MONDO

Un diritto in deregulation

In nome della Realpolitik tornano la legittimità della guerra, un ordine mondiale gerarchico, l’unilateralismo dei più forti.

Antonio Papisca

Morto un Diritto se ne fa un altro, possibilmente su misura di chi quel Diritto ha violato: i poteri forti che in questo momento agiscono nel sistema delle relazioni internazionali lanciano preoccupanti segnali in questa direzione. La strategia dentro la quale si muovono non è nuova, è tipica della Realpolitik: la legge del più forte deve prevalere sulla forza della legge. Ecco dunque la riproposizione, teorica e pratica, della guerra in tutte le sue espressioni, compresa la guerra preventiva, la continua espropriazione dei popoli dei Paesi a economia povera di qualsiasi difesa immunitaria, prima fra tutte l’autosufficienza alimentare, il costante incremento del mercato delle armi, ecco l’accanimento posto nell’indebolire l’organizzazione internazionale e la prassi del multilateralismo, le umiliazioni pervicacemente inferte alle Nazioni Unite, gli intralci posti ai processi di integrazione regionale.

Un Diritto per la pace
Invece di decidere, una volta per tutte, di far funzionare efficacemente le organizzazioni internazionali e il sistema di sicurezza collettiva, i responsabili di governi che pur vantano tradizioni di “stato di diritto” rispondono al terrorismo con la de-regulation perpetrata a danno del vigente Diritto internazionale e delle istituzioni multilaterali deputate a garantir lo. Essi mirano a rilanciare il vecchio Diritto delle sovranità statuali – nazionali, armate, confinarie –, tutte formalmente eguali ma tutte sostanzialmente diseguali, il Diritto che poneva sullo stesso piano di liceità la guerra e la pace. La realizzazione di questo disegno di ordine mondiale gerarchico comporta che si cancellino la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani, le successive Convenzioni giuridiche in materia, lo Statuto della Corte penale internazionale, insomma tutto il “nuovo” Diritto internazionale che è stato generato proprio dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e, in armonia con essa, da Organizzazioni internazionali quali il Consiglio d’Europa, l’Unione Africana, l’Organizzazione degli Stati Americani, la stessa Lega degli Stati Arabi.
È importante conoscere che gli Statuti di tutte queste Organizzazioni sono radicati nella Carta delle Nazioni Unite, compreso quello della Nato, il cui articolo 1 recita: “Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale,…e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”. L’identità di questo “nuovo” Diritto internazionale è bene espressa dalla Dichiarazione universale la quale proclama che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Alla base dell’ordine mondiale sta dunque, non la sovranità degli Stati, ma il rispetto della dignità umana, un valore che postula la vita dei soggetti che ne sono titolari, vita individuale e vita collettiva: il vigente Diritto internazionale è pertanto il Diritto per la pace perché è il Diritto per la vita.
Coerentemente con questa sua ragion d’essere, esso stabilisce il divieto della guerra (‘flagello’), proibisce l’uso della forza per la risoluzione delle controversie internazionali, impone l’obbligo di perseguire vie pacifiche, obbliga gli Stati a disarmare. L’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 perentoriamente riassume questo quadro normativo: “Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge”. Il divieto tassativo della guerra s’inscrive nella stessa logica di vita in cui trova collocazione il divieto della pena di morte: significativo al riguardo è il secondo Protocollo allegato al citato Patto internazionale, relativo appunto all’abolizione della pena di morte.

