presidente della sezione italiana di Pax Christi nel 1968. Quando, dopo dieci anni, ne fui nominato anche presidente internazionale, decidemmo di cercare un altro vescovo per la presidenza nazionale.
Non fu facile, per i rifiuti di alcuni e le esitazioni di altri. Scrivemmo allora a una trentina di vescovi – quelli che ci sembravano più disponibili – chiedendo una valutazione sul movimento e l’eventuale segnalazione di un vescovo adatto per la presidenza.
Fu mons. Benigno Papa, della diocesi calabrese di Oppido Mamertina (pare che fosse stata offerta a don Tonino, che però non voleva separarsi dalla mamma, che era stata ed era la sua ispiratrice e il suo sostegno), a suggerire il nome di don Tonino, di cui era diventato amico quando aveva vissuto il suo noviziato nel convento cappuccino di Alessano.
Don Tonino, dopo la morte della mamma, aveva accettato, dopo molte esitazioni, di essere vescovo di Molfetta. Andai appositamente a Bari per chiedere il parere dell’arcivescovo metropolita mons. Magrassi, e questi, dandomi il parere positivo, ci suggerì di far presto perché erano in tanti a volerlo... catturare.
Presentammo – secondo l’accordo raggiunto con la CEI – una terna di vescovi; il card. Ballestrero, presidente della CEI, abilmente aspettò l’ultimo momento del Consiglio Permanente, affermando che la presidenza proponeva il primo della terna, che tutti approvarono!
Così mons. Tonino Bello arrivò in Pax Christi. Se ne sentiva discepolo, perché apprendeva quanto il movimento, sul piano internazionale e su quello nazionale, aveva maturato nella sua crescita.
Confessava: “Non avrei mai avuto certe idee, non mi sarei mai sentito sostenuto nelle mie riflessioni e nelle mie proposte se non avessi conosciuto Pax Christi”. Ma ben presto, con la vivacità del suo ingegno, con la generosità dei suoi coinvolgimenti e con il coraggio delle sue dichiarazioni, divenne un Maestro.
Si può ben dire che questo è il percorso del profeta: dalla disponibilità di divenire discepolo per capire quello che Dio vuole da te, alla responsabilità di essere testimone credibile e, perciò, maestro. Ed è un’esperienza che connota ogni cristiano.
Notava già dom Helder Camara che la Bibbia non parla solo di apostoli, ma anche di profeti. Siamo tutti profeti, cioè testimoni di come Dio vuole si viva la vita nella sua pienezza. Tutti dobbiamo essere profeti di pace.
Con la vivacità del suo pensiero don Tonino amava giocare con la parola e le frasi. Tutti ricordano, ad esempio, come rovesciava le frasi: “Non i segni del potere, ma il potere dei segni”.
Così, quando parlava di pace, ne faceva un acrostico, cioè indicava le singole lettere come iniziali di altre parole; le quattro lettere che compongono la parola pace diventavano le iniziali di preghiera-audacia-condivisione-esodo.

PREGHIERA
Don Tonino credeva molto nella preghiera, e la viveva. Nella cappella personale della residenza vescovile di Molfetta aveva un tavolo, dove pensava e preparava, davanti al tabernacolo, i suoi interventi e i suoi scritti.
Ma la preghiera era sempre collegata con la Parola di Dio. Sentiva la Bibbia come una storia contemporanea, che valutava parlando con i personaggi biblici, da Abramo e Sara a S. Giuseppe e alla Madonna, cantata in quel libretto ormai famoso: “Maria, donna del nostro tempo”, con i trentuno scritti, uno per ciascun giorno del mese di maggio.
I titoli di quei capitoli gli vennero proposti uno per uno sul letto di morte, fino a “Donna dell’ultimo giorno”, e a ciascuno lui rispondeva fiducioso: “Prega per me”!

