TESTIMONI

Sogni di libertà

Marcos Ana: racconto un pellegrinaggio nelle bolge della cattiveria del regime franchista.
Francesco Comina

Marcos Ana meriterebbe il Nobel per la Pace. È molto strano che l’Accademia di Svezia non ci abbia fatto ancora i conti seriamente. Ci sperava Pablo Neruda, quando era in vita abbracciando l’eroe spagnolo durante una visita cilena subito dopo la liberazione; ci ha pensato Picasso, quando si diede da fare con lui per liberare i prigionieri politici spagnoli e ci contavano le moltitudini di cittadini nell’America Latina e nella Spagna liberata, quando correvano a incontrare il loro Mandela. 

Ditemi com’è un albero

Marcos Ana è il poeta che ha raccontato al mondo la brutalità delle carceri franchiste, l’orrore delle celle di tortura, la roulette russa delle condanne a morte da cui è scampato miracolosamente almeno due volte: “Due volte venne la morte, / e due volte si dimostrò pentita. / Dicono che andò via offesa / perché non poté farmi abbassare la fronte. / Per questo mi lasciò la vita!”. 

Per lunghi 23 anni ha vissuto nei sotterranei della vita e della storia, deambulando da un carcere a un altro, di squallore in squallore, di violenza in violenza, fra la fame e il freddo, la sete e il terrore. 

Gli hanno tolto la vita, gli hanno sequestrato il sole, gli hanno rubato l’amore: “Ditemi com’è un albero. / Ditemi il canto del fiume / quando si copre di uccelli. / Parlatemi del mare. Parlatemi / del vasto odore della campagna. / Delle stelle. Dell’aria. / Recitatemi un orizzonte / senza serratura né chiavi /come la capanna di un povero. / Ditemi com’è il bacio / di una donna. Datemi il nome / dell’amore: non lo ricordo”...

Leggere la sua storia, da poco uscita anche in italiano, Ditemi com’è un albero. Memoria della prigione e della vita (Crocetti editore) è come penetrare nei recessi più scandalosi della brutalità umana, è come fare il cammino del prigioniero, sentirlo compagno nell’inferno della spietatezza e del crimine fascista. Era ovvio che un regista di fama mondiale come Pedro Almodovar ci avrebbe fatto un film. Lo ha annunciato quest’anno: “Con la mia casa di produzione El Deseo – ha detto il regista premio Oscar – abbiamo acquistato i diritti d’autore del libro di Ana. È la storia di un uomo giusto che crede nella riconciliazione e nella pace”. 

Nella prefazione il premio Nobel per la Letteratura Josè Saramago scrive: “Questo libro è una lezione di umanità (…) Marcos Ana esamina e descrive, con un bisturi sottile e uno stile sicuro delle sue risorse, la vita del carcere, i suoi eroismi e le sue disfatte, la solidarietà trasformata in istinto, il coraggio come modus vivendi, senza i quali non sarebbe stato possibile sopravvivere all’inferno dei giorni e delle notti, alla paura delle albe che portavano morte, alla lunga attesa di una libertà che per molti non arrivò mai”.

I sommersi e i sopravvissuti 

Marcos è un sopravvissuto. Molti sono stati sommersi. Il fascismo spagnolo ne uccise a centinaia, a migliaia. Torturò con ferocia. Spezzò le gambe della libertà a una generazione di giovani che credevano in un mondo diverso, che pensavano a una Spagna sorella e non fratricida. Ma le dittature hanno insanguinato la terra. 

Ana è la voce di tutti, è la vita che ha ripreso a cantare il canto spezzato con i fucili, annegato nella disperazione, strozzato dalla fame. Marcos ricorda quel canto in saluto degli amici convocati per l’ora della morte, urlato con coraggio sul sentiero del supplizio: “Addio, miei grandi amici, addio / mai dimenticherò la grandezza della vostra amicizia / Io non so quel che sarò né che farò / ma il mio motto sarà sempre l’imparare / un mondo nuovo pieno di felicità / Addio miei grandi amici, addio, / mai dimenticherò la grandezza della vostra amicizia”. 

