Strage diluita

Le cosiddette guerre a bassa intensità e le loro caratteristiche. Cosa è mutato nei conflitti dall’ultima metà del secolo scorso in poi?
Paolo Busoni (Storico militare )

I conflitti che caratterizzano la seconda parte del Novecento e l’inizio di questo secolo sono stati più volte descritti come guerre a bassa intensità. La definizione – che si riferisce genericamente alla qualità e alla quantità di armi utilizzate – è pericolosa e fuorviante. Le guerre odierne sono la riproduzione sistematica del concetto di “distruzione di massa”, anche se rispetto alla sua prima teorizzazione – da parte di Giulio Douhet – la cosa ha cambiato aspetto. 

Negli anni Venti, quando scriveva l’aviatore italiano, l’assalto contro la popolazione doveva servire per accorciare i conflitti. Una forte “spallata iniziale” portata avanti non sul campo di battaglia in senso stretto, ma contro tutto ciò che poteva rappresentare l’avversario (anche e soprattutto, le masse sostanzialmente indifese della sua gente) avrebbe dovuto portare alla rapida vittoria. Da questa teoria, che ha rappresentato il germe per lo sviluppo delle strategie e di intere famiglie di armi per la distruzione su larga scala, le guerre odierne hanno mantenuto il concetto che potremmo definire della “quantità”.

Colpire quante più persone stiano dall’altra parte del fronte (qualsiasi esso sia) è l’obiettivo di ogni attaccante. Per farlo è caduto il vincolo di tempo, tanto caro a Douhet, anzi la caratteristica di oggi sembra proprio quella della distruzione di massa “al rallentatore”. La disseminazione sul terreno di milioni di mine antiuomo e di proiettili inesplosi, la larghissima diffusione di armi leggere hanno fatto da comburente alla strage “diluita”: il risultato è quasi lo stesso e senza l’uso di costosi e pericolosi strumenti di distruzione di massa chimici, batteriologici o nucleari.

La vera crisi umanitaria

L’anatomia dei conflitti che stanno alla base delle maggiori stragi contemporanee è estremamente complessa. L’affermarsi – come parti in conflitto – di agenti tutt’altro che definiti, il più delle volte non statali e non identificabili in senso diplomatico classico, assieme alla somma di interessi economici e strategici esterni, variabili nel breve volgere di tempo, hanno reso ogni evento bellico un caso a sé stante. Nella storia – che si fa giorno per giorno – di ogni singola guerra o insurrezione si fatica davvero a individuarne gli attori e soprattutto i “registi”, tanto che alle opinioni pubbliche si preferisce non spiegare e rimandare a grosse semplificazioni a uso – purtroppo – più di politica spicciola, che della verità dei fatti.

In ogni conflitto degli ultimi sessant’anni, le popolazioni civili sono state le vere protagoniste. Come obiettivo dell’attacco diretto pseudo-douhettianio e come “nuovo” agente bellico. 

L’inevitabile crisi umanitaria scatenata dalla guerra è un formidabile strumento di pressione economica e morale; talvolta viene architettata per destabilizzare e coinvolgere gli Stati vicini in un conflitto, ma ancor più spesso per coinvolgere (e sconvolgere) l’opinione pubblica mondiale.

A partire dalle guerre successive alla decolonizzazione in Africa e in Asia, i mass media, e in particolare la televisione, non hanno potuto far altro che rilanciare e amplificare le immagini sempre più agghiaccianti di popolazioni stremate dalla guerra e dalla privazione di risorse. È una sorta di operazione bellica non (propriamente) armata, la cui abile gestione può incidere sul risultato finale più delle vere battaglie. Gioca a favore di questi “artefici” il fatto che ogni conflitto, per piccolo e marginale che sia, nella sua complessità non si addica ai tempi ristretti dei telegiornali e dalla semplificazione “buoni” contro “cattivi” c’è chi guadagna sempre.