AUDACIA
La A gli suggeriva l’audacia, in greco “parresia”, che gli Atti degli Apostoli indicano come una qualità degli Apostoli e dei primi cristiani nel loro annuncio del cristianesimo di fronte ad ascoltatori nemici o quantomeno riluttanti.
Don Tonino precisava – secondo il suo stile – che l’an-nunciare implicava anche il de-nunciare e, ove fosse necessario, anche il ri-nunciare.
L’annunciare, in realtà, esige che si chiarisca il significato pieno dell’ideale o della realtà che si vuole presentare, ma che lo si faccia poi in modo efficace, adeguandosi alla mentalità e alle attese di chi ascolta cosicché possa comprenderlo e farlo proprio.
Un vero annuncio, convinto del valore di quanto si propone, porta con sé la necessità di denunciare quanto non corrisponde a quell’ideale, soprattutto quando si voglia giustificare la ricerca e la difesa dei propri interessi con motivazioni ambigue o forzate, di indole religiosa o speculativa. Don Tonino non esitava a indicare ingiustizie e sfruttamenti, anche sotto l’etichetta della Patria, suscitando ovviamente le reazioni di chi si sentiva in tal modo accusato e rispondeva allora in modo ironico (famosa la frase, ricavata dalle antiche invocazioni delle litanie, del Ministro dell’Interno, toccato dal rimprovero per come si accoglievano le masse di albanesi alla ricerca di un mondo più umano: “A peste, fame et ‘bello’ libera nos Domine!”) o ricorrendo alle superiori autorità ecclesiastiche, che si facevano mediatrici di esortazioni al silenzio.
Credo che la stessa malattia che l’ha condotto alla morte sia derivata dal suo impegno di unirsi a papa Giovanni Paolo II nel tentativo di contrastare la prima guerra del Golfo e dalle conseguenti reazioni dei notabili civili (e anche ecclesiastici che precisavano: “Il papa ha diritto di richiamare i principi, ma poi tocca ai politici vedere come comportarsi nel concreto”!).

RINUNCIA
Il rinunciare, se si riferiva in primo luogo ai settori più fortunati, che devono saper ridimensionare i loro interessi e le loro esigenze per permettere anche ai più poveri e ai più sfortunati di raggiungere livelli sufficienti per la vita delle loro comunità, non poteva non riferirsi anche alle rinunce cui deve sottoporsi chi con audacia annuncia principi che risultano scomodi.
Don Tonino sentiva molto questo isolamento, a cui lo spingeva il suo compito di annunciatore e di denunciatore. Ricordo la sua sofferenza quando in CEI l’annuncio di un suo intervento veniva commentato dal brusio di molti vescovi, o quando mi telefonava chiedendo conforto dopo essere stato chiamato a Roma per suggerimenti ch’egli non poteva non giudicare come rimproveri.

CONDIVISIONE
La terza lettera C diventava per don Tonino l’iniziale di condivisione. Ed era un impegno che corrispondeva alla formazione datagli dalla mamma, terziaria francescana e tutta tesa alla solidarietà verso i poveri e gli umili.
Pare che avesse rifiutato due sedi vescovili per non separarsi da lei, e che avesse accettato, dopo molte esitazioni, la sede di Molfetta proprio perché la mamma era mancata.
Questa solidarietà, così inculcata dalla mamma, era diventata un’espressione della fede e dell’amore verso Gesù Cristo, fattosi uomo povero e umile, che don Tonino ritrovava in ogni essere umano, anche il più povero ed emarginato, come i barboni che andava a trovare la notte sulle panchine della stazione ferroviaria, o l’ubriaco Giuseppe, in cui poteva riconoscere, in quanto essere umano, una “Basilica maggiore” nei confronti delle “Basiliche minori”, com’era stato proclamato il Santuario mariano della Città; o il ladro marocchino, ucciso in uno scontro con la polizia, sulla cui tomba andò, lui solo, a pregare.
Da questa valutazione di ogni essere umano, anche di quello da noi sentito come il più diverso, nasceva la sua definizione della pace come “convivialità delle differenze”.
Se le differenze tendono a creare sospetti, paura, emarginazione, dobbiamo invece vederle come fonte di integrazione: il diverso ha quello che tu non hai, e tu hai quello che lui non ha; insieme vi integrate e vi arricchite ambedue.
Questo vale nella vita quotidiana, vale nella vita sociale, deve valere nei rapporti tra i popoli e le nazioni.
E noi, come discepoli di un Dio che ha quasi messo tra parentesi la sua divinità per far emergere la “differenza” umana e, fattosi uomo, ha scelto la povertà e l’obbrobrio fino alla morte di croce (Fil 2, 8), non possiamo non vedere come nostra caratteristica questo “farsi prossimo”, che fu la caratteristica del “buon samaritano” (Lc 10, 36), immagine di Gesù, fattosi nostro prossimo.