Il precipizio inizia nel 1939, quando Marcos viene catturato dai fascisti nel porto di Alicante. Dopo un tentativo di fuga finito male, entra nel buio di quei ventitré anni di prigione. Gli unici bagni di luce durano poco. Sono i trasferimenti da un carcere all’altro. Sempre più brutali, sempre più accecanti. Un lunghissimo venerdì di passione, con la croce addosso, sulla linea di confine fra vita e morte, pensando alla Pasqua di liberazione. In quei momenti solo un dio poteva salvarti. E il suo dio si chiamava poesia. Ana ha scritto meravigliosi canti, imparati a memoria dai detenuti. La parole hanno il privilegio di non poter essere arrestate e torturate. Si liberano nel vento. Scappano dalle sbarre, confortano le vite dei condannati e escono all’aria aperta dove uomini e donne piene di passione le raccolgono e le trascrivono. Questo dio della poesia lo ha fatto diventare famoso in tutto il mondo mentre egli era ancora incarcerato. I suoi poemi arrivavano dappertutto, venivano letti nei comizi a favore della Spagna libera. Neruda, Picasso, Rafael Alberti, li promuovevano con edizioni critiche. E Marcos scriveva la sua “autobiografia”: “Il mio peccato è terribile / volli colmare di stelle / il cuore dell’uomo. / Per questo qui tra le sbarre, / in ventidue inverni / ho perso le mie primavere. / Prigioniero dall’infanzia / e condannato a morte, / i miei occhi stanno prosciugando / la loro luce contro le pietre. / Ma non c’è ombra d’arcangelo / vendicatore nelle mie vene: / Spagna è il solo grido / del mio dolore che sogna”. 

Marcos uscì di prigione nel l961. Aveva 41 anni. Dovette subito fuggire in Francia dove lo accolse l’omaggio dell’Unesco. Ana ricorda il passaggio dal non essere all’essere “Quando riacquistai la libertà, la cosa più tremenda fu l’impatto con la vita. Molte volte, la gente mi domanda quale sia stata la cosa più dura per me: i ventitré anni di prigione, le condanne a morte, la tortura, la separazione dalla mia famiglia... Io devo e do sempre la più inattesa delle risposte: la cosa più difficile è stata la libertà”. 

Il racconto di Ana, però, non è soltanto un pellegrinaggio nelle bolge della cattiveria del regime franchista. È anche un sorprendente manifesto d’amore per l’uomo. Ci sono pagine di una bellezza commovente, riflessioni di un uomo di pace purissimo. A margine di un episodio di sadismo allucinante, il poeta militante annota: “La vendetta non è un ideale politico, né un fine rivoluzionario. Io desidero il trionfo della democrazia per farla finita con l’odio e con il fratricidio, perché tutti noi cittadini spagnoli possiamo vivere in pace, concordare o discordare nella difesa delle nostre idee senza doverci scannare a vicenda”.

Dal 1961 Marcos ha avuto il privilegio di girare il mondo, recuperando gli anni perduti con una intensità di vita invidiabile. Venne anche in Italia grazie all’interesse di Giorgio La Pira e Pietro Nenni. Fu invitato a Cuba, ricevuto dal Che, fu accolto da moltitudini di brasiliani a San Paolo, venne omaggiato da Salvador Allende in Cile, fu accolto in Argentina. 

A 87 anni si è deciso a scrivere il libro che Almodovar porterà sul grande schermo. È un’opera che merita di finire in ogni libreria del mondo, in ogni biblioteca scolastica. Marcos Ana è la voce di tutti i prigionieri politici a cui è negato urlare con tutta la dignità: “Viva la libertà!”.

 

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Ponti
SETTEMBRE 2019

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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