Guerre e conflittualità fuzzy

Appunti per una possibile modernizzazione degli studi di conflittuologia applicata.
Quando si può parlare di guerra e quando di conflitto? Chi sono gli autori?
Lorenzo Striuli

Che il mondo post-1989 sia caratterizzato da un aumento della conflittualità complessiva è un assunto che da anni viene ripetuto a premessa e conclusione di quasi ogni ragionamento relativo alla politica internazionale. Tuttavia, ben pochi di coloro che partono da tale assunto si soffermano davvero a monitorare i trend della conflittualità globale, perlomeno su basi empiricamente fondate atte a dare conto di come vada evolvendosi l’assetto strategico del mondo.

Per coloro che sono invece interessati a ciò di cui appena detto, solitamente risulta forte la tentazione di limitarsi a contare i conflitti presenti nel globo in un dato momento storico oppure in un trend di momenti storici di interesse. Sennonché, ecco che improvvisamente appare una pluralità di difficoltà, di ordine e epistemologico e ermeneutico, (definizione di conflitto; corretta individuazione delle parti in causa, dal momento che per molti degli odierni contendenti si parla di attori non-statuali; ecc.), capaci di inficiare sin la stessa individuazione di ciò che possa o non possa essere percepito come teatro di una crisi armata. E, del resto, quando giornalisticamente si parla di “guerre dimenticate”, molto spesso si fa riferimento non solo a conflitti che, per loro natura, poco interesse destano nell’opinione pubblica o nei media mondiali, quanto anche a conflitti davvero non riconosciuti da tutti come tali. 

Il presente intervento, nella sua brevità, intende discutere alcune note metodologiche in proposito a quanto detto al fine di illustrare come gli studi di conflittuologia applicata siano tutt’altro che scontati, e come eppure già esista una buona tradizione metodologica nel merito, che sostanzialmente ci consente di giungere a “fotografie” sullo stato della conflittualità globale spesso di innegabile affidabilità, purché depurate da alcune “cattive abitudini” che pur benemeriti indirizzi di ricerca hanno purtroppo diffuso negli anni. Come conseguenza di interventi metodologicamente correttivi, inoltre, crediamo che l’evidenza empirica proveniente dalle migliori riflessioni della conflittuologia e della peace research ci consentano di scorgere “direttamente” dalla realtà nuove (ma davvero forse così nuove?) forme che forse sta venendo ad assumere il confronto organizzato su basi violente e per fini politici delle collettività umane. 

L’approccio quantitativo allo studio dei conflitti si è nel tempo consolidato presso vari e molto noti centri e programmi di ricerca, fra i quali è possibile ricordare l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) dell’Università di Uppsala, il Centre for the Study of Civil War (CSCW) dell’International Peace Research Institute di Oslo (PRIO), e l’Heidelberg Institute for International Conflict Research (HIIK) del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Heidelberg. Anche in Italia esistono buoni tentativi di studio sulla materia, come quelli compiuti dal B’s Independent Pro-Peace Initiative (BIPPI), che però si muove esclusivamente su dati rinvenuti presso la nota enciclopedia condivisa online www.wikipedia.org, e il Mappamondo dei Conflitti dell’Ires Toscana, disponibile in forma interattiva sul suo sito istituzionale. Quest’ultimo costituisce uno sforzo assai più approfondito e ragionato che si avvale di fonti sia UCDP che CSCW/PRIO, in taluni casi, però, adeguatamente riconcettualizzate dal 2004 in avanti proprio dallo scrivente. Il lavoro che vi è dietro a questo mappamondo interattivo non traspare però direttamente dal sito, anche se vi sono precise scelte metodologiche, che ci pare opportuno esplicitare perché è anche in base ad esse che nel tempo lo scrivente, con il confronto continuo con lo staff dell’Ires Toscana, è venuto a elaborare una propria concezione di fuzzy conflict, che ci pare dia maggior conto di alcuni “cortocircuiti” concettuali, che si evidenziano con gli indirizzi classici della conflittualogia applicata (cioè quella portata spesso avanti dagli istituti di ricerca summenzionati) quando questa giunge a confrontarsi con le caratteristiche proprie di alcune guerre odierne. 

Cosa è un conflitto?

