CHIESA

Crisi e speranza

Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno.
Giovanni Giudici (Presidente Pax Christi Italia e vescovo di Pavia )

Il documento dell’episcopato italiano sull’unità del Paese e dedicato alla situazione del Mezzogiorno, giunge in un momento delicato della storia della giovane democrazia politica dell’Italia. Molti segnali avvertono che vi è tra i cittadini italiani un senso profondo di sfiducia e di disimpegno nei confronti della politica. La relativamente bassa percentuale dei votanti nelle recenti elezioni è un sintomo purtroppo significativo del difficile rapporto tra società civile e società politica.
Rileggerò, dunque, il documento ma non percorrendo con interezza i suoi contenuti: sono vari e sono stati ben richiamati da mons. Urso (cfr. Mosaico di pace di maggio, pp.8-9). Intendo accostare solo alcuni temi della lettera Per un Paese solidale per domandarmi quale messaggio positivo possiamo trarre dall’intervento della CEI e quali sono i mezzi a disposizione, come comunità cristiana, per dare un contributo positivo alla questione del Mezzogiorno.

LA CRISI DELLA POLITICA
Un recente studio della rivista Limes afferma che gli italiani si sentono sempre meno collocati nella politica nazionale, si sentono sempre meno identificati con la cittadinanza europea e sempre più cittadini del mondo. Ci domandiamo: è questo un fatto da salutare come positivo o negativo? In più, nella medesima ricerca, si dice che una persona su cinque, al nord, dichiara di sentirsi solamente nordista e ritiene che il Meridione sia unicamente un peso.
Se con questi dati alla mente diamo una rapida scorsa ai risultati delle recenti elezioni, si aggiunge un elemento interessante. In alcune città del nord, nelle quali si votava contemporaneamente per l’amministrazione comunale e per il governo regionale, si sono visti risultati singolari: il comune è conquistato dal centro-sinistra con chiare percentuali di consenso; nello stesso tempo altrettanto forti percentuali si esprimono per il centro-destra più Lega nel voto per la Regione.
Conclusione possibile: l’intervistato nella ricerca sociologica citata da Limes si rifugia in patrie virtuali, il mondo o il nord, perché rimuove il problema concreto della politica; il votante che, in percentuale del 40%, nello stesso giorno e nella stessa ora, vota su una scheda per il centro-sinistra e sulla scheda regionale per la destra, in certo senso dichiara che la proposta politica non gli interessa. Che cosa ha condotto a un così evidente spaesamento delle persone? Sì, certo la crisi della politica, ma anche la falsa persuasione che ci si possa chiudere in se stessi, la pretesa di non aver bisogno di collegamenti, mercati, mano d’opera, incontri fecondi di culture e civiltà.
La mancanza di realismo nel comprendere la qualità nuova della società della tecnologia e del mercato globale fa crescere i timori, spinge a vivere l’incontro con l’altro come un pericolo e addirittura come una sconfitta. Dunque occorre riconoscere che l’emergenza della questione meridionale è anche in realtà il venire a galla di una questione settentrionale, fatta di populismo, di semina di paure varie e di voluta carenza di visione politica.
Ecco perché è necessario provocare un ripensamento a proposito delle ragioni della costruzione della società attraverso la politica. Il fare politica non può ridursi a efficienza tecnica, deve piuttosto proporsi una visione di bene comune da costruire con attenzione ai problemi presenti sul territorio e con scelte capaci di attuare uno sviluppo i cui vantaggi possano raggiungere tutti.
Il documento dei vescovi chiede dunque che si tenga fisso il punto dell’unità del Paese; solo l’impegno per uno sviluppo solidale del nord, del centro e del sud d’Italia è medicina ai mali che il particolarismo del Nord già opera nella cultura delle regioni settentrionali e nella coscienza delle persone. Occorre che vi siano prospettive di apertura verso l’unità europea e verso il Mediterraneo; l’isolamento particolarista del nord o del sud non paga. La società italiana si svilupperà solo attraverso una politica che consenta alle persone di esercitare la capacità di dono. Così ricorda con chiarezza il punto tre del documento dei vescovi. Si tratta non soltanto del “fare” a cui sono abituati i govenanti delle nazioni, ma del “consegnare a Dio” tutto ciò che si condivide con la gente, cioè i pochi pani e i pochi pesci. In questa condivisione riuscita, l’eucaristia si rivela veramente come la fonte e il compimento della vita della Chiesa. Ma, sottolineo continuando il ragionamento del documento, anche della società.
È utile rilevare che Per un paese solidale propone anche alcune linee di maturazione della coscienza politica nella comunità cristiana. Occorre, infatti, ricordare che non è sempre corretto dire: la Chiesa non fa politica! La comunità cristiana è chiamata a formare coscienze che sappiano ragionare politicamente alla luce del Vangelo. In questo senso molti spunti del documento invitano a rimettere al centro della capacità di fare una buona politica sia il rinnovamento delle coscienze che la scelta di assumersi le proprie responsabilità di cittadini. È dal cuore dell’uomo che discende l’ordine della società. Caterina da Siena, in una lettera indirizzata a uomini politici del suo tempo, scriveva: Non si può essere buoni politici se prima non si signoreggia se stessi.
In questa linea viene riproposta l’importanza del binomio veri credenti-buoni cittadini o uomini retti (n.1 e n.16). Ciascun discepolo del Signore è chiamato in questi anni ad assumere, a seconda del suo posto nella società, un serio impegno civile. Ciò significa riconoscere gli aspetti di aiuto che la vita cristiana offre a chi si impegna nel politico, e quali sono le condizioni di vita e di orientamento di pensiero che entrano in contraddizione con la presenza attiva nell’azione politica di un cristiano.
La politica implica un orientamento ideale, ma allo stesso tempo chiede discernimento rispetto alle scelte concrete che si devono compiere; poi, esige responsabilità e, infine, comporta la decisione concreta ed effettiva su fatti, alleanze, persone. Fare politica è un impegno che si può riassumere nell’esercizio della virtù cardinale della prudenza che appunto, come insegna la morale cattolica, non è attendismo ma capacità di scegliere.
Entrare nel concreto delle decisioni, prima che i fatti decidano per noi, comporta per i cristiani due tentazioni. La prima: il perfettismo, atteggiamento proprio di chi pensa e agisce quasi ignorando che la Gerusalemme celeste non è di questo mondo e che talvolta il male minore, più spesso il bene comune possibile nelle condizioni date, non è l’eccezione ma la regola per l’operatore politico.
La seconda tentazione: rifuggire il rischio della responsabilità. La scelta decisa e consolidata da una riflessione, spesso sconta una misura di solitudine per colui che opera in politica. La luce, la forza, il conforto del confronto con la comunità cristiana, non risparmiano al politico cristiano il prezzo di una responsabilità che è in capo a lui e non ad altri.
Per questa ragione, al punto 8 del documento, i vescovi si soffermano a ragionare del federalismo solidale e chiedono che esso sia studiato e perseguito con caratteristiche di realismo, con una impronta di attenzione all’unitarietà del Paese. Quando parlano del Meridione, chiedono un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, un’attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l’integrazione sociale. Si tratta evidentemente di aspetti che esigono da tutti partecipazione, e dal personale impegnato in politica, lealtà, competenza economica, capacità di prudenza, che decida e sia coerente alle scelte fatte.

