Al di là del muro

Più che centri di accoglienza sembrano lager: una fotografia dei Centri di Identificazione ed espulsione, in un rapporto di Medici senza Frontiere.
Cristina Mattiello

“Al di là del muro” è il significativo titolo del secondo rapporto di Medici Senza Frontiere su CIE (Centri di Identificazione e Espulsione). Un titolo che racconta di un’incredibile separazione, di una sospensione della normalità e dei diritti in “spazi chiusi a osservatori esterni”, dove persone che spesso hanno a loro carico solo irregolarità amministrative – la mancanza di un documento burocratico – vengono rinchiuse senza processo e trattenute, in condizioni fisiche e psicologiche durissime, per un periodo che può anche arrivare anche a 6 mesi. 

È difficile avere notizie e contatti, non essendo chiaro il quadro normativo delle garanzie, in nessun campo. Il velo del silenzio sulla grande stampa e sui media è rotto solo dalle crisi violente, dai disperati tentativi di cambiare una situazione insostenibile: scioperi della fame, tentativi di rivolta, suicidi. Per il resto, meno se ne parla meglio è, e se si nominano si usa l’eufemistica definizione di “Centri di accoglienza” o di “identificazione”. Solo le reti solidali, da cui sono venute spesso notizie di abusi e violenze,  perseverano nel tentativo di mantenere i contatti e far filtrare informazioni.

Un drammatico censimento

La voce autorevole di Medici senza Frontiere, un rapporto circostanziato basato su visite a 21 centri in 8 mesi, è quindi preziosa, anche perché in parte conferma il Rapporto De Mistura del 2006, commissionato dallo stesso Ministero dell’Interno. Innanzi tutto, viene rilevato che “gli operatori di MSF si sono trovati di fronte a un atteggiamento ostile da parte dei gestori, incontrando difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere in determinate aree”. A Bari e a Lampedusa è stato decisamente negato l’ingresso. Gravissime carenze ovunque: “I servizi erogati, in generale, sembrano essere concepiti nell’ottica di soddisfare a malapena i bisogni primari, tralasciando le molteplici istanze che possono contribuire a determinare una condizione accettabile di benessere psicofisico. Molti i dubbi (...): su tutti, la scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine. Stupisce, inoltre, l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche. Mancano soprattutto nei CIE, come ad esempio in quello di Torino, i mediatori culturali senza i quali si crea spesso incomunicabilità tra il medico e il paziente. Sconcerta in generale l’assenza delle autorità sanitarie locali e nazionali. Problemi gravi in vari Cie, ad esempio a Roma, dove mancavano persino beni di prima necessità come coperte, vestiti, carta igienica, o impianti di riscaldamento consoni. Rilevati nei CARA servizi di accoglienza inadeguati. Il caso dei centri di Foggia e Crotone ne è un esempio: 12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti diverse centinaia di metri dai servizi e dalle altre strutture del centro. Negli stessi centri l’assenza di una mensa obbligava centinaia di persone a consumare i pasti giornalieri sui letti o a terra”. Dei centri di Trapani e Lamezia Terme MSF chiede la “chiusura immediata” “perché totalmente inadeguati a trattenere persone in termini di vivibilità”.

Fortress Europe, un “Osservatorio sulle sulle vittime dell’emigrazione” ha raccolto nei CIE molte storie, scoprendo che anche il cliché del “clandestino” appena sbarcato è del tutto inattendibile. Molti dei reclusi –  a Ponte Galeria, vicino Roma circa un terzo – sono in Italia da molto tempo, anche vent’anni, e spesso hanno una famiglia: avevano avuto in passato il permesso di soggiorno e ora si sono trovati con i termini scaduti e non più un lavoro, quindi impossibilitati a rinnovarlo. C’è chi è stato fermato mentre faceva la fila alla posta per tentare la regolarizzazione. Per chi è in questa condizione, l’espulsione significa l’azzeramento di una vita ormai consolidata e la frantumazione dei legami familiari. 

È in questa area che spesso si situano i gesti disperati – c’è chi ha bevuto la candeggina, o lo shampoo, chi ha ingoiato una pila, una lametta, chi si ferisce per ritardare l’allontanamento. Ma a volte l’autolesionismo è solo un grido di dolore. Altissimo l’uso, quando ci sono, di psicofarmaci per alleviare l’angoscia. Ci sono anche, come stava per avvenire nel caso napoletano che ha visto protagonista Alex Zanotelli, minorenni, che non potrebbero starci, ma non possono dimostrare la loro età, perché non hanno un documento. E ora molte donne, fermate secondo le nuove disposizioni, mentre facevano i massaggi in spiaggia.

Una situazione che davvero imporrebbe a ciò che resta della coscienza democratica di questo Paese una decisa presa di posizione.

 

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