Missio ad pacem
Nell’omelia pronunciata in San Pietro il 1° gennaio 2004, Giovanni Paolo II ha ricordato che “per il cristiano ‘proclamare la pace è annunziare Cristo che è la nostra pace’; è annunziare il suo Vangelo, che è ‘Vangelo della pace’; è chiamare tutti alla beatitudine di essere ‘artefici di pace’ ”. Questa rinnovata investitura per la missio ad pacem trova terreno fertile – segno dei tempi – in puntuali fonti del vigente Diritto internazionale, in particolare nella Dichiarazione delle Nazioni Unite “sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti”, adottata dall’Assemblea Generale l’8 marzo 1999. L’articolo 1 stabilisce che “Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani a livello nazionale e internazionale”. L’articolo 12 è altrettanto esplicito: “Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di partecipare ad attività pacifiche contro le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Possiamo dire che c’è qui la proclamazione laica della missio evangelica, da esercitare in uno spazio che trascende le frontiere nazionali, coerentemente con la natura universale dei diritti umani.
La costruzione della pace è fatta di “gesti di pace” , come spesso ricorda Papa Wojtyla: tali sono sicuramente quelli che mirano a tradurre concretamente i “valori” universali dei diritti umani in “obiettivi” di comportamenti individuali, di politiche sociali, di misure positive in sede locale, nazionale e internazionale. Nel Messaggio per la Giornata della Pace 2004 sono indicate priorità che sono sicuramente politiche, quali la riforma e il potenziamento delle Nazioni Unite e lo sviluppo del relativo sistema di sicurezza collettiva. Queste sono concrete vie alternative alla guerra, che consentono al Papa di ribadire con forza che la pace è possibile e, appunto perché realisticamente possibile, essa è anche doverosa, imperativamente doverosa. La giustizia penale internazionale, il rafforzamento della Corte penale internazionale, l’orientamento sociale dell’economia mondiale così come i processi continentali e sub-continentali di unificazione politica rientrano in questa stessa strategia di pace positiva, al cui centro sta l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che il Papa torna ad auspicare si elevi a “centro morale” e a casa comune della “famiglia delle nazioni”. È importante sottolineare che l’obiettivo della sicurezza economica e sociale è coniugato insieme con quello del mantenimento dell’ordine pubblico internazionale, all’interno di un unico concetto multidimensionale di “sicurezza umana” (human security).
Poiché la posta in gioco è l’ordine mondiale nell’era dell’interdipendenza e dei diritti umani, occorre che i costruttori di pace usino il coraggio di cui sono ricchi, ma anche molto discernimento – candidi come colombe, prudenti come serpenti – soprattutto onde evitare a sé e agli altri i trabocchetti tesi da coloro che fanno uso mistificante dell’aggettivo “nuovo”. Attenzione, dunque, non si tratta di inventare ex novo il Diritto internazionale e buttare al macero l’Organizzazione delle Nazioni Unite: il senso del recente Messaggio del Papa, in una linea di rigorosa continuità coi precedenti interventi, è che bisogna rafforzare l’uno e l’altra. Occorre valorizzare quanto serve a realizzare “tutti diritti umani per tutti” in ogni parte del mondo, con gli strumenti della cooperazione, del dialogo interculturale, della solidarietà: il “nuovo” sta nel dare sempre più coerente e piena effettività alle pertinenti norme giuridiche e istituzioni che, appunto perché relative ai diritti umani e alla pace, insieme costituiscono un “grado superiore di ordinamento internazionale”.
Il destino dell’Onu è strettamente legato a quello del Diritto internazionale basato sui diritti umani: il “nuovo” per l’Onu sta nel metterla nella condizione di adempiere effettivamente ai propri fini statutari, nel riformare e nel democratizzare ciò che di positivo già essa rappresenta, nel renderla capace di orientare socialmente l’economia mondiale, nel far funzionare il sistema di sicurezza collettiva. L’azione politica in risposta alla missio ad pacem implica un rinnovato impegno educativo e formativo in ambito sia scolastico sia extrascolastico, con lo scopo preciso di addestrare a perseguire concretamente, puntualmente, le vie che sono alternative sia alla guerra sia all’economia di ingiustizia.
Giova qui richiamare un altro realistico monito di Papa Wojtyla: non è tanto questione di strutture, quanto di persone. I governanti sensibili all’etica del “nuovo” Diritto internazionale dei diritti umani non nascono sotto i cavoli, ma crescono in adeguati contesti formativi. In particolare le organizzazioni non governative e i movimenti per i diritti umani, sempre più spesso evocati dal magistero di Giovanni Paolo II, sono chiamati a questo indifferibile impegno di formazione di nuove classi politiche, i cui membri abbiano i diritti umani e la pace positiva nella mente e nel cuore, nelle parole e nelle opere.

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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