Storie di ordinario degrado

Volti, nomi e racconti di vita vissuta: alle periferie del nostro perbenismo e delle nostre tutelate esistenze, si nascondono le vittime del razzismo.
Dijana Pavlovic

Milano, campo di via Triboniano: fino ai primi mesi del 2007 era uno spazio recintato di 3000 metri quadri senza acqua, luce e gas, con una fontanella esterna e 8 bagni chimici per più di 600 persone. Dopo un incendio che lo rase al suolo, il Comune lo ha sistemato. Adesso va meglio, ci sono meno persone (tanti sono stati espulsi ingiustamente, pur avendo la residenza nel campo e i figli scolarizzati), ci sono servizi igienici e cemento, invece che fango. In cambio le famiglie che hanno ricevuto un container hanno dovuto firmare con il Comune il “patto di legalità”, una legge speciale per “zingari” che ne fa cittadini sottoposti a un doppio regime legale: oltre alla legge ordinaria gli abitanti del campo devono rispettare norme che valgono solo per loro e che, se non rispettate, fanno loro perdere ogni diritto. Tali norme riguardano l’impegno a non delinquere, a non elemosinare e arrivano fino a impedire di svolgere le loro cerimonie come i matrimoni e a non ospitare mai nessuno nel container, neanche per una notte, neanche un parente prossimo, come il padre o la madre. Per chi trasgredisce non c’è la responsabilità individuale ma la “cacciata dal campo” con tutta la famiglia. 

La caccia allo zingaro

Dopo i roghi di Ponticelli, gli sgomberi dei campi nomadi, gli episodi di violenza e intolleranza del 2008, una delegazione delle maggiori associazioni europee, che tutelano i diritti dei Rom, ha visitato le città d’Italia. Li ho accompagnati nel campo di via Triboniano. Perché all’inizio c’era tanta diffidenza da parte dei rom che mi chiedevano se quelle persone con me erano giornalisti?

Ce lo spiegano alcuni uomini:  ci parlano del loro bisogno di farsi sentire, di raccontare le loro storie, la loro vita in questo Paese e dell’informazione che non è mai a loro favore, ma soprattutto ci raccontano quello che gli succede quando vengono riconosciuti come “zingari” dal loro datore di lavoro. Dieci di loro hanno perso il lavoro perché il “padrone” li ha cacciati dopo aver visto in TV un servizio sul campo e li ha riconosciuti. E allora? Allora lavoro nero. Mi raccontano che se sei zingaro ti pagano 4€ all’ora, se sei rumeno 5€, se sei albanese 6€ e così via. Poi c’è il rom, che lavora per una società, che smantella l’amianto che ci dice che non vuole perdere il suo lavoro esponendosi o partecipando a iniziative che raccontino che i rom non solo lavorano ma si prendono anche i lavori più schifosi. Si arriva poi al paradosso dell’uomo che ci fa vedere la sua carta d’identità, rilasciata dal Comune di Milano. C’è scritto: “Residenza: via Barzaghi 16 – campo nomadi”. Come a dire, se fai vedere il tuo documento nessuno ti prende a lavorare. 

Quello che più mi angoscia è quello che una campagna di pregiudizio e odio lascia nelle coscienze, soprattutto in quelle dei giovani.

Qualche mese fa camminavo per strada e ho incontrato una mamma con due bambini, uno domanda: “Mamma, quello con la pelle nera è uno zingaro?”. La mamma non risponde e dice: “Andiamo, dai, cammina!”. Mi passano a fianco, dietro di loro un ragazzo nero. Mi viene di fermarli e dire: “No, io sono zingara e lui è senegalese! Veniamo da due Paesi diversi, abbiamo storie diverse, ma ci trattate tutti e due nello stesso modo!”. Ma non dico niente, anche se la domanda della bambina mi ferisce più delle parole di Borghezio o di Gentilini. 

Il bambino che incontro per strada che fa una domanda razzista è diverso dai figli delle mamme di Ponticelli che hanno partecipato al rogo dei campi rom, dai quattordicenni che picchiano extracomunitari di tutti i colori? Quale sarà il futuro di un Paese che cresce questi figli? E qual è il futuro dei nostri bambini rom che sulla propria pelle subiscono gli orrori prodotti da questa politica? 

