DIRITTI

Oltre i muri di cemento

Viaggio nel mondo dei diritti negati: il carcere e le lunghe pene inflitte ai minori.
Lucia Re (Ricercatrice in filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Firenze membro del Comitato scientifico dell’associazione L’altro diritto Onlus)

In Italia il sistema della giustizia penale minorile ha subito, nel corso del Novecento, una lenta evoluzione. Dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana a oggi le riforme legislative hanno seguito l’attività interpretativa della Corte costituzionale, impegnata ad adeguare le norme penali e penitenziarie al dettato costituzionale. Nonostante questo lungo percorso – che ha avuto uno dei suoi momenti più alti nella riforma del processo penale minorile approvata nel 1988 – l’assetto della giustizia penale per i minorenni è ancora lontano dal corrispondere pienamente ai principi costituzionali. Esso disattende, inoltre, parzialmente le prescrizioni internazionali, quali quelle contenute nella Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre 1989, resa esecutiva in Italia con la legge 176/1991, nelle Regole di Pechino sull’amministrazione della giustizia minorile e nella Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei minori (artt. 1, 10 Regole di Pechino; artt. 3-6 Convenzione Europea di Strasburgo sull’esercizio dei diritti dei minori - 1996). 

Gravi omissioni

Una delle omissioni più rilevanti del nostro sistema di giustizia è costituita dalla mancata approvazione di una legge di ordinamento penitenziario minorile. L’esecuzione della pena per i minori avviene, ancora oggi, secondo un adattamento parziale dell’ordinamento penitenziario pensato per gli adulti. E ciò, nonostante i numerosi richiami del Comitato ONU, del Consiglio d’Europa e della Corte Costituzionale italiana (sentenze 125/1992, 109/1997, 403/1997,450/1998, 436/1999).

L’arretratezza del sistema penitenziario minorile italiano, da più parti censurata, appare, dunque, il frutto, in primo luogo, di un ingiustificato disinteresse del Parlamento per la condizione dei minori detenuti. Tale disinteresse si traduce, sul piano amministrativo, nella mancanza di una politica in grado di promuovere l’azione integrata delle istituzioni nazionali e locali (come invece auspicato, tra gli altri, dal Consiglio d’Europa), nella scarsa allocazione di risorse economiche al settore dell’amministrazione penitenziaria minorile e della giustizia minorile in genere e nell’inadeguatezza delle risorse umane e materiali impegnate nella tutela dei diritti dei minori detenuti (nel sistema di giustizia, nei servizi sociali, etc.).

Come abbiamo avuto modo di segnalare redigendo il 2º Rapporto Supplementare alle Nazioni Unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, i percorsi di risocializzazione dentro e fuori gli Istituti Penali per i Minorenni (IPM) sono molto frammentari, per mancanza di risorse economiche, ma anche per un orientamento rieducativo talora troppo chiuso su se stesso e non sufficientemente attento alle esigenze pratiche dei minori, in primo luogo all’inserimento lavorativo e – per gli stranieri – alla regolarizzazione del loro status giuridico. Talora, poi, persino in servizi essenziali sono insufficienti. Basti pensare che in molti IPM non vi è un medico di guardia durante la notte, né è presente un numero adeguato di operatori sanitari e di psicologi (una situazione, questa, che influisce negativamente sulla salute dei minori detenuti e, in alcuni casi, impedisce di fronteggiare situazioni di disagio gravissime, come testimoniano i ricorrenti casi di autolesionismo e i sempre più frequenti suicidi). In alcuni istituti anche la formazione scolastica è precaria e male organizzata e ai minori non è così assicurato un diritto fondamentale come quello all’istruzione (non solo primaria). Il volontariato, fiore all’occhiello della società italiana, contribuisce molto a integrare l’offerta formativa e ricreativa, ma talora esso è utilizzato come un erogatore precario (e non sempre sufficientemente preparato) di servizi basilari che dovrebbero essere assicurati in forma stabile dallo Stato.

Chi sono?

