PACE

Prigionieri di questa Europa?

Riflessioni dopo la nostra intervista a Romano Prodi.
C’è un posto per la pace nella costruzione europea?
E a chi potrà rivolgersi in politica il popolo della pace?
Santo Vicari

Le risposte del presidente Prodi all’intervista di Giancarla Codrignani, pubblicata sul precedente numero di Mosaico di Pace, mi hanno riportato a un particolare episodio della marcia della Pace, tenutasi lo scorso settembre da Perugia ad Assisi. Mi trovavo alla partenza e una voce annunciava al megafono i nomi importanti dello schieramento politico del presidente che sottoscrivevano la petizione per inserire l’art. 11 della nostra Costituzione nella futura Carta costituzionale europea. Sapevo che le possibilità che la petizione venisse presa in considerazione in una fase così avanzata del negoziato erano nulle e sapevo anche che, se mai il nuovo trattato fosse nato dalla conferenza intergovernativa, quegli stessi politici non avrebbero esitato a votare in Parlamento per la ratifica del testo privo dell’emendamento.

Un’impronta neoliberista
Nell’intervista il Presidente ce ne ha dato conferma e ci ha spiegato anche il perché. La sua Europa non é esattamente quella che vorrebbe, ma é quella che i grandi delle nazioni riescono a costruire con intese comuni. Implicitamente ci viene detto che queste intese, almeno in politica estera, non sono per niente ispirate al ripudio della guerra. Il principio comune su cui si sta costruendo l’Europa, da quasi vent’anni a questa parte, é quello di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza.
L’esperienza da Maastricht a oggi ci dice che le intese comuni che si raggiungono sono quelle necessarie alle oligarchie economiche per completare la costruzione del sistema neo-liberista. Per quanto attiene ai valori dell’uguaglianza, della solidarietà, della pace...., si riesce a strappare qualcosa solo a livello di dichiarazioni di principio, senza che vengano dati i relativi mandati all’esecutivo, ovvero senza quelle gambe politiche necessarie ad attuare delle serie politiche. Così è della pace che, secondo il nostro Presidente, sarebbe “imposta” dalla Carta dei diritti fondamentali, inclusa nel progetto di nuovo trattato.
Il Presidente parla del preambolo della Carta che comincia con questa dichiarazione: “I popoli dell’Europa nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni”. È evidente il riferimento alla pace fra i soli popoli euro pei fondato sui valori comuni a questi popoli mentre l’articolo 11 della nostra Costituzione fa, evidentemente, riferimento alle relazioni con i popoli di tutto il pianeta. L’art. 3.1 del progetto di trattato chiarisce che “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli e il successivo art. 4.1 precisa che “Nelle relazioni con il resto del mondo l’Unione afferma e promuove i suoi valori e interessi. Contribuisce alla pace, alla sicurezza,...”. Sembra, quindi, che la pace venga collocata in secondo luogo, dopo avere affermato i propri valori e interessi.
Il presidente ha però ragione nell’attribuire grande importanza a questa dichiarazione del preambolo, ed è un’importanza tutta speciale per l’Italia. Infatti, poiché il diritto internazionale prevale su quello nazionale, è da cinquant’anni che i trattati comunitari apportano modifiche alla nostra Costituzione, nel silenzio generale, senza che queste vengano introdotte nel testo. Diversi Stati europei hanno preso particolari misure di garanzia democratica per tutelarsi da questo effetto. Alcuni Paesi hanno istituito il referendum cui sottoporre la ratifica dei trattati comunitari. Altri, come Francia e Spagna, hanno previsto delle procedure per la verifica della compatibilità dei trattati con la loro Costituzione prima della firma degli stessi. In Italia, benché le modifiche della Costituzione richiedano la maggioranza assoluta e il doppio voto delle camere e prevedano la possibilità per 500 mila cittadini di richiedere un referendum entro tre mesi dalla pubblicazione delle leggi di revisione costituzionale, la ratifica dei trattati viene decisa con una semplice legge di ratifica del Parlamento.