Uno dei primi problemi che riscontrano gli indirizzi di ricerca “classici” si ha già sul basilare aspetto relativo all’individuazione dei contendenti del conflitto (non necessariamente attori statuali, ma anche fazioni, gruppi miliziani, ecc.), che devono essere almeno due, e che pertanto possono essere individuati come Contendente A e Contendente B. In tal senso, l’UCDP indica come “il governo e i suoi alleati combattono sempre dalla parte A in un conflitto. Le organizzazioni dell’opposizione e i loro alleati combattono dalla parte B. […] Una parte in conflitto comprende sempre il governo del luogo e i suoi alleati. L’altra parte nel conflitto è un governo (in un conflitto armato interstatuale) oppure un gruppo di opposizione (conflitto armato intrastatuale) insieme ai propri alleati” (In: http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/data_and_publications/definitions_all.htm). Si tratta di una prospettiva che non può soddisfare completamente, proprio perché parte dal presupposto per il quale uno dei contendenti deve essere per forza di natura governativa, il che oramai è sempre meno dato dalla realtà fattuale. 

Anche la data di inizio del conflitto costituisce una questione sulla quale vanno osservati due ordini di problemi. In alcuni casi si trovano delineate nel tempo varie situazioni di conflittualità senza soluzione di continuità, eppure ben differenti fra di esse. L’Afghanistan, ad esempio, ha sperimentato ininterrottamente tutti i tipi di conflittualità possibili (guerre civili, di resistenza a invasioni straniere, ecc.) dal 1978 fino a oggi; eppure, l’attuale conflittualità in quel Paese non può essere ricondotta a quella degli anni Novanta o Ottanta, per via di ben diverse – rispetto ad allora – motivazioni, intensità, contendenti, ecc. Tuttavia, gli istituti di ricerca summenzionati fanno proprio il contrario, e fanno pertanto risalire alla fine degli anni Settanta l’inizio della conflittualità afgana. Quando si parla di inizio di conflitto, invece, dovrebbe essere inteso l’inizio della contesa. E qui si entra nel secondo ordine di problemi. Quasi tutti gli istituti di ricerca sopraccitati, difatti, tendono a concordare sul fatto che un conflitto diviene “attivo” nell’anno nel quale vengono registrati 25 caduti in un’unica battaglia (http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/data_and_publications/definitions_all.htm)

Noi preferiamo invece la proposta teorica dell’HIIK, che fa assumere caratteri di alta conflittualità violenta a una grave crisi quando “la forza violenta viene usata ripetutamente in maniera organizzata”(cfr, in merito, Heidelberg Institute For International Conflict Research, 2007, Conflict Barometer 2007. Crises - Wars - Coups d’Etat - Negotiations - Mediations - Peace Settlements. 16th Annual Conflict Analysis, Department of Political Science, University of Heidelberg). 

Gli stessi istituti osservano una logica similare anche per quanto riguarda l’intensità del conflitto, che viene visto come “minore” quando è possibile contarvi nell’arco di un anno un numero compreso fra i 25 e 1000 caduti, e come “guerra” per cifre superiori. Anche in questo caso noi preferiamo affidarci alla proposta teorica dell’HIIK. La “contabilità” dei morti, difatti, ci convince poco, perché il numero dei caduti, per essere realmente significativo, andrebbe rapportato al numero dei partecipanti a un conflitto, cosa però, come intuibile, macchinosa e di difficile operabilità. Così, ad esempio, se 999 caduti nell’arco di un anno rappresenterebbero certamente un conflitto minore per la Repubblica Popolare Cinese (chissà perché, se i caduti divenissero 1001, si dovrebbe parlare invece di guerra…), per il Lussemburgo, di converso, costituirebbero una vera e propria catastrofe, tuttavia non riconosciuta neppure come guerra dagli istituti di ricerca prima menzionati. 

A nostro avviso, però, perché gli studi di conflittuologia siano veramente significativi (cioè non vengano a comprendere tutte le dissidenze di qualunque natura che hanno a verificarsi all’interno di una medesima compagine statuale, come invece accade con gli annuari curati dall’HIIK), è opportuno concentrarsi solamente sulle forme di conflittualità violenta di fascia alta, onde limitarsi a distinguere fra “crisi gravi” (che in ogni caso andrebbero forse denominato “conflitti minori”, per via della maggiore forza descrittiva che ci pare possedere tale formula) e “guerre”, sempre ricordando che quest’indicatore andrebbe riferito all’anno di interesse (il 2007) e non a quello di inizio del conflitto, senza dunque tenere da conto se nel corso della sua storia il conflitto abbia raggiunto intensità minori o maggiori.

