Il Vangelo radicale

Armi, pace e nonviolenza: quale pastorale è possibile?
Fabio Corazzina

Dall’inizio del terzo millennio ci aspettavamo qualcosa di meglio. Per lo meno il secolo breve dell’odio e della guerra speravamo potesse essere semplicemente materia di storia contemporanea, sostituito dal secolo della pace. E invece... “Nel terzo millennio perdura l’abitudine di rubare cioè di perpetuare comportamenti ingiusti nei confronti del bene e dei beni altrui, del bene e dei beni di tutti. ...Perdura l’abitudine di mentire, cioè di parlare e operare non secondo verità ma secondo convenienza. ...Perdura l’abitudine di dimenticare o di negare i poveri, la civiltà della ricchezza non può sopportare una convivenza sgradevole. ...Perdura l’abitudine di uccidere, cioè di non rispettare la vita o di considerarla come una variabile dipendente da altri valori ritenuti superiori: la guerra, in tutte le sue espressioni, è la struttura che rivela il massimo di devastazione umana” (cfr d. V. Nozza, direttore Caritas Italia). In questo perdurare le nostre comunità cristiane si affannano a sopravvivere, si vendono alla paura e dimenticano il testimoniare.

GESTI DI PACE COME TESTIMONIANZA
Il desiderio umano di pace rivendica alcune scelte e gesti coerenti anche da parte delle nostre comunità cristiane e delle parrocchie. Scelte e gesti nei quali sia possibile riconoscere germi di futuro e di speranza.
1. Il rifiuto della logica delle armi e del riarmo. Dire armi significa dire produzione, commercio, finanza armata, uso, guerra, criminalità, difesa violenta, mafia, paura, sopruso, corsa al riarmo, bambini soldato, ferite, morte, controllo sociale, eserciti. Non è sufficiente mascherare questo fenomeno con la logica degli interventi umanitari, con la scusa della protezione dei deboli, con la legittimità della difesa armata.
Come comunità cristiane, parrocchie, Chiese non ci è più permesso benedire, approvare, sostenere, giustificare la logica delle armi e del riarmo, troppo spesso recanti il marchio di fabbriche italiane, in cui tranquillamente lavorano operai, dirigenti, ricercatori e tecnici cristiani. In fondo è il Vangelo che ce lo chiede.
2. La scelta della nonviolenza evangelica come linguaggio, progetto sociale e politico, testimonianza e primizia del Regno di Dio. Resta strano il fatto che nelle nostre comunità cristiane trova maggiormente accoglienza la giustificazione della guerra e della violenza, della legittima difesa armata e della ingerenza umanitaria con gli eserciti piuttosto che la difesa popolare nonviolenta, la passione per la verità e i concreti gesti di amore che danno prospettive a un mondo nuovo e possibile che lo stesso Gesù ha inaugurato. Il cristiano nonviolento non distoglie il volto dalla brutalità dell’oppressione, ma nemmeno si fa trascinare nella logica che lo vuole “nemico” perché altri lo hanno definito come tale. Resta un mistero e uno scandalo il motivo per cui la Chiesa cattolica non si definisca evangelicamente e nei comportamenti come nonviolenta. Forse teme di pagare un prezzo troppo alto di fronte a poteri politici ed economici che hanno altri fini e obiettivi.
3. L’obiezione di coscienza a tutto ciò che calpesta la vita. Inutile nascondere che l’obiezione di coscienza è invocata nelle nostre comunità cristiane solo in riferimento a questioni di bioetica, e rivolta a medici o a farmacisti. Che l’economia uccida, che la politica uccida, che l’industria uccida, che l’informazione uccida, che l’educazione uccida, che certa legalità uccida, che la religione uccida per noi è irrilevante. Credo che pochi ordini del giorno dei nostri consigli pastorali presbiterali prevedano la questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare volontario, alla produzione e commercio di armi, al sostegno di politiche immigratorie omicide, alla approvazione di leggi inique, alle alleanze trono-altare che rilanciano lo scontro di civiltà come criterio di letture del tempo presente. In tal senso ci rendiamo conto che non è più sufficiente semplicemente sostenere la scelta del Servizio Civile.
4. Una liturgia che da’ vita e non che sacrifica. I testi liturgici e il nostro modo di celebrare Dio troppo spesso contengono termini sacrificali. Ci si è abituati, nella preghiera, a contemplare la necessità del sacrificio come generatrice di futuro e salvezza. Che Cristo ci abbia detto “non voglio più sacrifici ma solo misericordia, giustizia, amore, riconciliazione”non è che ci conforti molto. Molto più congeniale alle nostre comunità è la logica pagana (vorrei dire padano-leghista, o mafiosa) che qualcuno deve morire per il popolo, e chi deve morire lo decidono i potenti di turno, non certo gli ultimi e gli esclusi.
