DISARMO

Fermiamo il commercio delle armi

La conferenza delle Nazioni Unite ha deciso di fermare il commercio incontrollato di armi!
Riccardo Troisi (ControlArms)

Per chi crede nella pace, la data del 30 ottobre scorso rimarrà nella storia , come un punto di svolta per fermare il commercio incontrollato di armi che rappresenta una delle cause strutturali di guerra e povertà nel nostro pianeta. Dopo quasi otto anni di discussioni e dibattiti, stimolati anche dalla Campagna internazionale Control Arms iniziata ufficialmente nel 2003, le Nazioni Unite hanno concordato un calendario definitivo per scrivere e adottare un “forte e robusto” Trattato Internazionale sui Trasferimenti di Armi

Il Trattato (conosciuto in sigla come ATT) dovrà avere “i più alti standard diffusi” per poter controllare il commercio e il trasporto delle armi convenzionali in giro per il mondo. 

Le spese militari

Secondo l’Istituto specializzato Sipri di Stoccolma, dal 1998 al 2007, le spese militari sono cresciute del 45% mentre in valore assoluto hanno raggiunto i 1.339 miliardi di dollari (851 miliardi di euro), equivalenti al 2,5% del Pil mondiale. A sorpresa, nella decade presa in esame la zona geografica che ha registrato il maggior rialzo per queste spese è l’Europa dell’Est (162%). Negli Usa invece, nel 2007, le spese per gli armamenti militari sono stati maggiori di quelle sostenute per la Seconda Guerra Mondiale. 

Secondo il rapporto annuale dell’istituto internazionale di ricerca per la pace (Sipri) di Stoccolma pubblicato oggi, non ci sono rallentamenti per le spese militari mondiali, cresciute del 6% nel 2007 su base annua, ma balzate del 45% nell’arco temporale dei dieci anni. 

In valore assoluto, queste spese hanno raggiunto i 1.339 miliardi di dollari (851 miliardi di euro), equivalenti al 2,5% del prodotto interno lordo mondiale, o ancora a 202 dollari (128,4 euro) a persona. “I fattori che spiegano la crescita delle spese militari mondiali sono tra gli altri gli obiettivi della politica estera dei Paesi, le minacce reali o supposte, i conflitti armati e le politiche destinate a contribuire alle operazioni di mantenimento della pace multilaterale combinata alla disponibilità delle risorse economiche”, ha commentato il Sipri. 

Nel periodo compreso tra il 1998 e il 2007, l’Europa dell’Est ha registrato il più forte rialzo per queste spese, praticamente raddoppiate (+162%). È ugualmente in questa regione che le spese sono aumentate di più l’anno scorso (+15%). 

Il Sipri ha aggiunto che su dieci anni, le spese militari in America del Nord sono cresciute del 65%, quelle del Medio Oriente del 62%, quelle dell’Asia del Sud del 57%, mentre quelle dell’Africa e dell’Asia dell’est del 51%. Negli Usa , nel 2007, le spese per gli armamenti sono state maggiori di quelle della Seconda Guerra Mondiale, principalmente in ragione delle operazioni militari in Afghanistan e in Iraq. 

L’Europa dell’Ovest e l’America centrale sono le due regioni dove le spese militari sono cresciute meno, rispettivamente del 6 e del 14%. Conseguenza diretta dell’evoluzione generale, le vendite di armi dei cento principali fabbricanti mondiali (escludendo la Cina) sono progredite del 9% nel 2006 su un anno, raggiungendo i 1315 miliardi di dollari. Le società americane e dell’Europa dell’Ovest hanno largamente dominato il mercato realizzando da sole il 92% delle vendite nel 2006.

 

Si tratta di un successo importantissimo per tutto il movimento mondiale del disarmo e del controllo degli armamenti, ottenuto grazie al voto favorevole di 153 governi (tra cui Italia, Stati Uniti e tutti i più grandi Stati del commercio di armi come Gran Bretagna, Francia e Germania), all’astensione di 19 (tra cui Russia, Cina, India, Egitto, Cuba, Iran, Libia) e a un solo voto contrario: quello dello Zimbabwe. Va notato il deciso cambio di rotta degli Stati Uniti, guidati questa volta da un Presidente Premio Nobel della Pace come Obama (ricordiamoci che è il Paese maggiormente coinvolto nella produzione ed esportazione di armi) che, diversamente da tutti i precedenti passi del percorso del Trattato alle Nazioni Unite ha votato in favore della risoluzione adottata, che porterà come risultato la finalizzazione del Trattato entro il luglio del 2012. 

