Nemici a prescindere

Le nostre comunità si stanno trasformando in società razziste.
L’ideologia leghista e il bisogno identitario sono basati sull’avversione dell’altro.
Annamaria Rivera (Sociologa)

Ormai non si contano più le ordinanze di amministratori, soprattutto leghisti, che mirano a incoraggiare la delazione ai danni dei migranti, detti clandestini, e a rendere sempre più difficile la vita anche a quelli regolari attraverso misure palesemente discriminatorie, persecutorie, talvolta “solo” grottesche. Come quella del presidente della provincia di Belluno che ha destinato più di un terzo dei fondi per l’integrazione degli immigrati a corsi di vernacolo e storia locale. Ancor più grottesca la più recente trovata leghista, questa volta nella forma di un emendamento a un disegno di legge: test d’italiano per gli stranieri che vogliano aprire un’attività commerciale, divieto delle insegne in lingue che non siano quelle ufficiali europee o i dialetti locali

C’è chi riduce tutto questo a goliardia o folclore, dimenticando che il cammino che condusse ai campi di sterminio, come ha scritto Theodor W. Adorno, si inaugurò con le feste in costume. Né si può minimizzare sostenendo che Lega Nord e Pdl fanno demagogia e alzano il tiro della propaganda solo per guadagnare consenso. Se pure fosse il loro unico scopo, alla lunga la demagogia e la propaganda, orchestrate con il sostegno decisivo dell’apparato mediatico, agiscono come una sorta di pedagogia di massa, incidono nel profondo dell’immaginario e delle coscienze, si trasformano in senso comune, contribuendo a mutare l’antropologia del Paese. 

Pulizia etnica?

Oggi l’asse della politica della destra, a livello locale come nazionale, ruota a tal punto intorno all’equazione che assimila l’immigrato al clandestino, ergo al criminale, che essa non ha più bisogno neppure di mascherarsi dietro la retorica della sicurezza. Il tema sicuritario, che è stato un cavallo di battaglia trasversale agli schieramenti politici, ora sembra essere divenuto pleonastico. In verità, per il principale imprenditore politico del razzismo, quel tema è sempre stato alquanto accessorio. L’ardua impresa dell’invenzione del noi padano ha avuto e ha bisogno di inventare e di contrapporsi a un nemico quasi ontologico: un estraneo, di volta in volta aggettivato come islamico, clandestino o extracomunitario; un nemico a prescindere, che attenti o no “alla nostra sicurezza”. Se ciò non è dimostrabile, si dirà che insidia “i nostri valori” o “il nostro territorio” oppure, semplicemente, che vorrebbe impedirci d’essere “padroni a casa nostra”. Gli strati più profondi dell’ideologia leghista sono improntati, infatti, allo schema della pulizia etnica: non parlano forse, i leghisti, di bonifica del territorio dagli estranei? Volendo essere più precisi, quell’ideologia si ispira all’“etno-nazionalismo razzialista”, come essi stessi ammettono, perfino ai miti Völkisch e sangue-e-suolo, l’uno e gli altri richiamati senza pudore nel sito ufficiale del cosiddetto movimento dei giovani padani. 

Se a ingurgitare e vomitare frattaglie putrefatte dell’ideologia nazista fossero solo frange marginali, la cosa sarebbe meno preoccupante. Il fatto è che quest’ideologia condiziona pesantemente l’orientamento e l’operato del governo in carica, la sua politica, la produzione di leggi e norme. E non solo: il martellamento leghista ha contribuito in modo decisivo a de-tabuizzare discorsi e lessici dell’intolleranza, rendendoli socialmente pronunciabili. Basta citare, fra i tanti simili, l’enunciato di un deputato leghista, modellato su una delle metafore zoologiche più tipiche dell’antisemitismo nazista: per Matteo Salvini, il comunista-padano, come si definisce, “i topi sono più facili da debellare degli zingari perché sono più piccoli”. 