5. La riconciliazione come stile e impegno. Non solo la società secolarizzata, ma anche le nostre comunità cristiane sono sempre più divise, incapaci di dialogo, accusatorie, “l’un contro l’altra armata”. Scegliere la pace significa fare ogni sforzo per riuscire a essere presenza di riconciliazione, facilitatori di incontro, generatori di dialogo, tessitori di perdono. Se è ormai consolidata l’idea che ogni parrocchia abbia al proprio interno la Caritas attenta alle povertà del territorio e alle politiche sociali oppure un gruppo di catechisti, è sempre più urgente che ogni parrocchia si attrezzi di un “gruppo di verità e riconciliazione” capace di ricucire le fratture senza che il prezzo sia quello dell’avvocato, dei giudici di pace o dei tribunali penali. Quante energie e denaro risparmiati e quanta comunione preservata!
6. Un rapporto evangelico con il denaro e i contributi economici e non. Con troppa facilità gestiamo le nostre economie senza criterio. Abbiamo soldi in banche armate o che sostengono il commercio di armi, investiamo in fondi immorali e omicidi, accettiamo contributi da tutti convinti che noi possiamo “lavare e purificare” ogni cosa attraverso il bene che facciamo. Accettiamo accordi e convenzioni che ci privilegiano e ci mettono in cattiva luce sul piano sociale e umano. Tacciamo su ciò che non funziona pur di poter sopravvivere, pieni di timori più che di parresia. Laici e sacerdoti, gruppi e associazioni cristiane dovranno pur domandarsi cosa significa essere Chiesa “povera e libera”.
7. La giustizia prima della solidarietà e della sussidiarietà. In effetti siamo più abituati a vivere la solidarietà (vedi la quantità incredibile di gruppi, movimenti, Onlus, parrocchie, oratori, patronati... che fanno cooperazione internazionale o interventi solidali sul territorio) e quindi a rivendicare la sussidiarietà (ci pensiamo noi, dateci spazio e fondi) piuttosto che accettare la sfida della giustizia. Chiede coraggio politico, intelligenza sociale e progettuale e scelta del bene comune nonché della priorità dei poveri rispetto ai “nostri” interessi, fossero pure di territorio o di Chiesa.
8. Non primi ma ultimi. Si tratta di superare il complesso di “primogenitura” di Caino che rivendica per se stesso un pericoloso “esser primo”. Primogenitura che si esprime in una serie di complessi che mettono in croce natura e umanità e non danno pace: complesso di orgoglio nei confronti di se stessi, complesso di superiorità nei confronti del prossimo, complesso di sottomissione della natura, complesso di dominio nei confronti dei popoli. Ultimi, ci dice Gesù. Capaci di incontro e dialogo con tutti in atteggiamento di “compagnia” coscienti che la Chiesa non esiste per sé e per tutelarsi, ma per annunciare e testimoniare il Vangelo a ogni creatura.
9. Coraggiosa nelle sfide che scrivono e provocano il suo quotidiano: la sfida della speranza contro la disperazione, la sfida della povertà contro la dissipazione, la sfida della nonviolenza contro la vendetta , la sfida della giustizia contro l’elemosina, la sfida della partecipazione contro il potere autoritario e populista, la sfida della comunità contro l’egoismo, la sfida del disarmo contro la guerra, la sfida della Pasqua contro la morte, la sfida dell’abitare contro la sopravvivenza, la sfida dell’accoglienza contro la paura, la sfida della conversione contro la rigidità, la sfida della vita contro la morte.
10. Cristo è la nostra pace e la Chiesa è erede di una Parola pericolosa per la violenza. Le radici sono importantissime, ma il Signore ci giudica a partire dalle radici non meno che dai fiori e dai frutti che queste radici realizzano. Costruire un mondo nuovo significa porre attenzione alle truffe edilizie troppo frequenti. Si mette più sabbia che cemento nell’impasto e tanti edifici dopo un po’ di anni cominciano a sfaldarsi… Non possiamo continuare a parlare di pace in tutte le salse, preghiere, incontri e non metterci il collante della nonviolenza evangelica. Si sfalda tutto, e la storia continua a mostrarcelo. Tu rispondi al male con il bene.

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