PALESTINA

Combatants for peace

Due giovani a colloquio per illustrare l’organizzazione pacifica composta da ex combattenti israeliani e palestinesi.
Giulia Ceccutti

Ramallah, agosto 2009. Sede di Combatants for peace, organizzazione formata da ex combattenti israeliani e palestinesi che rifiutano la violenza (www.combatantsforpeace.org). Lo striscione all’ingresso dice tutto: due soldati gettano le armi e vanno l’uno verso l’altro per stringersi la mano, forse per abbracciarsi. Sagy, israeliano, e Ra’ed, palestinese, appena arrivati si abbracciano davvero: sono amici. Sagy è lì illegalmente. Viene da Gerusalemme e ha passato il checkpoint di ingresso a Ramallah perché lo hanno scambiato per un colono di un insediamento vicino. Entrambi si raccontano con fatica. Dietro le loro parole, scelte che pesano. Ma, in fondo, una grande chiarezza: quella di aver fatto la scelta giusta. L’unica con un futuro. 

Ra’ed, chi fa parte di Combatants for peace? 

I membri palestinesi sono giovani che hanno combattuto contro l’occupazione e hanno passato molto tempo nelle carceri israeliane. Gli israeliani sono, invece, ex militari che hanno smesso di fare i soldati perché pensavano di essere entrati nell’esercito per proteggere il loro Paese, poi invece hanno scoperto di essere parte del sistema di occupazione di un intero popolo.

Spiegaci gli inizi…

Nel 2004 c’è stato il primo incontro di ex combattenti a Beit Jala, un villaggio vicino a Betlemme. Per la prima volta si riunivano persone che fino a quel momento si erano combattute. Per la prima volta incontravo dei soldati israeliani che si rendevano conto delle sofferenze che avevano causato. Ricordo che a quel primo incontro c’era molta diffidenza; da parte mia c’era il timore di incontrare questi soldati che non si sapeva bene quanto fossero affidabili, se volessero prendere delle informazioni su di noi... Gli israeliani, invece, avevano paura di essere rapiti, dato che si trovavano in una zona non protetta della Palestina.

Quali sono i vostri obiettivi e che tipo di attività fate?

Col tempo abbiamo iniziato a fidarci di più gli uni degli altri e a discutere un programma comune. Al primo punto c’era la fine dell’occupazione. Vogliamo due Stati per due popoli. Lo Stato palestinese con i confini del 1967, senza insediamenti all’interno, e Gerusalemme Est capitale. Ci siamo chiesti come raggiungere questi obiettivi e abbiamo pensato che la nonviolenza era l’unico modo. Per questo partecipiamo a diverse manifestazioni contro gli insediamenti e i checkpoint. Organizziamo incontri e seminari su pace e metodi nonviolenti, sia in Palestina che in Israele. Le nostre attività sono rivolte soprattutto agli israeliani, perché sono loro quelli che hanno la possibilità di cambiare questa situazione. Teniamo incontri anche in Europa e Stati Uniti, e nel 2009 abbiamo ricevuto un premio dalla Fondazione Anna Lindh.

Che tipo di difficoltà avete incontrato?

All’inizio, all’interno del gruppo non c’era equilibrio tra la parte israeliana e quella palestinese, soprattutto perché palestinesi e israeliani vengono da cultura e livelli di educazione diversi. E perché i soldati israeliani hanno sempre guardato ai palestinesi con un senso di superiorità. Poi, con il tempo, questi problemi sono stati risolti e l’organizzazione è cresciuta, anche numericamente. Restano delle difficoltà perché una parte della popolazione palestinese, essendo sotto occupazione, vede chi collabora in qualche modo con gli israeliani come parte di quella che viene considerata la “normalizzazione” dell’occupazione.

Sagy, raccontaci la tua storia…

La mia storia inizia a 18 anni e mezzo, quando sono entrato a far parte dell’esercito israeliano. Vengo da una famiglia attiva politicamente, di sinistra. I miei genitori sono stati politicamente impegnati per molti anni contro l’occupazione. Ma quando sono entrato nell’esercito, nella più grande unità di fanteria, avevo molto chiaro che volevo essere un buon soldato. Ho combattuto in Libano, West Bank, Gaza. Durante il servizio militare mi sono posto diverse domande, ma sempre alla fine ero convinto che stavo contribuendo alla sicurezza dello Stato di Israele. E se anche c’erano molte cose che sentivo non funzionare, l’obiettivo finale (che era quello di difendere Israele) giustificava tutto. Conclusi i tre anni di servizio militare, volevo uscire da quella situazione di conflitto permanente, e ho vissuto per quattro anni all’estero, prima negli Stati Uniti e poi in Svizzera.

Perché hai deciso di tornare in Israele?

Dopo quattro anni decisi di tornare perché sentivo mancanza di casa. Ma in quei quattro anni fuori avevo avuto la possibilità di vivere una vita normale, e sono tornato con un forte desiderio di cambiamento. Ho cominciato a guardarmi intorno tra le diverse organizzazioni in cui potevo impegnarmi, e alla fine la mia ragazza mi ha convinto a partecipare a una Memorial ceremony [memoria funebre] di Combatants for peace. Non fu facile per me andare a quella Memorial ceremony, perché ho perso alcuni dei miei migliori amici durante il servizio militare.

Per Israele, che cosa rappresenta il Memorial day? 

Il Memorial day [giorno della memoria] è una giornata in Israele durante la quale tutto è dedicato alla memoria dei soldati uccisi in guerra e durante attacchi terroristici. È una giornata dedicata a discorsi ufficiali, commemorazioni, visite ai cimiteri. Per me non fu facile celebrare questa cerimonia, in cui io ricordavo i miei amici che erano stati uccisi durante il conflitto, insieme a persone che avevano combattuto contro di noi. Ma non molte volte nella mia vita mi sono emozionato come in quell’occasione. Perché, quando ho sentito dei combattenti palestinesi parlare, ho capito di essere a casa. Ho capito che quelle erano persone che avevano pagato anche loro un prezzo, e che dobbiamo lavorare per il cambiamento. Ecco perché mi sono unito a questa organizzazione. Ecco perché sono convinto che la direzione in cui vogliamo andare è l’unica che ha un futuro.

Quali sono le reazioni della società israeliana di fronte al lavoro di Combatants for peace?

La grande maggioranza della società israeliana vede in modo molto critico la nostra attività. Per due ragioni. La prima è che l’opinione più diffusa è che non ci sono possibilità per avere una pace, e quindi secondo la maggior parte delle persone noi stiamo lavorando in modo naif, utopistico.

La seconda ragione è che noi ci rifiutiamo di servire nell’esercito per i 30 giorni all’interno dell’anno in cui per legge siamo tenuti a farlo. Rifiutiamo di fare i riservisti perché lo consideriamo moralmente inaccettabile, perché abbiamo capito che lo scopo dell’esercito è quello di impedire ai palestinesi l’autodeterminazione sui propri territori, di sostenere il progetto degli insediamenti e ostacolare qualunque tentativo di compromesso accettabile da parte dei palestinesi. Ma per la società israeliana il nostro rifiuto di servire nei Territori Occupati è un passo che mette in pericolo la sicurezza di Israele. Per questo le reazioni sono spesso molto dure. Ma noi cerchiamo di spiegare che la nostra via è l’unica opzione possibile per un buon futuro, anzi per il futuro stesso di Israele.


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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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