CHIAVE D’ACCESSO

Il web sotto attacco

Nelle stanze del potere si sta giocando una silenziosa partita a colpi di grimaldelli giuridici per porre “sotto tutela” il web.
Alessandro Marescotti (a.marescotti@peacelink.it)

Da tempo internet è oggetto di insistenti attenzioni. Ad esempio, tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001, con una proposta di legge, si dispiegò in Italia un’insidiosa offensiva per imporre a tutti i siti internet l’obbligo di registrazione come testata giornalistica. In tal modo si sarebbe estesa alla rete la legge sulla stampa, con l’obbligo di designazione di un direttore responsabile del sito, che avrebbe dovuto vigilare preventivamente su qualunque contenuto fosse stato pubblicato. PeaceLink lanciò allora un “appello per la libertà di espressione, di comunicazione e di informazione in rete” (cfr. http://web.peacelink.it/censura). Il tentativo fu bloccato.

Ma perché tentano questo? Perché gli obblighi di controllo preventivo di un direttore responsabile portano inevitabilmente a “silenziare” il web quando sono in discussione argomenti scomodi o scottanti. Infatti, se il direttore responsabile deve rispondere penalmente e civilmente di tutto ciò che appare sul sito web, spesso dinamico e aggiornato “in tempo reale”, allora è ovvio che verrà caricato di tali e tante responsabilità che il sito diventerà sempre più “ingessato” e chiuso alla collaborazione degli utenti. 

Per fortuna il D.lgs. 70/2003, che recepisce la direttiva europea 31/2000, ha fatto chiarezza stabilendo una “assenza dell’obbligo generale di sorveglianza” per i “fornitori di servizi internet” (un fornitore di servizi ha il compito di “fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei suoi servizi”. La direttiva europea recepita prevede la rimozione di contenuti dannosi ma non il loro preventivo controllo, facendo chiarezza su un punto oggetto di controversie, nda).

Tuttavia i tentativi di introdurre controlli preventivi sulla rete continuano.

Lo scorso anno era scattato un allarme in quanto il Ddl sulla sicurezza prevedeva l’oscuramento per mano del ministero degli Interni dei siti web che istigavano a “disobbedire alle leggi”. L’idea era stata del parlamentare Udc Giampietro D’Alia. Praticamente questa norma avrebbe potenzialmente comportato l’oscuramento – da parte del governo – del sito per la Campagna di obiezione di coscienza alle spese militari. Tentativo bloccato. Poi il Ddl sulle intercettazioni telefoniche prevedeva per i siti web un obbligo di rettifica entro 48 ore, pena una multa di 13 mila euro. Tutto ciò non è passato in quanto il Ddl si è arenato fra le polemiche. Ma i colpi di coda non sono finiti qui.

Il più recente tentativo di “colpo di mano” è quello del governo che, con uno schema di decreto legislativo, nel febbraio 2010 ha tentato di imporre delle norme di controllo ai siti web che trasmettono filmati, equiparandoli alle “televisioni”. 

Il testo aveva destato allarme in quanto sottoponeva l’attività di trasmissione di contenuti audiovisivi via internet a un regime di obblighi analoghi a quelli vigenti per il sistema radiotelevisivo. Lo schema del decreto legislativo sembrava andare oltre i limiti stabiliti dal Parlamento nella propria delega, finalizzata unicamente al recepimento della direttiva 2007/65/CE (disposizioni concernenti l’esercizio delle attività televisive). Non proprio in linea con le disposizioni della direttiva, il testo del governo caricava infatti i gestori dei siti web di potenziali obblighi di controllo preventivi sui contenuti da trasmettere, tipici delle TV.

Per fortuna l’occhio attento del “popolo di internet” ha sbirciato in tempo i lavori parlamentari sollevando forti proteste. Mentre stiamo scrivendo la partita è ancora aperta. Anche se sembrano ridimensionate alcune delle norme più ambigue e pericolose per la libertà di comunicazione sulla rete, permangono ancora molte perplessità.

Nelle stanze del potere si sta giocando una silenziosa partita a colpi di grimaldelli giuridici per porre “sotto tutela” il web. Sta a noi vigilare, documentarci e mobilitarci per difendere i diritti di comunicazione digitale dei cittadini.

 

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