CONCLUSIONE
Il documento dei vescovi italiani contiene anche alcune indicazioni interessanti, certamente da sviluppare, a proposito del modello di Chiesa di cui occorre oggi favorire lo sviluppo se si vuole rispondere con maggiore efficacia ai fenomeni descritti. Si può dire che i vescovi tengono presenti due modelli, non fanno scelte. Li pongo in evidenza, nella persuasione che si tratta di stili di Chiesa che vanno tenuti insieme, ma ambedue sono in parte ancora da costruire.
Vi è un modello comunionale di comunità cristiana, fondato sulla condivisione ecclesiale. Esso è proposto come capace di far sperimentare relazioni significative e fraterne, caratterizzate dall’attenzione all’altro, da un impegno educativo e dall’ascolto della Parola. La descrizione della comunità cristiana che può contribuire al rinnovamento della società è proposta al punto 14. In ambiti ecclesiali è possibile sperimentare la speranza come fiducia tenace nella forza del bene. Le parrocchie, le associazioni religiose, le aggregazioni laicali, in particolare l’Azione Cattolica sono presenze sul territorio diffuse in maniera capillare; ad esse si aggiungono le istituzioni educative e caritative. I vescovi fanno menzione della forte incidenza della pietà popolare. Anche se, dicono, occorre vigilare sulla purezza della fede nelle manifestazioni devozionali (14).
Accanto a questo primo modello, è descritto per tratti discontinui ma non meno efficaci, un modello profetico di comunità cristiana (9), simbolicamente rappresentato dalla vicenda eucaristica di don Puglisi. Egli, infatti, muore perché ha voluto strettamente congiungere il tema del pane e l’annuncio del Vangelo. Si deve celebrare l’Eucaristia in stretto legame con le attese della gente. La dignità del lavoro, della casa, dell’istruzione e della sanità è la volontà di Dio per i suoi figli. Per questo il credente non può separare pane e Parola di Dio, carità e ricerca del bene comune.
Qui si inserisce un tema ormai necessario alle Chiese del Mezzogiorno e del nord del Paese: imparare a ragionare sul martirio civile. Chi muore per la causa della città e non a causa della fede, è riconosciuto da noi credenti come un modello per la vita cristiana? Con grande finezza si è occupato di questo tema un carissimo fratello, ora nella gioia del Cielo, mons. Cataldo Naro. Occorre riprendere a ragionare sulle prospettive che il martirio dei testimoni immolatisi per la causa della giustizia (9), pone all’educazione cristiana in ogni parte del nostro Paese.
È bene dunque, come ci invita a fare il n. 18 del documento, imparare a riflettere sul tema della educazione cristiana facendo riferimento al granello di senape (Mc 4,30), al destino del pizzico di sale (Mt 5,13), all’opera del frammento di lievito (Mt 13,33). Occorre riconoscere la centralità, nella proposta di Gesù, dell’immagine e dell’esperienza del chicco di frumento che marcisce per germogliare. Una Chiesa italiana che predilige lo stile educativo così efficacemente evocato dal Signore con queste sapienti parabole brevi, può dare un contributo impareggiabile all’Italia. Il cambiamento di uno stile di società e di comunità cristiana, infatti, si opera per la forza della testimonianza più che attraverso il patteggiamento a proposito di leggi modellate su principi veri ma astratti, affidate poi all’improbabile lealtà di chi è tentato di difendere la religione per cause terrene.

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