MAFIE

Case di Cosa Nostra

La confisca dei beni ai mafiosi e gli emendamenti proposti nella legge finanziaria: sequestri, destinazione dei beni e rischi possibili di una riforma di legge.
Tonio Dell’Olio (Libera International)

Secondo tutti gli esperti di “cose di mafia”, ci sono tre fattori grazie ai quali è stato possibile fino a oggi riuscire a mettere un po’ più in difficoltà le mafie nostrane: il fenomeno del cosiddetto pentitismo, ovvero dei collaboratori di giustizia, che fino a qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile in organizzazioni tanto rigide, forti e violente; l’applicazione di nuove tecnologie a supporto delle indagini, prime tra tutte le intercettazioni ambientali e telefoniche; la confisca dei beni e il loro uso sociale.
Non si tratta del semplice sequestro di beni, che pure tende ad annientare lo scopo principale per il quale operano le organizzazioni criminali, ma anche dell’uso sociale. Nei territori in cui alcune cosche o famiglie controllano e condizionano in maniera determinante la vita dei cittadini onesti, l’uso sociale dei beni confiscati lancia un segnale importantissimo ed efficace perché innanzitutto fa comprendere in maniera visibile che è possibile sconfiggere le mafie. Utilizzare la casa di un boss come scuola o come caserma delle forze dell’ordine o come casa famiglia o come sede di un’associazione locale, pone un segno forte che si oppone esattamente all’ostentazione del potere della criminalità.

UN PO’ DI STORIA
Don Tonino Bello avrebbe detto: “Di fronte a coloro che ostentano i segni del potere, dobbiamo mostrare il potere dei segni”. Ed è esattamente quel che accade quando un bene confiscato viene riutilizzato a servizio della comunità e la gente che abita quel territorio comprende l’importanza e il vantaggio di stare dalla parte giusta. Se a questo si aggiunge l’attività, svolta prevalentemente da Libera in questi anni, di dare vita a cooperative agricole giovanili che potessero coltivare i terreni confiscati e risolvere pertanto anche un problema occupazionale che generalmente trova lo sbocco dell’emigrazione al nord o del piegarsi al potente di turno in cerca di una raccomandazione… è facile immaginare che quella legge, scritta col sangue di Pio La Torre, ha valori più profondi che non la sola sottrazione di beni alle mafie.
Una legge che fu ottenuta con un voto all’unanimità nel 1996 dietro richiesta di Libera che aveva raccolto un milione di firme. Nei 13 anni di applicazione della legge stessa non è stato tutto semplice. Al contrario ci si é trovati troppo spesso di fronte a ostacoli che sembravano insormontabili e alla mancanza di volontà da parte di alcuni apparati dello Stato o di enti locali che avrebbero dovuto richiedere e destinare i beni.

LA NUOVA LEGGE FINANZIARIA
Fino a giungere all’emendamento della Legge Finanziaria di quest’anno che prevede la possibilità di mettere in vendita i beni confiscati che non vengono destinati entro 3 mesi dalla confisca stessa. I fondi ricavati da tale vendita andranno a finanziare il risarcimento dei familiari delle vittime di mafia, la protezione e gli indennizzi per i testimoni di giustizia e l’operatività delle forze dell’ordine. Significativa a questo riguardo appare la netta presa di posizione di più di un centinaio di familiari di vittime che hanno indirizzato una lettera ai parlamentari, consegnata poi personalmente al Presidente della Camera, in cui si evidenziano i rischi che derivano dalla modifica. Si tratta soprattutto della possibilità molto concreta di favorire la riacquisizione dei beni da parte delle stesse famiglie malavitose. A nulla sono valse le più di 200 mila firme che, in pochi giorni, sono state raccolte e la Campagna per chiedere il ritiro dell’emendamento.
All’indomani dell’approvazione, don Luigi Ciotti commentava: “Con l’emendamento votato al Senato, che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività.Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l’obiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie, strumenti già ce ne sono, a partire dal ‘Fondo unico giustizia’ alimentato con i soldi ‘liquidi’ sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia. Ma è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan”.
Dal momento dell’approvazione delle modifiche alla legge, Libera e le altre organizzazioni dell’antimafia sociale hanno aumentato gli sforzi e la vigilanza sul territorio affinché nessuno dei beni confiscati passi all’asta giudiziaria e pertanto vengono sollecitati tutti gli enti preposti a destinare e utilizzare i beni.

BENI CONFISCATI
L’altra novità è la dichiarazione, da parte del Ministro dell’Interno, di voler istituire finalmente l’Agenzia per la gestione dei beni confiscati. Una richiesta che Libera ha avanzato da tanto tempo e che figura anche nel manifesto finale dell’edizione di Contromafie del 2006. A quanto pare la sede dell’Agenzia sarà Reggio Calabria ma attendiamo di vedere gli sviluppi, ovvero quali compiti effettivi le saranno delegati. È certo che a fronte della riconosciuta validità della legge sull’uso sociale dei beni confiscati, che attualmente ci viene invidiata e copiata da altri Paesi nel mondo, è necessario non voltarsi dall’altra parte e denunciare ogni inadempienza.

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