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Il popolo delle pignatte

In un libro di Lanaro, le proteste contro la base militare dal Molin, il popolo multicolore della resistenza locale, i volti, le donne e le pignatte che hanno caratterizzato una lotta.
Enrico Marchesini

Popolo delle pignatte”: non è solo un nome suggestivo di un movimento che ha riempito le piazze e le cronache di una città prima molto tranquilla come era Vicenza. Evidentemente, almeno per G. Lanaro che intitola così la sua “Storia del Presidio permanente No Dal Molin, dal 2005 al 2009”, questa è anche la cifra, la caratteristica più specifica che caratterizza e distingue questo dai molti altri che sono sorti in questi anni in ogni regione d’Italia. 

Un movimento che ha utilizzato gli strumenti della cucina – non solo le pentole ma anche padelle coperchi mestoli – per sbatterli di continuo contro chi aveva concesso un’area così preziosa della città per costruirci sopra una base militare e che sicuramente si è ispirato ai cacerolazo argentini, ma che è stato animato dalle mani e dalle menti delle donne, le vere protagoniste di questa storia. Di donne, infatti, era composta la delegazione che si è recata a Washington per mostrare ai congressisti i danni procurati alla città, di donne era in gran parte la delegazione che a Oslo ha criticato il Premio Nobel per la pace al presidente americano, che aveva incontrato prima la commissaria Ue a Strasburgo, che ha contestato il Presidente del Consiglio Prodi a Trento. Di donne è stata spesso composta la prima fila davanti ai plotoni della polizia e di fronte alle macchine e ai camion del cantiere, nelle occupazioni della basilica palladiana della prefettura cittadina e della stazione ferroviaria, brandendo sempre le fedeli pignatte: l’attributo simbolico di chi si oppone a questo progetto, vale a dire i nodalmolin.

Ma il saggio di G. Lanaro esalta anche l’altra caratteristica fondamentale di questo movimento: quella di non essersi limitato a dire dei no, anche se certamente lo ha fatto e  messo nelle sue bandiere. Come i notav della Val di Susa, i no discarica di Chiaiano e i tanti altri comitati sorti in questi anni, i nodalmolin non sono certo riducibili al fenomeno cosiddetto nimby, ma semmai a una profonda carenza, se non a una negazione di democrazia, che caratterizza l’Italia odierna. 

A Vicenza, in ogni caso, il comitato sorto nei primi mesi ha saputo ben presto costituirsi in comunità di lotta nella quale le donne, spesso rovesciando un vissuto di isolamento e solitudine decennale, hanno portato tutta la loro tenacità, la loro gioiosa determinazione, la loro capacità di cura sapiente e concreta. Sarebbe interessante da questo punto di vista proseguire l’indagine sulla trasformazione individuale e collettiva delle varie Rose e Marie del movimento, sulla loro vita quotidiana prima della adesione a questa vicenda e sulla straordinaria avventura che insieme agli altri hanno potuto vivere per trovare, io credo, la conferma che mai Vicenza ha attraversato eventi così potenti e mai i suoi abitanti ne sono stati così fortemente contaminati.

Ma la storia non è ancora finita. Anche se il cantiere della base cresce ogni giorno e ripetutamente il pensiero benpensante invita questa comunità a disperdersi  perché tradita anche dal sindaco delle compensazioni che pure aveva contribuito a eleggere con i voti decisivi della lista, Vicenza libera-nodalmolin, il Presidio permanente continua a essere l’istituzione cittadina in grado allo stesso tempo di mantenere viva la contrarietà alla base e di produrre cittadinanza attiva; di denunciare e contrastare l’arroganza militare e di stimolare forme di aggregazione e comunicazione nuove e inclusive... ed è stato allora giusto, come conclude il suo lavoro Lanaro “metterne in risalto l’eccezionalità e l’importanza. prima che fatti e significati (di questa straordinaria impresa) vengano stravolti”. 

 

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