ESODO
L’ultima lettera, la E, per don Tonino sta per esodo. Il richiamo al grande Esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, se si interpreta come un richiamo alla vita cristiana, come uscita dallo stato di peccato e cammino verso la Terra Promessa della grazia e dell’unione con Dio, diventa allora simbolo della costante uscita dalla tentazione della chiusura in sé (orgogliosa verso Dio ed egoista verso gli altri) per aprirsi al mondo dell’amore che è il mondo di Dio.
Don Tonino soleva a questo punto proporre... la spiegazione del mistero della SS. Trinità (!!), espressa da un sacerdote che così la presentava alle persone semplici del suo Lunapark: “Se fossero uno più uno più uno, farebbe tre, ma sono uno per uno per uno, e resta uno”.
E allora, come ognuna delle tre Persone è totalmente per le altre, così noi, se vogliamo essere come Dio ci vuole, dobbiamo essere non “ognuno per sé” (...“e Dio per gli altri”, come dice un proverbio che vuol tutelare la nostra privacy), ma “l’uno per l’altro”.
Bisogna, dunque, saper superare la barriera che creiamo intorno al nostro io facendo convergere tutto verso i nostri interessi, da difendere e da promuovere, per aprirci veramente agli altri, come già l’istinto originario e fondamentale della famiglia ci insegna (un coniuge per l’altro coniuge, e ambedue per i figli), sviluppandolo nei vari livelli della vita sociale, fino al rapporto tra gli Stati.

LA NONVIOLENZA
Se, facendo tesoro del Concilio, Paolo VI nell’Enciclica “Populorum progressio” affermava, fin dall’intestazione, che il nuovo nome della pace è “lo sviluppo dei popoli”, dopo vent’anni Giovanni Paolo II nella “Sollicitudo rei socialis”, veniva a suggerire che il nuovo nome della pace è la solidarietà, e che, essendo solidarietà il sinonimo odierno di carità, come non si può essere cristiani senza la carità, così, oggi, non si può essere cristiani senza la solidarietà.
Non rientrava allora, in questa interpretazione della pace, il tema della “nonviolenza” attiva, che diventò l’argomento privilegiato degli ultimi tempi di don Tonino, fino a renderlo il tema centrale nel cammino di Pax Christi – e in qualche modo – di suggerirlo ai Papi (lo richiamò Giovanni Paolo II negli ultimi suoi anni, lo sta ripetendo oggi Benedetto XVI).
Ma è indubitabile che se la violenza produce sempre nuove violenze, solo la nonviolenza attiva (cioè escogitare azioni e interventi col minimo di violenza, fisica o morale) porta veramente alla pace.
Ed è Gesù Cristo che l’ha predicata e vissuta; spetta dunque in primo luogo ai cristiani predicarla e viverla: lo stesso Gandhi riconosceva di averla appresa anche dal Vangelo, pur se ammetteva che non s’era mai fatto cristiano, vedendo quanto poco i cristiani mettano in pratica il Vangelo!
Dobbiamo essere grati a don Tonino per quanto ha fatto, per quanto ci ha dato, per quanto ci sollecita a fare.
Ed è solo con questa sincerità e questo impegno generoso che potremo continuare a dirci “amici di don Tonino Bello”.

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