Comunità razziste

Tutto questo ha mutato nel profondo la società italiana. In molte zone del nord (e oggi perfino dell’Emilia Romagna) il cemento che unifica, quantunque in modo fittizio, le comunità locali è costituito, in sostanza, dall’avversione per gli altri. Come hanno dimostrato studiosi e studiose, infatti, il razzismo non è solo il dispositivo che, agendo in un sistema di ineguaglianze sociali, contrappone il gruppo dominante a uno o più gruppi dominati; esso serve anche ad attenuare le differenze interne al gruppo dominante, rafforzandone il senso identitario e comunitario.

E la “comunità razzista”, lo sappiamo, è un surrogato della comunità solidale. Laddove si inaridiscono le relazioni sociali basate sulla reciprocità e la solidarietà, laddove prevale la cultura dell’individualismo, del consumismo, dell’egoismo, laddove la rivendicazione e il conflitto sociale non hanno più una lingua in cui esprimersi, lì attecchisce l’ideologia leghista. Che offre non solo un surrogato di socialità ma anche identitario. Il noi si coagula così intorno al sentimento di ostilità per gli “estranei”, occupanti abusivi del “nostro territorio”. Parafrasando Michel de Certeau, si potrebbe dire che l’identità degli altri, drammatizzata, serve a compensare la propria indifferenziazione: l’immigrato diventa così l’antidoto dell’anonimo.

Una società razzista – sostengono sociologi, antropologi, specialisti di psicologia sociale – è una società in cui il pregiudizio, una volta divenuto ideologia delle élite che definiscono leggi e pratiche sociali, anche comunicative, ha conquistato una parte delle classi popolari. 

L’Italia odierna, mi sembra, non è molto lontana da una situazione simile. Grazie anche al ruolo svolto dai mezzi di comunicazione, si è determinata, infatti, una temibile saldatura fra il razzismo istituzionale – quello che si esprime attraverso norme e leggi discriminatorie (si pensi al cosiddetto pacchetto-sicurezza) – e forme di razzismo ordinario, che arrivano fino all’aggressione, all’omicidio, al pogrom (i casi di Ponticelli e Rosarno sono esemplari). 

È un circolo vizioso più volte descritto dalle analisi più classiche del razzismo: moltiplicandosi le espressioni e gli atti d’intolleranza e divenendo routinaria la discriminazione, sancita o legittimata dalle norme, si incrementano le immagini negative delle minoranze, già diffuse nella società e consolidate dall’opera svolta dai media. Tutto ciò, a sua volta, aggrava l’ineguaglianza strutturale delle minoranze e rafforza la xenofobia e il razzismo. 

Discriminate, inferiorizzate, perfino de-umanizzate, rese più vulnerabili e sfruttabili per mezzo di norme legislative e campagne razziste, le odierne “classi pericolose” – i migranti, ma anche i marginali e i “diversi” – possono così funzionare da bersagli delle ansie collettive e del risentimento popolare che i poteri non sono in grado o non vogliono placare. 

La crisi economica – è inutile ribadirlo – contribuisce non poco ad alimentare questo meccanismo perverso.

Eppure, in un panorama così preoccupante, qualche spiraglio si apre. Gli esiti più recenti della terribile vicenda dei braccianti africani di Rosarno autorizzano a coltivare un filo di speranza. Malgrado tutto congiurasse a de-umanizzarli, ribellandosi le “bestie” (come li definì qualche rosarnese) hanno mostrato tutta intera la propria umanità e con essa coscienza e soggettività. La rivolta “ha pagato”, come si dice. Benché lo Stato non abbia saputo rispondere se non con la deportazione compassionevole (per sottrarli al linciaggio, dicono) infine, grazie al loro coraggio, la magistratura ha potuto scoperchiare la cloaca maleodorante del sistema schiavile. Smentendo clamorosamente il ministro dell’interno, che aveva deplorato la “troppa tolleranza verso i clandestini”. Ecco cosa succede, signor ministro, ad avere troppa tolleranza verso la ‘ndrangheta e il nuovo schiavismo. Si rischia l’eterogenesi dei fini: i “clandestini” possono ribellarsi e mettere in crisi il suo miserabile teorema. E, chissà, un giorno perfino aprire crepe nel sistema razzista che lei ha contribuito a costruire con tanto impegno. 

 

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