Il caso Margot Käßmann

8 marzo 2010 - Antonio Riccò

Anche se a lei certamente il paragone non piacerebbe, provate a immaginare Benedetto XVI attraversare un semaforo rosso alla guida di un’automobile. E, se ci riuscite, fate uno sforzo e pensate che dietro all’angolo ci sia la polizia pronta a verificare il grado alcolico presente nel sangue del Papa. Ora immaginate che le analisi diano un chiarissimo responso: 1,54 per mille, ben oltre il limite previsto. Insomma, un Pontefice ubriaco in giro per Roma a tarda sera.
D’accordo, terminiamo qui l’esperimento d’immaginazione e torniamo al reale. I fatti descritti non riguardano il Papa cattolico, ma Margot Käßmann, la “Papessa” (anche questa è una qualifica che la farebbe inorridire!) della Chiesa protestante tedesca, Vescova di Hannover, eletta pochi mesi fa alla massima carica prevista nel mondo protestante.
Di gente ubriaca che gira in macchina a tarda sera ce n’è tanta, in Germania come in Italia. A volte si tratta di politici o di personaggi dello spettacolo, che quasi sempre riescono a far dimenticare in breve tempo i loro palesi errori, sempre che la storia emerga e non ci sia qualche funzionario disposto a chiudere entrambi gli occhi per accondiscendenza verso l’illustre fermato.
Il caso di Margot Käßmann è in molti sensi diverso. Innanzitutto la Vescova è stata non solo fermata, ma accompagnata al posto di polizia come fosse una perfetta sconosciuta, mentre la sua notorietà in Germania è paragonabile a quella dei politici di primo piano. Ad Hannover poi è di casa. La correttezza istituzionale della polizia è quindi il primo elemento positivo in una storia che certo edificante non è.
Interrogata dalla polizia, la Vescova ha subito ammesso di aver bevuto un bicchiere di vino, mentre le analisi, inesorabili, hanno poi segnalato un consumo più elevato. “Sono sconcertata del mio comportamento”, ha dichiarato alla stampa quando martedì il fatto è divenuto pubblico. “Sono consapevole di quanto sia pericoloso e irresponsabile guidare in stato d’ebrezza. Ovviamente mi farò carico di tutte le conseguenze giuridiche della mia azione”.
Dopo giornate tormentate, lacerata tra gli attacchi dei media, che biblicamente (e cinicamente) le rimproveravano di versare acqua e di bere vino, e le moltissime manifestazioni d’affetto espresse dalla popolazione, Margot Käßmann ha deciso di assumersi le proprie responsabilità ed ha dato le sue dimissioni sia da Presidentessa della Chiesa protestante tedesca (EKD) che da Vescova della diocesi di Hannover. Continuerà invece a svolgere il ruolo di pastore.
Mercoledì, in una sala stampa gremita di cronisti, di fronte a molti collaboratori vicini al pianto, Käßmann ha ripetuto di essere consapevole dell’errore commesso e si è detta estremamente dispiaciuta di aver danneggiato il suo ufficio e la sua stessa autorità ecclesiale. “Non avrei più la libertà che ho avuto finora d’indicare le sfide etiche e politiche e di valutarle”, ha spiegato.
Le sue dimissioni, che il consiglio della Chiesa protestante aveva espressamente dichiarato di non volere, hanno gettato nello sconforto moltissime persone, credenti e non, che guardavano a lei con rispetto e speranza. Non a torto era stata definita la “pop star del protestantesimo”, non solo per l’impatto mediatico che ogni sua iniziativa riusciva ad avere, quanto per la sua carismatica capacità d’intervenire su temi controversi ma di rilevanza sociale e di farlo sempre con un linguaggio accessibile a tutti. Le sue omelie non erano mai banali, riuscivano a trattare con umanità e senza supponenza ogni grande questione del nostro tempo: dal dissesto ecologico alle ingiustizie sociali, dalle disuguaglianze nello sviluppo sociale dei vari paesi ai conflitti armati. Lo faceva con coraggio e all’interno di una linea pastorale orientata all’umano, ben sapendo che nessuno è perfetto, e al tempo stesso al messaggio evangelico, che aveva particolarmente sottolineato. Lei stessa, d’altra parte, non aveva esitato a mostrare, peraltro senza alcun esibizionismo, anche la sua umanità anche in situazioni difficili: come quando aveva annunciato di essere stata colpita da un tumore al seno o allorché aveva divorziato dal marito, anche lui pastore protestante, dopo 27 anni di matrimonio e la nascita di quattro figlie. La sua popolarità non ne aveva risentito; al contrario la sua ammissione di fallimento matrimoniale le aveva procurato l’affetto di molti. La sua parola era sempre credibile e piena di umanità ed era riuscita persino ad invertire la tendenza che vedeva da anni, anche nel mondo protestante, diminuire il numero dei credenti.
Solo larga parte del mondo politico la guardava con diffidenza, soprattutto da quando recentemente aveva concentrato la sua attenzione sulla presenza di soldati tedeschi in Afghanistan.
“Nulla va bene in Afghanistan”, aveva detto durante l’omelia natalizia. “A quanto pare le armi non sono in grado di creare la pace. Abbiamo bisogno di più fantasia per la pace, per altre forme capaci di eliminare i conflitti”. Queste semplici affermazioni - inserite in un contesto generale in cui parlava anche dei problemi climatici, dell’aumento della povertà minorile e della diffusione delle depressioni (con un accenno al suicidio del portiere dell’Hannover 96, Enke) – erano state oggetto di critiche sia da parte del governo tedesco che di esponenti del partito socialdemocratico. Anche in quella occasione, come nel passato, Margot Käßmann aveva cercato il dialogo, senza paure e reticenze, anche con i massimi responsabili del ministero della difesa o con semplici soldati.
“Tutto è nelle mani di Dio”, aveva concluso la sua predica, “e sono fiduciosa di non poter cadere più in basso che nelle mani di Dio”. Queste sono state anche le sue ultime parole prima delle dimissioni con le quali la Germania perde una voce libera, forte e veritiera. E non è poco in un mondo di sepolcri imbiancati.