Si può divergere con l’UCDP e il PRIO anche per ciò che concerne l’incompatibilità alla base del conflitto, che i due istituti invece distinguono fra “relativa al sistema di governo” e “relativa al territorio”. A noi sembrano classificazioni troppo onnicomprensive, e perciò accogliamo ancora una volta la proposta teorica dell’HIIK, che invece, più puntigliosamente, distingue fra incompatibilità: rispetto al possesso di un “Territorio”; dovute al perseguimento di una “Secessione”; legate a fenomeni di “Decolonizzazione”; mirate alla richiesta di maggiore “Autonomia”; legate all’imposizione di un determinato “Sistema/Ideologia”; mirate alla conquista del “Potere al livello Nazionale”; dovute al perseguimento di una certa “Predominanza a livello Regionale” all’interno dei confini statali; legate a questioni di crescita/presenza di rango nell’ambito del “Potere Internazionale”; prodotte dal possesso/desiderio di determinate “Risorse”; oppure legate a “Motivi Contingenti Vari”. 

Ed è anche in base alle varie connotazioni del concetto di incompatibilità che crediamo possa essere definito al meglio in cosa consista un conflitto, dall’HIIK concepito come “lo scontro di interessi (differenze di posizione) intorno a valori nazionali, che abbia una certa durata e un certa magnitudine, tra almeno due parti (gruppi organizzati, Stati, gruppi di Stati, organizzazioni) che siano determinate a perseguire i propri interessi e a raggiungere i propri scopi”. La definizione può anche essere accettata, ma solo ammettendo che, oltre a dover possedere forme di esplicazione violenta e organizzata, i clashing, pur potendo prevedere contenuti religiosi, etnici, ecc., devono per forza di cose osservare un’intima natura politica, altrimenti non sarebbero operativamente distinguibili da altre manifestazioni violente dei consorzi umani associati. È per questo che ci risulta inammissibile come il più volte citato Conflict Barometer dell’HIIK annoveri, fra le “Severe Crisis” anche l’attuale competizione criminale fra i cartelli messicani della droga (per quanto il governo di quel Paese sia fra le parti in causa in quanto impegnato a reprimere quegli scontri), dal momento che si sta parlando, per l’appunto, di una competizione di natura criminale, che non ha alcuna finalità politica. Inoltre, i conflitti vanno considerati anche sulla base di fattuale presenza di manifestazioni di violenza organizzata, senza tenere da conto se nel luogo fisico considerato siano in vigore dei cessate il fuoco, dei trattati di pace, che sulla carta avrebbero posto fine al conflitto stesso, delle forze di peacekeeping, ecc.

I vari tipi di guerra

Quanto illustrato sinora ci consente di giungere al punto saliente di tale intervento, relativo al tipo di conflitto. In questo caso ci pare possibile accettare parzialmente la metodologia utilizzata sia dall’UCDP che dal PRIO (http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/data_and_publications/definitions_all.htm), che parlano di: 

1) “Conflitto Armato Extrasistemico” quando esso “intercorre tra uno Stato e un gruppo non statuale al di fuori del proprio territorio. Questi conflitti sono caratterizzati da una definizione territoriale per mantenere da parte del governo il territorio fuori del controllo statuale”.  In pratica si tratta di guerre tipiche dell’età dell’imperialismo, della formazione degli Stati-Nazione, e della decolonizzazione. Oggi sono rarissime, e, difatti, nelle nostre varie formulazioni del Mappamondo dei Conflitti questa classificazione non ha mai trovato applicazione. Tuttavia riteniamo che vada ugualmente tenuta da conto in quanto di tanto in tanto tale tipologia di conflitti torna a fare la sua apparizione, come (a nostro avviso) è stato nel caso della Namibia fino al 1990, o di Timor Est fino al 1999; 

2) “Conflitto Armato Interstatale”, che è in pratica quello classico fra due o più Stati; 

3) “Conflitto Armato Interno” che è quello che “intercorre tra il governo di uno Stato e uno o più gruppi di opposizione interna senza l’intervento di altri Stati”; 

4) “Conflitto Armato Interno Internazionalizzato”, che è quello che “intercorre tra il governo di uno Stato e uno o più gruppi di opposizione interna senza l’intervento di altri Stati (parti secondarie) in ciascuno di entrambi i luoghi”. 