Più controlli

Attualmente nel mondo non esiste una regolazione comune del commercio di armi, ma ci si affida direttamente alle legislazioni nazionali che sono disomogenee e spesso incomplete. 

“È un risultato importante” ha commentato Rebecca Peters, direttore della coalizione mondiale IANSA (International Action Network on Small Arms), “perché per troppo tempo il mondo è stato compiacente riguardo l’effetto devastante di un flusso non regolato di armi. Tutte le nazioni partecipano al commercio di armi convenzionali e devono quindi anche condividere i danni e le conseguenze: morte diffusa, grandi quantità di feriti, violazione dei diritti umani”. 

Il fatto che finalmente i Governi abbiano scelto di negoziare dei controlli legali su questo commercio mortale non deve però bloccare la spinta della società civile, che deve continuare a lavorare affinché un trattato forte sia adottato nel 2012. La risoluzione votata indica che il Trattato dovrà essere negoziato in una serie di incontri culminanti in una Conferenza dell’ONU nel luglio 2012. L’accordo finale dovrebbe imporre agli Stati di regolare strettamente il commercio internazionale di armi facendo riferimento a principi legislativi che devono avere come obiettivo la riduzione dei costi umani associati alla proliferazione delle armi convenzionali. La risoluzione riconosce inoltre che i trasferimenti di armi contribuiscono ai conflitti armati, all’esodo forzato delle popolazioni, supportano il crimine organizzato e il terrorismo e come conseguenza indeboliscono la pace, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile. 

Il Trattato internazionale ha inoltre “bisogno di una ‘regola d’oro’ che possa fermare qualsiasi proposta di vendita di armi che possieda un rischio sostanziale di essere usata per serie violazioni dei diritti umani o crimini di guerra” – afferma Brian Wood, responsabile del controllo armamenti per Amnesty International – “una regola che potrebbe salvare davvero la vita di centinaia di migliaia di persone e proteggere la sicurezza di molti milioni”. La Campagna Control Arms (formata da centinaia di ONG in oltre 100 Paesi) e in Italia promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo, nell’accogliere con soddisfazione il voto in sede ONU  lancia comunque un livello di attenzione verso i Governi per mantenere questa storica decisione e per garantire davvero che il Trattato abbia solidi standard capaci di entrare compiutamente nel complesso mondo del commercio delle armi. Infatti qualche perplessità è stata espressa sulla procedura pianificata per la Conferenza ONU finale sul Trattato, che potrebbe dare un sostanziale diritto di veto a ciascuno Stato sulle decisioni definitive prese in quella sede. Questo potrebbe significare che un piccolo numero di Stati scettici possa dirottare il percorso verso un Trattato forte quando è ormai chiaro che la scelta intrapresa vuole una legislazione forte.

Questo importante risultato ricorda in qualche modo un altro importane successo del movimento per la pace, (ahimè se ne contano pochi) ossia quello del Trattato per la messa al bando delle mine anti-persona, dove per la prima volta un movimento, partito dalla società civile e poi seguito dagli Stati, ha portato un risultato concreto, forte e che ha permesso di ridurre drasticamente l’utilizzo di questo strumento di morte. Certo il futuro Trattato internazionale sul commercio delle armi si applicherebbe a tutti i tipi di armi, dalla pistola all’elicottero alla portaerei; per cui è evidente che rappresenta un vero danno per l’economia armata, che su questo mercato di morte vive, ci fa i profitti. Per questo oggi è il tempo di gioire, soprattutto per le vittime, e sono milioni, che ogni giorno continuano a subire la violenza armata causata da questo commercio senza regole, per loro e per tutti noi sarà fondamentale arrivare al 2012 sperando che realmente con questo Trattato si possono produrre  percorsi di pace per disarmare questa umanità. 

 

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