COOPERAZIONE

Sulla pelle degli ultimi

Numeri e note su un capitolo di spesa, la cooperazione, che in Italia è tuttora marginale e non supportato da adeguate valutazioni politiche.
Nicoletta Dentico

Che la politica italiana di cooperazione allo sviluppo sia una vicenda di nessuna gloria per il nostro Paese è fatto risaputo da tempo. Un incaglio contro cui si è talora infranta e indebolita la stessa comunità delle Organizzazioni Non Governative nostrane. L’Italia non ha mai avuto una visione particolarmente lungimirante in materia, malgrado la normativa sulla cooperazione allo sviluppo 49/87 individuasse in questa attività una “parte integrante della politica estera italiana”. Inoltre, la storia di questo capitolo della politica nazionale è stata spesso segnata da pagine controverse e per nulla edificanti, all’insegna delle solite corruttele nazionali, insomma di un business cinicamente perpetrato sulla pelle degli ultimi. 

A fronte di vecchi strumenti – una legge che risale appunto ai tempi della guerra fredda – e di un taglio dei fondi talora inesorabile, il contesto si è complicato per diversi motivi. All’indomani del crollo del muro di Berlino, la drammatica deflagrazione balcanica ha fatto esplodere l’impegno della società civile italiana sul piano degli interventi legati alle zone del conflitto, con il moltiplicarsi delle cooperazioni territoriali e degli attori in campo. L’affermarsi della globalizzazione ha progressivamente correlato gli aiuti allo sviluppo con tutte le altre politiche nazionali di un Paese – commercio, migrazione, investimenti, politiche climatiche, sicurezza, innovazione e tecnologie. Infine, l’impegno assunto all’unanimità dalla comunità internazionale nel 2000 di “sconfiggere la povertà entro il 2015” attraverso la definizione di Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) inchioda tutti i governi, soprattutto i Paesi ricchi, alla responsabilità di azioni politiche credibili, e misurabili, nella cornice temporale data.

Gli ostacoli

L’azione di governo è stata percorsa invece – salvo aneddotiche sortite funzionali alla visibilità internazionale dell’Italia e la breve gestione del viceministro Patrizia Sentinelli – da una coerente apatia rispetto alla funzionalità della struttura operativa e all’esistenza o meno di un dibattito politico che, necessariamente, accompagna altrove la valenza delle azioni di cooperazione nazionale. La struttura preposta alla realizzazione delle scelte di cooperazione allo sviluppo presso il Ministero Affari Esteri è allo sbando, stretta nella scarsità di fondi e nella confusione crescente dei ruoli fra Ministero delle Finanze (che gestisce ormai l’85% dei fondi), Ministero dell’Ambiente e Protezione Civile: attori che si muovono senza raccordo. 

Già nel 2004, il processo di valutazione sulle politiche degli aiuti (peer review) commissionata in seno ai Paesi OCSE dal Development Assistance Committee (DAC) – l’organo principale dell’OCSE in materia di cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo – esortava l’Italia ad attivarsi, con la proposta di tredici riforme da completare entro il 2009, per conseguire la coerenza delle politiche per lo sviluppo come un obiettivo esplicito del Governo, e per identificare e modificare le politiche incoerenti con gli obiettivi dello sviluppo. Del resto l’Italia era l’ottavo Paese donatore sui 23 del DAC nel 2008, anche se diciannovesimo in termini relativi, a conferma del suo ruolo primario per lo sviluppo globale. Va anche sottolineato che la posizione geografica dell’Italia e il suo sviluppo economico, assieme alle implicazioni del suo invecchiamento demografico, hanno fatto del nostro Paese una destinazione primaria per i migranti dai Paesi in Via di Sviluppo (PVS). Un’attenzione credibile, e magari una politica di integrazione estesa a questi Paesi, non sarebbe tanto un atto di solidarietà, quanto piuttosto una inesauribile opportunità per il miglioramento delle capacità del nostro Paese. 

Bocciati!?