La naturale spinta solidaristica che muove le coscienze di molti (se non di tutti) è la prima vittima di questo nuovo modo di “integrare” la guerra in senso stretto. Purtroppo da molto tempo in Occidente (e non solo) si è scoperto che l’umanitario è una fantastica fucina di affari. L’ultimo libro di Linda Polman è per molti versi agghiacciante quanto veritiero. Ma non c’è solo il business, c’è il continuo confronto o – meglio – lo scontro tra le diverse cancellerie e le loro volontà di perseguire i propri obiettivi diplomatici. Non è raro sentir parlare dell’umanitario come “terza gamba” della politica estera: dove non si riesce a “mostrar bandiera” con la diplomazia o con la presenza militare, si può sempre farlo con qualche “buon samaritano” più o meno consapevole.

L’uso dell’umanitario per questi scopi spiega l’enorme quantità di enti che vi sono quotidianamente coinvolti. Tra le organizzazioni in buona fede che vengono veicolate in modo raffinato e le più numerose Ong embedded l’offerta – come si suol dire – è vastissima. A sua volta l’uso dell’umanitario per scopi meramente economici spiega il perché dei vincoli previsti dai vari bandi, che obbligano a far rientrare nel Paese donatore una percentuale (di solito molto alta) di quanto messo a disposizione per l’attività umanitaria. L’aneddotica in proposito si spreca: dalle piccole cose, come le Ong britanniche che guidano fuoristrada di quel Paese fino alle grosse commesse chiavi in mano da affidare ad appaltatori “suggeriti”. Le dimensioni dello scandalo sono tali da farne una specie di dato di fatto acquisito. Uno status quo cui nessuno – sembra – si possa sottrarre.

Terzi in guerra

Un intervento umanitario autonomo in zona di guerra, cioè che non rientri in qualche maniera sotto la direzione di questo o quel portatore di interessi nel conflitto, deve valutare amici, nemici e “falsi-amici”. Veicolare l’azione umanitaria per scopi diversi è una delle attività della guerra. 

Le possibilità sono molte, dalle più esplicite e immediate a quelle di lunghissimo periodo. Ci sono le direttive degli eserciti occidentali, che stabiliscono la pratica del CiMiC, la cosiddetta “cooperazione civile-militare” (ma sarebbe più chiaro se si scrivesse “militare-civile”). I militari possono offrire molto, dal prestare qualche camion per la distribuzione di un po’ di cibo, alla stesura di veri e propri piani d’azione integrati. Ma la strumentalizzazione può avvenire anche senza formalismi o burocrazia: il signore della guerra e il maggiorente politico locale possono trovare sempre il modo di guadagnare con la distribuzione degli aiuti. Costantemente presenti sono poi gli interessi particolari, le élites dei Paesi in guerra vivono degli aiuti: corruzione, mafie, monopoli, mercato nero e azioni corporative di categorie professionali sono gli strumenti affinché pochi privilegiati se ne possano spartire la fetta più grossa.

Per proteggere la propria azione dai rischi, sia da quelli diretti sul campo sia – soprattutto – di veder naufragare anche l’ultima speranza umanitaria, si deve essere ciò che si dice di essere. Portatori di un progetto dagli obiettivi trasparenti, gestito professionalmente e in un tempo ragionevole. Ma, soprattutto, dichiarare da subito la propria uguale vicinanza a tutte le parti in conflitto. Non si tratta di una formale e acritica professione di “neutralità”: frapporre la stessa (fredda) distanza con tutti diventa uno strumento vuoto, quando per mantenere fede a questa immagine si scende a patti sempre più degradanti. Essere “terzi” in guerra, infatti, non può prescindere dal rifiuto delle armi in ogni loro forma e soprattutto dalla condivisione e dalla pratica dei diritti fondamentali dell’uomo nel loro complesso. Appellarsi genericamente a regole superiori non serve, ovunque il diritto internazionale (umanitario e non) è quotidianamente ignorato e serve semmai dopo, per imbastire i processi ai vinti. 

La crisi nella quale si dibatte lo sforzo umanitario mondiale non può e non deve essere considerata un dato di fatto acquisito o – peggio – un alibi. Può darsi che la terzietà in guerra non esista, ma esiste un ragionevole grado di coerenza nella propria azione che induce le altre parti presenti a comportarsi in maniera conseguente.

 

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