PAROLA A RISCHIO

I miti erediteranno la terra

Occupare la terra o ereditarla? Ovvero la paura della mitezza e dell’umiltà.
Don Angelo Casati

Mitezza e umiltà, parole in esilio. E fossero solo le parole in esilio. In esilio sembrano essere le donne e gli uomini che ancora osano, impenitenti, scommettere su mitezza e umiltà. Quasi fossero degli alieni nella stagione dell’urlo. Ti è mai capitato di chiederti, assistendo ai dibattiti televisivi ridotti a salotti del nulla, se a qualcuno di coloro che ormai vi hanno dimora pressoché  permanente, rimanga un briciolo di umiltà e mitezza? Moneta fuori corso. Incenerire l’altro sembra ormai il sogno estremo.

Non vorrei essere troppo pessimista, ma i salotti televisivi sono semplicemente simbolo, simbolo inquietante di una stagione, dove costume diffuso è celebrare, osannare, adorare l’uomo forte, quello che fa sfoggio di muscoli forti: muscoli forti, pensiero debole. Le due cose frequentemente camminano a pari passo: forza arrogante e debolezza di pensiero, mescola frequente, congiungimento purtroppo inquietante.

Come Davide e Golia

I miti, sembrano dirci i nuovi “sapienti”, non hanno futuro. La beatitudine del Vangelo: “Beati i miti…” lasciala raccontare, fa tenerezza, nelle chiese. Poi fuori, inutile essere ingenui, è un’altra cosa. Lascia che nelle chiese qualcuno ancora cantileni con i salmi: “Chi fa affidamento sui carri e sui cavalli: noi invochiamo il nome del Signore. Quelli si piegano e cadono, ma noi resistiamo in piedi e siamo saldi” (Sal 20,8-9). Poi, quando usciamo dai canti e ci tocca fare i conti con la realtà, il nostro aiuto ce lo cerchiamo sulla terra, in appoggi e privilegi, che non ci vengono certo dalla frequentazione di Dio. Da ben altre frequentazioni e protezioni. Ci accorgiamo che in ultima analisi ci fa paura uno stile mite e umile. 

Ci accorgiamo, ed è triste dirlo, che una sorta di paura della mitezza e dell’umiltà ha contagiato perfino le Chiese. Anche se non ci rimane l’onestà e il coraggio di confessarlo. Sembrano razza in esilio coloro che nella Chiesa persistono a dare il cuore a uno stile di mitezza e di umiltà. Si è giunti a pensare che servono i toni forti. E bando al mostrare l’altra guancia! Metti alle corde il tuo avversario. Rispondi colpo su colpo. Non puoi avere che uno sguardo di benevola commiserazione per coloro che persistono a confidare nella fionda e nelle pietruzze di Davide e non invece nella più sicura spavalda arrogante corazza di Golia.

Osservo e, lo confesso, mi prende tristezza. Eppure mi ritornano, nonostante tutto – quasi messaggio di sfida e di resistenza in tempi di distanza – le parole del monte, ad assicurami che, a dispetto di quanto ci dicono, saranno i miti a ereditare la terra. “Beati i miti… avranno in eredità la terra” (Mt 5,5). E le parole allora rimasero a memoria nel cuore di qualcuno, pur se apparivano parole sconfitte. Rimasero e furono scritte. A memoria. A memoria dei resistenti.

Era buona notizia, era notizia buona che il rabbi di Nazareth, lasciasse, quasi penultima sua icona, quell’assurdo ingresso, poi chiamato trionfale, su un asino da soma, ripudiando la frenesia spavalda dei cavalli. Notizia buona che il rabbi di Nazareth lasciasse a insegnamento e cosa da fare, ultima icona, quel suo cingersi i fianchi di grembiule e chinarsi su piedi sporchi di sabbie e di fatiche. Era il suo racconto di Dio, era la sua indicazione su come ereditare la terra. 

Come ereditare quaggiù una terra degna di essere sperata? La piccola folla del Vangelo fece festa per le strade nel giorno di quell’inusuale ingresso: celebrava un Messia che aveva avuto cuore per tutti, anche per i piccoli e i deboli, per i peccatori, uno che non aveva tenuto le distanze. Così diverso dalle autorità che sorvegliano e incutono paura, che tengono le distanze. Era finito il tempo della paura, era cominciato il tempo della libertà. 

Mitezza e umiltà

Ma come non capire che inseguendo altre strade, il risultato è che si defrauda la terra della buona notizia del Vangelo? Quando una Chiesa dimenticò il grembiule e indossò le modalità dell’impero, cancellò dal mondo la notizia buona, divenne ovvietà sulla terra. Oggi rimandiamo immagini e immagini di Chiesa che richiamano da vicino, da troppo vicino, fino a una sacrilega identificazione, le esibizioni, i riti, le macchinazioni del potere. Dove la mitezza e l’umiltà? Ma così è perdita di terra, è Chiesa senza eredità. Gli arroganti possono sì conquistare una terra, ma è terra di occupazione. I miti, al contrario, l’hanno in eredità, in benedizione. Una benedizione che sembra allontanarsi di questi tempi.

Scrive Enzo Bianchi: “Quelli in cui viviamo sono ‘giorni cattivi’ per coloro che credono nel dialogo tra credenti cristiani e non cristiani e tra cattolici e laici. Troppo spesso alcuni cattolici sembrano voler costituire gruppi di pressione in cui la proposta della fede non avviene nella mitezza e nel rispetto dell’altro. Dove prevale l’intransigenza e l’arrogante contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori” (Enzo Bianchi, Per un’etica condivisa, Einaudi editore). 

Lo stile, ci ricorda ancora il priore di Bose, è tanto importante quanto il contenuto del messaggio, conta quanto il messaggio: “Lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini e è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù mite e umile, che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti mondani che appartengono a stagioni della politica o della militanza sociale”.

La testimonianza ha bisogno di stile, ma in questo momento c’è poco stile. Quando i cristiani non hanno più l’attenzione alla mitezza e all’umiltà, cioè allo stile evangelico, sono dei militanti, non sono più dei discepoli del Signore”. E i militanti occupano le terre, i miti e gli umili ereditano la terra del cuore, la ereditano anche in altre terre. Mi viene spontaneo ricordare la vicenda dei sette monaci trappisti uccisi in Algeria nel 1996, rapiti nella notte del 26 marzo. Per due mesi nessuna notizia, il 21 maggio i fondamentalisti islamici annunciano: “Ai monaci abbiamo tagliato la gola”. Il 30 vengono trovati cadaveri.

Nel suo testamento frère Christian, uno dei sette, aveva scritto: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese… E anche per te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quello che facevi, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah”.

In una lettera al vescovo mons. Henri Teissier una donna musulmana, scriverà: “Dopo la tragedia e il sacrifico vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore, di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian ad alta voce e con commozione ai miei figli, perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte”.

Ritornano al cuore le parole di Gesù: “I miti avranno in eredità la terra”. I sette monaci, i sette miti hanno ereditato la terra, la terra del cuore di questa donna e dei suoi figli, di molti musulmani di Algeria. Oggi la nostra. La ereditano con la loro mitezza e umiltà. Con l’arroganza non si eredita una terra, si eredità una giungla.

 

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SETTEMBRE 2019

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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