POTERE DEI SEGNI

Il lessico della non pace

Mutazioni semantiche del linguaggio svelano programmi politici di guerra.
Don Salvatore Leopizzi

Oggi le parole sono diventate così multiuso che non puoi più giurare a occhi bendati sull’idea che esse sottendono. Diciamocelo francamente: la pace la vogliono tutti, anche i criminali e nessuno è così spudoratamente perverso da dichiararsi amante della guerra. Ma la pace di una lobby di sfruttatori è la stessa perseguita dalle turbe degli oppressi? La pace delle multinazionali coincide con quella dei salariati sottocosto? La pace voluta dai dittatori si identifica con quella sognata dai perseguitati politici? (don Tonino Bello, Scritti di pace nn.131 – 132)

Il multiuso e l’abuso delle parole è un guaio che è capitato soprattutto ai termini più nobili; alle parole di serie A; a quelle, cioè, che esprimono i sentimenti più radicati nel cuore umano come pace, amore, libertà.  

Più volte don Tonino ha richiamato l’attenzione sui rischi dello slittamento semantico che ha investito nel nostro tempo anche il lessico della pace. Per quel che riguarda la pace, questa “sindrome dei significati stravolti”, pare che fosse presente anche nei tempi remoti, se è vero che perfino in un salmo della Bibbia troviamo denunce del genere: “Essi dicono pace ma nel loro cuore tramano la guerra”. 

La responsabilità della parola e correlativamente anche della sua assenza – delle nostre parole dovremo rendere conto di fronte alla storia, ma dei nostri silenzi dovremo rendere conto a Dio! – lo spingeva a esercitare costantemente una sorta di controllo religioso della lingua. Tra la Parola da annunciare e le parole da pronunciare egli avvertiva un necessario anche se rischioso collegamento. In tutti i suoi interventi, specialmente nei suoi scritti, egli riusciva a liberare le potenzialità poetico-creative del linguaggio che, immerso nell’orizzonte profetico del Vangelo, diveniva denso di verità storica e perciò anche di provocazione politica.

Soffriva don Tonino quando i suoi pronunciamenti venivano travisati con manipolazioni interpretative tese a insinuare dubbi sulla piena ortodossia del suo magistero. E provava rabbia e disgusto quando perfino le indicazioni normative della Scrittura o gli appelli autorevoli di Giovanni Paolo II di totale condanna della violenza e della guerra, venivano decurtati della loro carica eversiva e sottoposti al restyling del politicamente corretto, ispirato solo da paura e da prudenza eccessiva. Considerava poi un adulterio culturale l’accostamento indebito di termini tra loro opposti come giustizia e guerra. La giustizia collocata da Dio stesso accanto alla pace quale sua partner naturale, continua a destare, purtroppo, più sospetto di quanto non susciti scandalo quando viene collocata, sia pure come aggettivo, accanto alla guerra. Tant’è che si parla ancora di “guerra giusta”. Questa si che è convivenza contro natura! (Arena di Verona, 1989)

Oggi perciò siamo seriamente preoccupati per la solenne riesumazione, da parte del premio nobel per la pace Obama, della “guerra giusta”. Si può pensare davvero di poter sconfiggere il terrorismo facendo la guerra? Se la guerra come diceva Papa Giovanni è roba da matti (alienum a ratione) e lo stesso Benedetto XVI all’Angelus dello scorso primo gennaio ha rilanciato l’accorato appello a tutti i gruppi armati a deporre le armi, allora continueremo a credere, con don Tonino, che il nome della pace si dovrà coniugare solo con la giustizia e la nonviolenza attiva. E condivideremo ancora con lui il bisogno di nomi vergini. Non corrotti dall’abuso. Nomi freschi. Appena pronunciati. Capaci di ridestare fremiti e di additare promesse. Di indicare fronti e di scaldare petti.

 

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