BENI PUBBLICI

Il sapore amaro del privato

La privatizzazione del servizio idrico può essere ancora sconfitta e i cittadini potranno partecipare alla gestione pubblica dell’acqua.
Renato Di Nicola

Lo scorso 18 novembre 2009, è stata approvata la riforma del servizio idrico che privatizza definitivamente la gestione dell’acqua. La novità è stata introdotta con il via libera definitivo della Camera al decreto legge Ronchi sugli obblighi comunitari. L’ennesima “manovra” che mette nell’angolo la gestione pubblica e amplia gli spazi per quella privata!

Un po’ di storia

La storia parte da lontano. Fu con il governo Giolitti che venne approvata la legge nazionale per la municipalizzazione degli acquedotti. Una scelta scaturita dai problemi igienico-sanitari, dagli alti costi per i cittadini e dalla necessità di estendere il servizio alle fasce più povere della popolazione. Novantuno anni dopo, con la legge Galli, è iniziato, invece, il processo di privatizzazione (nel 1994). È la prima legge che riorganizza i sistemi idrici, per AATO (Autorità di Ambito Territoriali Ottimali), cioè assemblee di sindaci e province. Questi avrebbero dovuto redigere il piano d’ambito (quadro della situazione, gestione ottimale…) e dare in affidamento la gestione ad apposite società. Si introduce il concetto di ciclo integrato dell’acqua e la necessità di un unico gestore per l’intero ciclo. Gli Ato dovevano essere coincidenti con i bacini idrografici, ma in realtà sono stati ricalcati i confini amministrativi.

La legge Galli ha di fatto facilitato il processo di commercializzazione e privatizzazione del bene comune acqua. Fu proprio con la legge Galli che fu sancito il principio del full recovery cost, in base al quale tutto il costo della gestione del servizio idrico doveva essere caricato sulla bolletta e non è più, quindi, sulla fiscalità generale che prima si faceva carico dei costi di investimento e di ristrutturazione delle reti. Inoltre, veniva stabilito che ognuno avrebbe pagato in bolletta il 7% come compenso per il capitale investito. Si tagliava così la spesa pubblica accollandola ai cittadini, garantendo in ogni caso il profitto alle aziende. Così, la gestione dell’acqua, privatistica o con SpA pubbliche, veniva sottoposta al diritto commerciale e non più a quello pubblico.

Nel 2000, con il cosiddetto lodo Buttiglione, verranno previste tre modalità di affidamento per la gestione del servizio idrico: alle Spa private, scelte con gara; alle Spa miste pubblico-private e, infine, alle Spa pubbliche tramite affidamento diretto (gestione in house). In seguito, il decreto legislativo 152 del 2006 ribadiva queste tre modalità di gestione. 

Nel 2008, poi, il decreto 112 del 25 giugno 2008 (legge 133 del 2008) ha introdotto altre novità:  il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali – acqua inclusa – a imprenditori o società; società a partecipazione mista pubblica e privata. In deroga, poteva essere affidato a una SpA pubblica (house) o gestito nel rispetto dei principi della Comunità Europea.

Per il regime transitorio, le gestioni “in house” al 22 agosto 2008, cessano il 31 dicembre 2011, salvo che le amministrazioni cedano almeno il 40 % del capitale ai privati. Le società in house, insomma, devono trasformarsi da interamente pubblici in soggetti misti. 

Senza entrare in dettagli tecnici, possiamo dire che l’attuale normativa obbliga gli enti locali a mettere sul mercato l’acqua. E in epoca di finanziarizzazione dell’economia, questo era il regalo migliore per le multinazionali. I risultati? Aumento costante delle tariffe, nessun investimento sulle strutture, peggioramento delle condizioni lavorative. Con i processi di commercializzazione si è anche penalizzato il mondo del lavoro: laddove nel pubblico vi erano 10 persone, nel privato sono 5; ai dipendenti pubblici sono garantiti diritti, nel privato no. In altre parole:  sfruttamento della manodopera, mancanza di investimenti, aumento progressivo  delle tariffe.

È avvenuto quanto era prevedibile: sfruttamento totale delle reti idriche, lavorazione non sul ciclo lungo dell’acqua, ma su quello breve del profitto. Il problema non è ideologico: l’acqua ha bisogno di un ciclo lungo per riprodursi, se noi lo facciamo coincidere col ciclo economico, il ciclo economico blocca il ciclo naturale ed ecco la devastazione  ambientale e la penuria idrica.

Già nel 2005, varie associazioni e realtà si erano organizzate per la difesa dell’acqua e del territorio. A poco a poco le ONG, i fori sociali, i movimenti territoriali hanno sostenuto lotte di grande impatto sul tema ambientale e idrico.

Va precisato che il processo di commercializzazione e privatizzazione dell’acqua è un processo vasto che non attiene solo all’acqua del rubinetto, ma anche al fatto che multinazionali comprano interi laghi, falde acquifere e noi lo ignoriamo (in Calabria, poco tempo fa, i contadini, andando a prender acqua in un lago da sempre usato per la coltivazione, hanno scoperto che il lago era stato venduto e così pure il lembo di terra che lo costeggiava. La Regione Calabria ha venduto e i cittadini non sapevano nulla).

Le ultime elezioni politiche hanno poi spostato il Parlamento verso un orientamento più favorevole alla privatizzazione. Peraltro, molti tra deputati e senatori eletti non capivano molto di acqua. Si è aggiunto, quindi, un problema tecnico a uno politico già preesistente. 

Le alternative possibili

“Si scrive acqua, si pronuncia democrazia. Perché i processi di privatizzazione non causano solo un danno economico generale, ma danno un serio colpo alla democrazia. Così nascono vari Comitati: il Coordinamento dei lavoratori delle imprese acqua pubbliche  o private, uniti dalla convinzione che “se non difendiamo l’acqua pubblica non difendiamo il lavoro”; il Coordinamento  dei Sindaci e degli amministratore per l’acqua.

Il Movimento per l’acqua ha alternato alle lotte di piazza l’impegno istituzionale, alla pressione politica la proposta concreta. Nel frattempo, ha individuato forme di lotta efficace, come quella di far scrivere negli statuti comunali, regionali e provinciali che l’acqua è un bene “non di rilevanza economica”. 

Mentre proseguiva questo lavoro di base, è arrivato il decreto Ronchi. L’art. 15 approvato a novembre scorso, aggrava i provvedimenti precedenti e sostanzialmente spazza via i consorzi, le in house, le società a maggioranza pubblica ecc.. 

Penso che un buon risultato che i movimenti per l’acqua hanno ottenuto, per il momento, è quello di aver fatto diventare il processo di privatizzazione “assai poco privato” e di essere riusciti ad avere spazio nei telegiornali. 

E ora è partita la Campagna referendaria con tre quesiti: uno per cancellare la legge 166/2009 di privatizzazione, uno per non ritornare al vecchio sistema una volta abolita la legge e l’altro per cancellare la odiosa quota del 7% di profitto garantito che ci prelevano in bolletta.

Di certo la battaglia per la difesa dell’acqua e per la ripubblicizzazione non termina con la raccolta delle firme. C’è ancora da lavorare molto. Ma se, come ci auguriamo, aumenterà la partecipazione di tutti, se come in Puglia verrà decisa e attuata concretamente la ripubblicizzazione con partecipazione cittadina, la meta sarà più vicina.

 

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