Intervista a Margot Käßmann, vescova di Hannover a cura di Gina Abbate, traduzione di Antonio Riccò

Quali compiti prioritari ritiene che debbano caratterizzare il suo nuovo incarico? Quale valore assume in questo contesto il cammino ecumenico?
La mia funzione quale presidente del Consiglio dell’EKD (Chiesa Evangelica in Germania) è quella di moderarlo e di tenerlo unito, perché la nostra Chiesa non viene guidata gerarchicamente, ma si costruisce dal basso, tutti vengono eletti negli organismi dirigenti e le Chiese regionali hanno caratteri propri. Il Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania si è prefisso di sottolineare particolarmente temi attinenti alla giustizia sociale.
Inoltre, l’ecumenismo è naturalmente un tema di primaria importanza. Sono lieta e grata del fatto che in Germania – ciò nel Paese dal quale quasi 500 anni fa la Riforma ebbe inizio – abbiamo un rapporto molto buono e improntato a fiducia con la sorella Chiesa cattolica. Me lo hanno confermato molti incontri con Vescovi cattolici e anche con l’Arcivescovo Robert Zollitsch, il Presidente della Conferenza Episcopale tedesca. Andiamo con grande gioia al Convegno ecumenico, che si terrà a Monaco di Baviera tra il 12 e il 16 maggio, e speriamo di poter dare anche in quel conteso un convincente segnale di unità ecumenica.

Come ritiene sia possibile superare le resistenze delle Chiese nei confronti delle donne, così da consentire loro di accedere a tutte le funzioni ecclesiali?
Nella Chiesa Evangelica in Germania il “sacerdozio di tutti i battezzati” è diventato nel frattempo normale, non da ultimo lo dimostra il fatto che sono stata votata da una grande maggioranza. Ma anche da noi è stato un percorso lungo. Pastori di sesso femminile esistono solo da quasi sessant’anni e solo negli ultimi tempi è diventato ovvio che le donne possano rivestire qualsiasi incarico nella nostra Chiesa. La prima Vescova è stata Maria Jepsen, ad Amburgo nel 1992, io sono stata eletta nel 1999; attualmente siamo tre Vescove nella EKD su un totale di 23 religiosi con funzioni direttive.
Mi sembra molto auspicabile che gli incarichi ecclesiali siano normalmente accessibili a tutte le donne in ogni Chiesa. Ma questo cambiamento deve nascere all’interno di ciascuna Chiesa. La dottrina sacerdotale nella Chiesa cattolica-romana e nella Chiesa ortodossa è marcatamente diversa da quella della Chiesa evangelica. Questa differenza va rispettata, anche se naturalmente io mi auguro dei cambiamenti. D’altronde ci sono anche Chiese luterane che non consentono il sacerdozio femminile e in Lettonia è stato nuovamente eliminato. Ciò dimostra che abbiamo un lungo tragitto da percorrere.

Vede possibile un impegno ecumenico che dia vita a reti di chiese per la pace? Ritiene possibile la realizzazione dell’antico sogno di Dietrich Bonhoeffer di un concilio davvero ecumenico per la pace?
Proprio in questi giorni ho avuto la prova che una rete ecumenica per la pace già esiste! A causa della mia posizione critica sul conflitto afgano sono stata al centro dell’interesse dei media nelle scorse settimane. Mi sono sentita molto sostenuta dall’appoggio fornitomi pubblicamente da molti vescovi, e tra questi anche vescovi cattolici, che ha messo in evidenza come la maggior parte delle Chiese rifiuti oggi una logica di guerra. Per questo e consapevolmente non parliamo più di “guerra giusta”, ma il nostro obiettivo è sempre una “pace giusta”. Sono sempre dell’opinione che un “Concilio per la Pace” sia un obiettivo di primaria importanza, che ha caratterizzato anche lo stesso Consiglio Ecumenico delle Chiese. Nel 1948, in occasione della sua fondazione a Amsterdam, il Consiglio ha dichiarato che “il volere di Dio non è fare la guerra”. Nel 2013 ci sarà la prossima assemblea plenaria del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Busan, nella Corea del Sud e io spero molto che anche da quell’assemblea mondiale del 2013 venga un segnale inequivocabile a favore della pace e della riconciliazione.

Come può concretizzarsi nella nostra società l’invito biblico all’accoglienza dello straniero e di coloro che sono senza protezione?
Ritengo sia un dovere dello Stato offrire protezione. In fondo, il principio biblico di tutelare gli stranieri è entrato nella nostra legislazione. Le nostre Chiese mettono a disposizione l’aiuto delle loro istituzioni diaconali così come di singole comunità ecclesiali. Come chiese abbiamo anche il compito di esortare lo Stato ad attivarsi in favore degli stranieri e di coloro che non hanno tutela. Poco prima di Natale abbiamo pubblicato un testo che fa riferimento in modo molto esplicito ai problemi che riguardano i perseguitati e i profughi, un compito essenziale per noi come Chiesa. Non cesseremo di richiamare l’attenzione su questi temi e d’impegnarci perché ogni essere umano possa fruire della misericordia e della giustizia.

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