Dunque? Dunque la nuova peer review presentata pubblicamente a Roma lo scorso febbraio dal presidente del DAC Eckhard Deutcher boccia la progressiva marginalizzazione della Cooperazione allo Sviluppo nelle scelte governative italiane. Allunga a diciannove la lista delle raccomandazioni e identifica quattro aree essenziali di lavoro, per poter restituire credibilità all’Italia sul palcoscenico internazionale: necessità di una nuova legge; adeguamento delle risorse finanziarie agli impegni presi a livello internazionale; attenzione alla coerenza delle politiche; monitoraggio e valutazione degli interventi. La analisi della peer review trova peraltro conferma nell’Indice dell’Impegno per lo Sviluppo (Commitment to Development Index, CDI), redatto ogni anno dal Center for Global Development di Washington. Esso classifica i 22 Paesi più ricchi del mondo in base all’impegno nell’attuazione di politiche a beneficio delle nazioni povere, in sette importanti aree di intervento per i Paesi in Via di Sviluppo: aiuti, commercio, investimenti, migrazione, ambiente, sicurezza e tecnologia. Nel 2009, l’Italia si è classificata al 18° posto. 

In queste condizioni, parlare di restituzione della credibilità italiana appare un esercizio di retorica. La prospettiva di una ripresa della discussione sulla legge è lontana anni luce. Solo in termini monetari – spesso il linguaggio più eloquente a suffragare un interesse politico – la legge finanziaria 2010 ha tagliato i fondi della cooperazione del 56% rispetto a quanto previsto dalla manovra del 2008. Disponibili sono solo 326 milioni di euro (una amputazione di oltre 400 milioni per il secondo anno di fila), in termini reali il valore più basso almeno negli ultimi 13 anni. Di questi, 123 sono impegnati per iniziative deliberate e 30 milioni per le spese di funzionamento. La cosa più interessante è che questa cifra risulta ormai eguagliata o addirittura superata da quanto gli italiani donano spontaneamente ogni anno per contrastare la povertà nel mondo. Lo dicono le stime di Oxfam International e Ucodep: già dal 2007 i privati donano circa 330 milioni di euro l’anno per finanziare aiuti umanitari, cooperazione internazionale, tutela dei minori, promozione dei diritti umani. Viene da supporre che il Governo intenda delegare alla generosità dei privati cittadini il compito di rappresentare il profilo dell’Italia su questo versante. Del resto l’attuale maggioranza non ha fatto nulla per adeguarsi agli standard internazionali, o per dare segnali in controtendenza. La delega alla cooperazione è appannaggio del Ministro Franco Frattini, talmente indifferente al tema da non aver mai neppure una volta incontrato la delegazione DAC incaricata del peer review!

Un dovere di restituzione

Riducendo gli aiuti, l’Italia mette a dura prova gli obiettivi comuni fissati a livello comunitario. Per il 2010 l’Unione Europea dei 15 si era impegnata allo 0,56% del PIL dedicato alla cooperazione. Una manciata di Paesi hanno anche superato questa soglia, Italia e Grecia sono ridicolmente indietro: Roma non supererà lo 0,19% quest’anno (avrebbe dovuto arrivare alla soglia dello 0,42%). Davvero un pessimo debutto, nel momento in cui la UE è chiamata all’introduzione del Trattato di Lisbona e della politica estera comune. Per non parlare dell’impegno fissato in ambito ONU di assicurare lo 0,7% del Pil allo sviluppo entro il 2015 (lo 0,51% entro il 2010). 

A pochi mesi dal Vertice mondiale che riunirà a New York, dopo dieci anni, i leader del pianeta per fare il punto sugli Obiettivi del Millennio fioccano i rapporti della società civile – l’articolato studio del Coordinamento Italiano Network Internazionali (CINI), il succinto documento del consorzio italiano Link 2007 – in una sequenza da emergenza, si potrebbe dire. 

La cooperazione è un dovere di solidarietà e di responsabilità nei confronti delle popolazioni più disagiate. A voler essere onesti fino in fondo, sappiamo che dovremmo smettere di chiamarla cooperazione. Si tratta più che altro di un esercizio di restituzione rispetto alle molte risorse – materie prime e capitale umano – storicamente sottratte ai molti Paesi impoveriti, più che poveri. 

Per questo il cinismo dell’azzeramento e dell’indifferenza ha ancor più le sembianze dell’inciviltà. 

 

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