CAMPAGNE

Vestirsi di dignità

Cosa è la Campagna Abiti Puliti?
Come influisce il mercato della grande distribuzione nell’opera di portare i salari a un comune livello minimo?
Ersilia Monti (Campagna Abiti Puliti)

Un’installazione raffigurante un automa al comando di una macchina da cucire ha accolto i partecipanti alla conferenza che ha dato il via all’Asia Floor Wage Campaign, la Campagna internazionale per il salario dignitoso in Asia, partita il 7 ottobre scorso a Delhi, India.
Assemblato con rottami e pezzi meccanici inservibili, “Amar Mazdoor”, che in lingua indiana significa “lavoratore immortale”, è frutto della collaborazione fra un giovane stilista e i lavoratori dell’abbigliamento del distretto di Gurgaon ed è il simbolo eloquente del lavoro umano ridotto al rango di macchina. Di più.
Un ferro vecchio senza valore, sostituibile, replicabile, e per questo indegno di manutenzione. “È così che ci vede chi ci dà lavoro”, puntualizza Irfan, uno dei cento milioni di “amar mazdoor” asiatici che ogni giorno siedono alla macchina da cucire per confezionare il nostro prossimo vestito nuovo, altrettanto effimero e sostituibile come il lavoro di chi l’ha prodotto.

Salari minimi
Che cosa condanna una manodopera sterminata all’arbitrio di un manipolo di marchi, per quanto potenti e di formidabili dimensioni, malgrado almeno due decenni di progressi compiuti nel creare consapevolezza, e di conquiste faticosamente strappate caso per caso dai lavoratori organizzati con il sostegno sindacale e dell’opinione pubblica nei Paesi di consumo?
Questo si sono chiesti i partecipanti a una sessione del World Social Forum di Mumbai nel 2004 quando ha preso forma l’idea di un’alleanza strategica fra lavoratori nel continente asiatico con l’obiettivo di rafforzare il loro potere negoziale all’interno delle filiere produttive globali.
L’Asia è il continente nel quale si concentra il 60 per cento della produzione mondiale di abbigliamento, settore apripista di modelli produttivi, che hanno finora consentito agli imprenditori occidentali (e oggi anche asiatici) di godere di una totale libertà di manovra nell’applicazione di strategie commerciali estreme, dalla scelta dei fornitori alle politiche di prezzo.
Se ad essi è stato possibile imporre norme nel commercio internazionale che favoriscono i diritti degli investitori, ai lavoratori è mancata la forza per sviluppare una capacità negoziale collettiva di pari impatto. Per questo motivo, alla ricerca di una concretizzazione della proposta lanciata a Mumbai, con capofila le organizzazioni indiane, l’industria del tessile-abbigliamento è stata identificata come il punto di partenza di una Campagna incentrata sui livelli retributivi, presupposto per la conquista di una vera dignità del lavoro che superi le frontiere.
I salari minimi in vigore nei Paesi produttori, largamente al di sotto dei livelli di sussistenza, riflettono l’incapacità dei governi, gettati in una competizione disperata per attirare investimenti esteri, di introdurre meccanismi di tutela del lavoro e regole per la salvaguardia dei diritti delle comunità locali e dell’ambiente. A ciò si aggiungono le barriere poste alla sindacalizzazione, che impediscono ai lavoratori di organizzarsi per conquistare migliori condizioni lavorative e salariali. È per questo che in Paesi come il Bangladesh il salario minimo è rimasto ancorato a 16,60 euro al mese, al di sotto della soglia di povertà assoluta pari a un dollaro al giorno; mentre in India, Sri Lanka, Vietnam, Pakistan e Cambogia i minimi retributivi si attestano al di sotto o intorno al livello di povertà pari a 2 dollari al giorno. In Cina, Indonesia e Thailandia si arriva a 4 dollari al giorno, ma il costo della vita in questi Paesi è più alto. L’aumento dell’inflazione ha falcidiato negli ultimi anni il potere d’acquisto, un problema drammatico per le masse di lavoratori indigenti che spendono il 50 per cento del loro salario in cibo.

La grande distribuzione
L’abbigliamento, come tutti i prodotti di largo consumo, trova oggi il suo principale canale di vendita nella grande distribuzione.
Nel Regno Unito più di un quarto di tutto l’abbigliamento commercializzato è venduto nella grande distribuzione; la francese Carrefour è il quarto distributore in Europa di abbigliamento e Wal-Mart, la più grande impresa del mondo, conta un terzo delle vendite di questo settore negli Stati Uniti.
Anche le catene di hard discount come Lidl, presente in 24 Paesi europei, hanno cominciato a introdurre materiale tessile offerto a prezzi stracciati.
Il notevole potere che esercitano sul mercato, grazie agli ingenti volumi di vendite consente ai colossi della distribuzione di influenzare oltre ogni limite le condizioni di produzione, motivo per il quale i prezzi al consumo di abbigliamento nei Paesi occidentali sono in costante caduta mentre le tariffe pagate ai fornitori si sono ridotte all’osso (fino al 50 per cento in meno per una t-shirt negli ultimi 10 anni).
La conseguenza è la perdita di salario per chi occupa l’ultimo anello della filiera produttiva e di reddito nazionale per quei Paesi che hanno orientato il loro sistema produttivo alle esportazioni.

Una grande sfida
L’Asia Floor Wage Alliance, che oggi conta 70 membri fra organizzazioni sindacali e non governative, studiosi e ricercatori in 17 Paesi in Asia, Europa e Nord America, si è posta come obiettivo la definizione di un salario commisurato alle esigenze della vita (“living wage” o salario vitale) comune a tutti i Paesi asiatici.
È una sfida molto ambiziosa che ha richiesto due anni di tempo per mettere a confronto le legislazioni in materia di minimi salariali e le metodologie impiegate per definire e misurare la povertà in Asia.
Il risultato è la formulazione di uno standard comune per calcolare le retribuzioni, il cosiddetto “floor wage”: una soglia salariale omogenea fra Paesi, più elevata dei minimi legali in vigore, identificabile come salario dignitoso minimo. La formula di calcolo adottata, utilizzando un meccanismo di conversione chiamato “parità di potere d’acquisto” (PPP), quantifica un reddito per ogni Paese sufficiente a far fronte alle esigenze di una famiglia di 4 persone per una settimana lavorativa di 48 ore, la cui entità tiene conto del costo del cibo e dei beni non alimentari più i servizi (salute, alloggio, istruzione, vestiario, trasporti, riscaldamento, ecc).
Con l’applicazione del “floor wage” le retribuzioni aumenterebbero da 2 a 6 volte i livelli attuali, ma considerando che il valore dei salari corrisponde a una percentuale che oscilla fra lo 0,5 e l’1,5 per cento del prezzo di vendita, vi sono ampi margini per le imprese distributrici di assorbire tale incremento.
La Clean Clothes Campaign, referente europeo dell’Asia Floor Wage Alliance, chiede ai grandi gruppi europei della distribuzione come Carrefour, Tesco, Aldi e Lidl, ma anche alle imprese leader italiane, come Coop, Coin-Oviesse, Rinascente e Upim, di pagare un salario dignitoso a tutti i lavoratori tessili impegnati nelle proprie filiere.

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