Figli poveri, ma vivi

Flora, una mia amica, dopo innumerevoli sgomberi è finita sotto un cavalcavia nel fango, in mezzo ai topi e ai blocchi di cemento che il comune di Milano ha costruito per impedire loro di stabilirsi lì. Nonostante la situazione disperata, Flora sistema questo posto, mette tappeti per terra, pulisce davanti alla piccola tenda, separa la “cucina” con le bombole a gas dal posto dove si dorme, e soprattutto, tutti i giorni attraversa la città per portare 4 figli a scuola. Poi va a chiedere l’elemosina. Qualche ora, per potersi comprare qualcosa da mangiare per pranzo e cena, e poi a prendere i figli a scuola e di nuovo sotto il ponte a cucinare.

Flora sarebbe una di quelle terribili sfruttatrici di bambini che le persone per bene incontrano nelle strade. Certo i bambini devono essere tutelati, protetti, scolarizzati e coccolati, non devono  stare per strada a elemosinare. Le persone per bene dicono “poveri bambini” quando li vedono in metropolitana, poi escono e non ci pensano più: ma perché sono lì veramente, dove dormono, hanno da mangiare? Basta che non li si veda, che non ci ricordino di esistere. Per Flora vale una regola semplice: un bambino che non mangia è un bambino morto, un bambino che va con lei a chiedere l’elemosina è un bambino sfortunato ma vivo e con una minima possibilità di andare a scuola e di avere un futuro, magari migliore del suo. È per quello che lei vive. 

Flora aveva un lavoro, accudiva una signora anziana, ovviamente in nero. Dopo l’omicidio Reggiani è stata licenziata perché rom rumena. Mi permetto una domanda banale: i diritti dei bambini non si proteggono tutelando anche i diritti dei lori genitori? E ancora: chi protegge queste persone dal pregiudizio e dal razzismo che gli distruggono la vita? 

La romnì morta con il figlio nel rogo della baracca a Castelfusano cercava di scaldarsi, così come è morto nel rogo della roulotte il bambino rom nel foggiano o Emil Enea di 13 anni, a Milano, dopo numerosi sgomberi, anche lui bruciato nella sua baracca nel tentativo di riscaldarsi, tutte vittime di un continuo e silenzioso Porrajmos.

Diritti umani per tutti

Dopo l’ennesima tragedia, che colpisce donne e bambini, perché tanta ipocrisia? Alle parole di circostanza non segue nulla che affronti questa disperazione.

Quando sento politici e giornalisti parlare dei bambini rom con pietà e comprensione, sento tutta l’ipocrisia di questa preoccupazione che non varca mai le soglie dei campi nei quali questi bambini sono costretti a vivere. 

La realtà concreta è ancora quella delle condizioni inumane di chi vive nelle baraccopoli, nei boschi, sotto le tende a causa di sgomberi continui che non fanno altro che spostare l’angoscioso problema da un posto all’altro, da un bosco a una discarica. 

Ma i rom, sono solo la punta di un iceberg, emblematici di una situazione che nessuno affronta con soluzioni semplicemente civili, senza scomodare la Carta dei diritti umani. Cosa si fa con gli immigrati, i senza tetto, la popolazione disperata delle nostre periferie?

Questo non è solo il portato di campagne all’insegna di un’insicurezza costruita gridando a un lupo senza denti, ma è il riflesso della paura di una società che scarica sul più debole il proprio malessere, che non affronta un disagio sociale e morale profondo, grande responsabilità che tocca a una politica che rinuncia al compito di educazione civile per seguire gli istinti peggiori in un perverso circuito vizioso: la politica, con il coro condiscendente dei media, alimenta la paura dei cittadini che premiano con il voto questa politica.

Questa nuova Italia, l’Italia della violenza contro gli ultimi, del pregiudizio elevato a verità (gli zingari rubano i bambini), della criminalizzazione della povertà, della giustizia fai da te dovrebbe, invece, far riflettere questa stessa politica e i suoi corifei mediatici  sul lungo decorso della malattia della nostra società e sulle preoccupanti prospettive del suo futuro. 

 

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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