Si tratta di situazioni che in un Paese come il nostro non destano meraviglia. Siamo abituati alle “emergenze” cui non si riesce a far fronte. E tuttavia, qui non vi è alcun allarme. La criminalità minorile non è in ascesa e il numero dei minori detenuti è relativamente esiguo. Si segnala tuttavia un aumento della popolazione minorile detenuta negli ultimi anni: secondo i dati del ministero della Giustizia, dipartimento della giustizia minorile, i minori detenuti erano in totale 446 alla fine del 2007, mentre nel giugno del 2009 erano 523. La disfunzione, sempre più evidente del sistema della giustizia penale minorile, pare dunque piuttosto collegabile a una scelta politica e sociale. La popolazione minorile detenuta presenta, infatti, due principali caratteristiche che possono considerarsi sintomatiche del cattivo funzionamento del sistema: essa è composta in maggioranza da minori in attesa di giudizio ed è una popolazione altamente selezionata dal punto di vista dell’appartenenza sociale e nazionale.

Secondo la normativa nazionale e internazionale la reclusione di un minore in un Istituto di Pena è da considerarsi come un provvedimento di extrema ratio. Si tratta, invece, di uno strumento il cui utilizzo è molto frequente per alcune categorie di minori (e raro per altre). Su 523 minori detenuti alla fine del primo semestre 2009, 324 erano sottoposti a un provvedimento di custodia cautelare e 199 erano detenuti in espiazione pena. Negli IPM sono per lo più reclusi minorenni immigrati e minori italiani provenienti da famiglie a basso reddito, in maggioranza residenti al Sud (la reclusione di minori italiani residenti al Sud è fortemente aumentata negli ultimi due anni, generando il sovraffollamento di molti IPM meridionali e il fenomeno del trasferimento periodico dei minori – spesso sottoposti a detenzioni lunghe – negli IPM del Nord). Molti degli stranieri sono minori non accompagnati. E particolarmente “sovrarappresentati” in carcere sono i minori rom e sinti.

Per quanto concerne gli stranieri, le denunce nei loro confronti producono l’avvio dell’azione penale più frequentemente di quelle sporte nei confronti degli italiani; sono condannati più spesso degli italiani; soffrono periodi di detenzione cautelare più lunghi; hanno minore accesso alle misure alternative alla detenzione, al perdono giudiziale e alla messa alla prova. Negli IPM del Centro e del Nord è straniera la quasi totalità dei detenuti. A livello nazionale, negli ultimi anni più della metà dei minori presenti giornalmente negli IPM erano stranieri. Nel 2008 la percentuale di minori stranieri giornalmente presenti negli IPM è tornata a livelli inferiori a quelli dei primi anni duemila. Questa flessione appare confermata nel 2009. La tendenza non è però sufficiente a rimediare alla sovrarappresentazione degli stranieri negli IPM.

È inoltre aumentata l’applicazione a minori stranieri del provvedimento di collocamento in comunità. Anche in questo caso, tuttavia, gli italiani risultano privilegiati. Nel 2008, su 2188 minori che sono stati collocati in una comunità ministeriale, 1364 erano italiani non appartenenti alla minoranza sinti, 160 erano classificati come “nomadi” e 664 erano “stranieri non nomadi”. 

Non solo numeri

Le cifre che abbiamo qui esposto si limitano a suggerire le condizioni di disagio che caratterizzano la popolazione minorile detenuta. Esse non consentono, tuttavia, neppure di intuire la sofferenza che questi adolescenti vivono ogni giorno. Rispetto a questa, le istituzioni e forse, prima di queste, la cosiddetta società civile sono sostanzialmente sorde. 

La maggioranza delle persone, convinta che il carcere sia un luogo di “rieducazione”, raramente varca i cancelli degli Istituti di pena e, quando lo fa, si limita a visitare i “laboratori” e a osservare i murales. Guardando i dipinti, tutti ammirano i disegni, ed evitano di soffermarsi su quanto siano tristi i muri. I minori detenuti passano mesi, talora anni, entro il perimetro di squallidi cortili. Le loro storie, quasi sempre traumatiche, e la violenza di cui sono immancabilmente stati vittime non escono da quelle mura. E, soprattutto, pochi “cittadini” si fermano a riflettere sul fatto che questi ragazzi fanno parte della comunità civile e hanno, come tutti i loro coetanei, diritto al futuro.

 

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