Una pericolosa forzatura
Finora, questa procedura é stata giustificata grazie alla seconda parte del nostro articolo 11 – creato a suo tempo per assicurare la partecipazione dell’Italia alle Nazioni Unite – che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
La forzatura è notevole. Se ai tempi della Comunità del Carbone e dell’Acciaio era comprensibile vedere quel trattato come una necessità per garantire la pace fra i Paesi europei, é molto più difficile giustificare come tale l’opzione ideologica di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza fatta a Maastricht o il patto di stabilità. La prima frase del preambolo della Carta aiuterebbe l’Italia a uscire da questa contraddizione. Una volta fissato sulla Carta costituzionale europea che i popoli dell’Europa hanno deciso di condividere un futuro di pace nel fondare l’Unione, ecco conclamato che tutto ciò che viene deciso in ambito comunitario può essere considerato come una scelta di pace e quindi automaticamente autorizzato dalla nostra Costituzione grazie all’articolo 11.
Una volta ratificato il trattato per la nuova Costituzione europea, l’attuale diritto comunitario riceverebbe una conferma solenne alla quale sarebbe poi ovvio far seguire l’adeguamento della nostra Costituzione. Ad esempio, si potrà legittimamente procedere alla modifica degli articoli 1 e 4 della nostra Costituzione. L’Italia, anziché una repubblica democratica fondata sul lavoro, sarebbe fondata su un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza (nei fatti, grazie ai trattati comunitari lo é già). Anziché riconoscere a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, la Repubblica si dovrebbe limitare (per non contravvenire alle regole della concorrenza) a garantire la libertà di lavorare o di cercare un lavoro (art. II-15 della Carta costituzionale europea) e ad assicurare il diritto di accedere a un servizio di collocamento gratuito (art. II-29 della Carta) e l’accesso alla formazione professionale continua.
Non si tratta che di un esempio, ma le modifiche ai principi e ai diritti fondamentali garantiti dalla prima parte della nostra Costituzione sarebbero numerose e radicali. Non è il caso qui di discutere quanto queste modifiche siano condivisibili. Ciò che mi sembra irrinunciabile è che scelte così importanti, che riguardano i fondamenti della società in cui viviamo, vengano effettuate quasi di nascosto evitando di informare ampiamente il cittadino e senza un ampio dibattito nel Paese. Se le cose stanno così, allora è la pratica della democrazia a essere in pericolo. Se queste revisioni costituzionali si fanno in sordina, allora il problema dell’attuale deficit democratico non è dovuto all’indifferenza del cittadino, ma alla sua mancata informazione.

In balia dei più forti?
Supponiamo per un attimo che venga dato ampio spazio a questa informazione, che il dibattito abbia luogo e che la maggioranza dei cittadini si manifesti contraria ad abbandonare gli attuali principi fondanti della nostra Costituzione a favore di quelli europei. Logica e coerenza richiederebbero di votare contro l’eventuale ratifica del progetto costituzionale, qualora una nuova conferenza dei capi di governo lo approvasse. Lo stesso presidente Prodi ci direbbe, e a ragione, che una tale soluzione sarebbe catastrofica perché l’Europa dei neo liberisti resterebbe senza regole e quindi in balia dei poteri forti (le regole servono sempre a proteggere i più deboli dalle prevaricazioni dei più forti). Saremmo quindi costretti a votare, a prescindere dai nostri convincimenti, per questa Europa rinunciando alla nostra Costituzione.
Ma allora, signor Presidente, non abbiamo scelta. Siamo prigionieri di questa sua Europa che ormai è andata troppo avanti senza che ci siamo resi conto di dove ci portava. A forza di accontentarsi solo delle intese comuni, siamo arrivati ad avere come priorità assolute mercato e crescita economica. L’Europa basata sulla dignità del lavoro, sulla democrazia vera, su una giusta ripartizione della ricchezza e sulla pace, invece, non trova abbastanza consensi. Così, in alcuni comincia anche a farsi strada il dubbio legittimo che l’intesa non si trova perché i due obiettivi non sono interamente compatibili.
È quindi probabile, signor Presidente, che alle prossime elezioni europee lei si troverà leader di molti loro malgrado. O, se preferisce, sarà leader di tanti prigionieri costretti a ripetersi con insistenza che qualcuno a Bruxelles, che strappa una timida frase a favore della pace o della solidarietà, è meglio di niente. Quanto potrà durare, signor presidente, tutto ciò? Per recuperare la democrazia e costruire fattivamente un futuro sostenibile e di pace, molti di questi prigionieri saranno inevitabilmente costretti a guardare altrove alla ricerca di altri leaders.

Note

Già funzionario, amministratore principale della Commissione Europea

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