Ecco, noi crediamo che è sul punto (4) che i nodi (metodologici) degli istituti di ricerca summenzionati vengono al pettine, in quanto è “dentro” quest’ultima classificazione che essi tendono a farvi ricadere anche l’attuale conflittualità presente in Afghanistan e in Iraq. Riteniamo invece che, leggendo a rigore la definizione, sarebbe più logico limitarsi a farvi ricadere conflitti dai caratteri similari, ad esempio, all’invasione sovietica dell’Afghanistan, o al coinvolgimento statunitense in Vietnam. La conflittualità odierna in Afghanistan e in Iraq, invece, non costituisce affatto il risultato del coinvolgimento di attori esterni corsi in aiuto dell’una o l’altra fazione. L’Iraq, difatti, non aveva nemmeno una conflittualità armata interna di rilevanti proporzioni negli anni immediatamente pre-2003, mentre sarebbe quantomeno ingenuo ricondurre l’odierno sostegno internazionale verso l’attuale governo afgano alla mera conseguenza di un meccanismo messo in moto dall’utilizzo dell’Alleanza del Nord da parte della coalizione internazionale che entrò in Afghanistan nel 2001. Inoltre, la conflittualità propria di queste due situazioni osserva caratteri innovativi in relazione anche a molti altri aspetti, per riassumere i quali è da tempo che, nelle nostre elaborazioni del Mappamondo dei Conflitti, adottiamo una tipologia che denominiamo: 

5) “Conflitto Fuzzy”. In tale tipologia facciamo ricadere i conflitti dove: il contendente b non è chiaro nella sua identità, non solo di fazione, quanto anche rispetto alla sua origine, che magari può essere sia interna e/o esterna al luogo ove si svolge il conflitto (il pensiero corre all’Iraq per il quale se si chiede a dieci esperti da chi siano composti gli attori insurrezionali locali si avranno con buona probabilità dieci risposte diverse); i legami fra le diverse fazioni collocabili in uno stesso fronte contrappositivo sono in molti casi laschi se non inesistenti, e non di rado possono anche trasformarsi in conflittualità aperta reciproca; per l’identità dei contendenti spesso non basta rifarsi a soli criteri politici, etnici e/o religiosi, quanto anche (e pesantemente) criminali, come nel caso, ad esempio, della resistenza armata dei coltivatori di droga in Afghanistan; più che di contendente b si può parlare di contendenti b, c, d…. n, dove non di rado per certi periodi un contendente b diviene alleato del contendente a (originariamente nemico) in funzione anti-c, ecc. 

Riteniamo che con la categoria di conflitto fuzzy sia possibile tenere da conto alcuni dei più intelligenti contributi teorici di lavori relativamente recenti mirati a compendiare le non sempre chiare caratteristiche delle nuove conflittualità. Il riferimento è agli indispensabili lavori di Kaldor (Kaldor Mary, 1999, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Roma, Carocci), e Metz (Metz Steven, 1997, Strategic horizons: The military implications of alternative futures, Carlisle Barracks, Pa., Strategic Studies Institute, U.S. Army War College), che a loro tempo avevano già riconosciuto (soprattutto la prima), a nostro avviso molto giustamente, alcuni caratteri salienti di tali conflitti anche alle guerre balcaniche e dei Paesi post-Unione Sovietica combattute negli anni Novanta. E per la conflittualità fuzzy l’elemento di novità è rintracciabile anche nella modalità terminologica per la quale oggi si è diffuso per l’Afghanistan e l’Iraq il termine “insurgency”, dal momento che in tali teatri i concetti classici di guerriglia e insurrezionalismo non sono più apparsi dare sufficientemente conto delle peculiari complessità. Difatti, la fuzziness delle situazioni irachena e afgana ha presentato anche un’altissima incidenza: di fenomeni terroristici, presenti invece nella guerriglia e nell’insurrezionalismo solamente come modalità offensive di carattere sussidiario; di fenomeni legati a criminalità sia comune che organizzata, nella guerriglia e nell’insurrezionalismo invece presenti solamente per taluni aspetti di interesse logistico, e, tutt’al più, di carattere informativo; di quasi completa mancanza di una comune direzione politica e di comando operativo, cosa che implica anche un basso controllo su militanti e supporters. Quest’ultimi non di rado esplicano le loro attività operative in maniera part-time, e spesso direttamente nei ranghi ovvero in favore di più soggetti impegnati nella lotta o in affari di criminalità.

Proprio dal miglioramento delle metodologie di conflittuologia applicata crediamo possa passare un più efficace meccanismo di messa a punto di trend di misurazione dell’evoluzione conflittuale, che ci consentirà di dare conto se nel tempo la modalità fuzzy di configurazione dei conflitti godrà della fortuna sufficiente a porsi a livello paradigmatico dei conflitti del XXI° secolo.

 

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